Marcelline a Lecce… La Sfida Educativa che viene dal passato
A colloquio con Tamara Gianni del Centro Studi di Milano.
“IL SEGRETO DEL LORO SUCCESSO? INSEGNARE A STAR BENE NEL MONDO”
“Hanno anticipato di due secoli l’orientamento generale della formazione didattico-educativa di oggi, che vede l’alunno come persona capace di inserirsi positivamente nel mondo e di dialogare con esso”.
Tamara Gianni del Centro Studi Marcelline di Milano, intervendo sulla tradizione, modernità e identità delle Marcelline, ha risposto alle nostre domande.
Qual è la modernità dell’insegnamento delle Marcelline?
Consiste nello stare bene nel mondo. Questo ha anticipato di due secoli l’orientamento generale della formazione didattico – educativa di oggi, che vede l’alunno in uscita dalla scuola come una persona formata per inserirsi positivamente nel mondo e per dialogare con esso.
Come è nata la casa di Lecce?
Da un travaglio spirituale e da tanta preghiera, come annota la Madre in un’espressione sintetica e significativa. Nel testo “Alla prima fonte”, in modo colorito e avvincente, è raccontata l’accoglienza che venne riservata alle suore all’arrivo a Lecce da parte delle autorità civili e religiose, ma anche dalla gente comune. Con la Madre erano venute alcune suore scelte: una Superiora di spessore, affiancata da tante giovani pronte, capaci, che formarono il corpo docente Infine, una buona economa, guida sapiente ed esperta. Occorsero all’opera le spedizioni delle suppettili e l’arrivo di 21 suore dopo un viaggio che vide una tappa a Loreto. Madre Marina con grande trasparenza descriveva tutti i timori e le titubanze da cui era stata colta per la fondazione, svanite per la ferma convinzione che il Signore la voleva.
Qual è il carisma della Marcelline?
Al principio la Marcellinità procedeva dall’educazione della donna per generare un mondo migliore e dalla necessità di maturarla nel suo contesto sociale. Un tempo, le educande generalmente entravano nei collegi e si adattavano alla vita delle suore senza prevedere uscite. Diversamente, il Biraghi pose, in una nuova prospettiva psicologica e sociologica, la figura dell’educando da protagonista. Voleva che le sue educande non fossero avulse dal mondo, ma capaci di navigare in esso, con chiarezza, competenza ed umiltà in stato di sana vigilanza difesiva, non per militare nella retroguardia, ma per “avere una lingua da discepolo, che sappia indirizzare una parola allo sfiduciato”. È il metodo “benedetto”.
Come entrare nella novità del progresso per non tradire la spinta della tradizione, per tramandare la sua essenza che non è ripetizione pedissequa delle azioni del passato?
Restando nella continuità vitale della propria tradizione, fedeli alla ispirazione innovativa di origine, trovando nuove vie di realizzazione di essa.
Pagine a cura di Sonia Marulli
















