Ma che cosa ci vuol dire Francesco quando parla di “Chiesa in uscita”?
Magistero Petrino/Una formula sulla bocca di tutti.
È indiscutibile il fatto che davanti a tale espressione si pensi quasi immediatamente a Papa Francesco che ne ha fatto il filo d’oro del suo magistero petrino. Non si può certo pensare che si tratti oramai di uno slogan sulla bocca di tutti o che rivendichi l’indole sociale dell’attuale Pontefice, come banalmente spesso si crede. In realtà, a ben vedere, tale “formula” rivela e chiarisce una dimensione costitutiva ed inalienabile della Chiesa che il Papa, con particolare forza, cerca di far rientrare nella consapevolezza dei cattolici. Egli ha provocato un’apprezzabile ed ormai necessaria reazione a catena nelle varie chiese particolari, che cercano di attualizzare tale dinamismo nel proprio contesto pastorale. Chiesa in uscita, ma verso chi? Si potrebbe subito rispondere, tanto per riprendere un “detto” di Francesco, verso le periferie esistenziali. Ma bisogna anzitutto riconoscere che tra queste periferie è stato forzatamente collocato il centro assoluto dell’uomo e della chiesa, Dio. Occorre uscire verso Dio, fondare nuovamente nell’uomo questo desiderio irrinunciabile nel cammino verso la pienezza di vita. La chiesa ha da rinsaldare il suo legame nuziale con Cristo, nato nel cenacolo: “Qui è nata la Chiesa, ed è nata in uscita. Da qui è partita, con il Pane spezzato tra le mani, le piaghe di Gesù negli occhi, e lo Spirito d’amore nel cuore” (Omelia a Gerusalemme, 26 maggio 2014). Senza una simile ed unica saldatura della Chiesa a Cristo ogni tentativo nelle pieghe della storia umana sarebbe fallimentare. Eppure, lo stesso Papa Francesco offre le caratteristiche di tale intimità: è un’intimità itinerante, e la comunione “si configura essenzialmente come comunione missionaria” (Evangelii Gaudium 23).
Qui si aggancia la seconda risposta: Chiesa in uscita verso l’uomo. Proprio in questi primi giorni di marzo, un nuovo discorso del Pontefice ha chiarito le sue idee pastorali: “La strada della Chiesa è uscire per andare a cercare i lontani nelle periferie, a servire Gesù in ogni persona emarginata, abbandonata, senza fede, delusa dalla Chiesa, prigioniera del proprio egoismo. “Uscire” significa anche respingere l’autoreferenzialità, in tutte le sue forme, significa saper ascoltare chi non è come noi, imparando da tutti, con umiltà sincera” (7 marzo 2015). Quanto noi siamo capaci di questo movimento esodale non è ancora purtroppo evidente. La nostra timida fantasia pastorale stenta a pensare forme nuove, ma pur sempre vere e sostanziose, di annuncio ed evangelizzazione. Ancor più fatichiamo ad emulare esempi validi in questo campo che potrebbero far rifiorire il Vangelo, sebbene la Parola di Dio abbia il suo corso irrefrenabile. Qui non si tratta di imbastire una lotta tra visioni di Chiesa parallele, ma di accettare la sfida della contemporaneità. Quella vigorosa e, a tratti, imperiosa affermazione: Costituiamoci in tutte le regioni della terra in un “stato permanente di missione” non può che diventare il programma pastorale di ogni chiesa, comunità o movimento!
Vincenzo Martella
















