Pubblicato in: Ven, Gen 30th, 2015

L’uomo di fronte allo sterminio di un popolo

Il massacro di vittime innocenti: quando il male radicale prende il sopravvento. 

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Era il 27 gennaio 1945 quando le truppe sovieti­che dell’Armata Rossa giunsero ad Auschwitz scoprendo il tristemente famoso campo di concentramento: l’apertura di quei cancelli e la liberazione dei prigionieri rivelò al mondo intero l’orrore del genocidio nazista compiuto ai danni del popolo ebraico. Tra quei sopravvissuti c’era un chimico torinese, Primo Levi, che anni dopo divenne scrittore per raccontare quella tragedia vissuta personalmente: “Au­schwitz era stato la bocca di un inferno costruito dagli uomini per una lucida e terrificante violenza contro una razza, una bocca spalancata sino a diventare un abisso senza fine dove sfruttamento, sevizie, torture e violenze travolgono ogni uomo” (“Se questo è un uomo”). L’orrore dei soldati che entravano nel campo e vi trovavano degli scheletri ancora vivi fu indescrivibile ed i giornali di tutto il mondo se ne impadronirono descrivendo­lo come qualcosa che andava oltre l’immaginazione umana. Tutti ora sapevano. Ma davvero non avevano saputo niente sino ad allora? Davvero i nazisti avevano potuto compiere un genocidio di oltre sei milioni di ebrei, tenendolo segreto al mondo intero? In realtà, non solo il popolo tedesco, ma l’intera Europa, la Croce Rossa, il Vaticano e gli alleati americani, pur ignorando i dettagli ed i particolari, erano perfettamente a conoscenza di quella macchina dello stermi­nio e nulla fecero per rallen­tarne la corsa o per fermarla. L’immane tragedia si consumò in un ignobile silenzio da parte della comunità internazionale che soltanto molti anni dopo ha sentito il dovere di ricor­dare il genocidio. Da quindici anni “La Repubblica Italiana riconosce il 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, Giorno della Memoria, al fine di ricorda­re la Shoah (sterminio del popolo ebraico” (art.1 Legge n.21/2000). La stessa giornata è stata scelta poi cinque anni dopo anche dall’Onu per ri­cordare la medesima tragedia.

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Perché ricordare? Ancora Primo Levi racconta gli anni vissuti nel lager, perché tutti comprendano in quale degene­razione era precipitata l’uma­nità, ripetendo sino alla morte: “Se questo è accaduto, si può ripetere”. Ricordare quindi come non solo i pregiudizi razziali e le ideologie possano degenerare sino a distruggere coloro che ai nostri occhi, alla nostra cultura, alle nostre abitudini appaiono diversi, ma che la nostra indifferenza, il nostro deliberato silenzio verso coloro che soffrono, favorisce il ripetersi di nuove tragedie, lo sterminio di nuove comunità, di nuove minoranze, come purtroppo le cronache di questi anni ci con­fermano. La memoria della Shoah ci conduce anche ad una riflessione teologica, in quanto ripropone drammaticamente alla coscienza dell’uomo contemporaneo il problema della sofferenza e il problema di Dio. Quando il male radi­cale ha il sopravvento, ad Au­schwitz come in Cambogia, in Nigeria, in Somalia, quando ci troviamo di fronte al massacro di vittime innocenti, donne, bambini, vecchi, malati, non possiamo non domandarci, perché Dio permette tutto que­sto, perché tanta sofferenza. A tali domande non sappiamo dare alcuna risposta, restando in uno sbigottito silenzio che rivela tutta la nostra impoten­za di fronte al male e diventa grido interiore verso Dio, lo stesso grido che Benedet­to XVI il 28 maggio 2006 rivolse ad Auschwitz: “Perché Signore hai taciuto? Perché ai potuto tollerare tutto questo?”. Forse che Dio si è congedato dal mondo dell’uomo? Forse che la sinistra profezia sulla morte di Dio annunciata da Nietzsche ne “La gaia scien­za” si è avverata? Di fronte alla sofferenza degli innocenti, il cristiano vede la presenza di Dio accanto all’uomo nel momento della sofferenza, un Dio Crocefisso, come dice il teologo Moltmann, che sale sulla Croce dell’ignominia e della morte insieme a tutte le vittime di Auschwitz, accom­pagnandole nelle camere a gas e diventando una di loro.

Giuseppe Mascello

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