Pubblicato in: Gio, Mar 6th, 2014

Mario Buffa: “Nel peggiore dei delinquenti ho sempre visto un vinto dalla vita”

I giudici evidentemente con la loro attività inibivano lo sviluppo delle attività crimi­nose…

Sicuramente! Era il tempo del resto in cui un soggetto poi accusato e ritenuto colpevole di questo misfatto, sottoposto all’obbligo di dimora nel comu­ne di residenza, poiché questa misura gli stava stretta in quan­to gli impediva di curare i suoi affari, anche quelli leciti, fuori di Surbo, venne più di una vol­ta ospitato da una tv locale da dove lanciava tranquillamente ed impunemente messaggi di morte all’indirizzo dei giudici, e che – devo purtroppo ricono­scerlo – non sempre lasciarono indifferenti i giudici che ne erano destinatari e che erano fa­cilmente identificabili. Si tratta di fatti di cui i giovani di oggi, allora neppure nati, non posso­no conoscere ma di cui è neces­sario mantenere vivo il ricordo perché, la mala bestia è sempre in agguato.

È una battaglia ancora non chiusa?

Ritengo che la Scu, in so­stanza, sia stata sconfitta e, da anni, come organizzazione uni­taria e gerarchizzata, non esiste più. Ciò non toglie – ed i fatti recentissimi lo dimostrano – che esistano vari gruppi criminali che operano autonomamente e con pari aggressività e che è necessario contrastare con tutti i mezzi a disposizione ad evita­re che prendano il sopravvento.

Vietato abbassare la guardia?

Assolutamente no e se la Scu è stata sconfitta il merito, lo dico in tutte le occasioni, è stato di un allora giovane pub­blico ministero, l’attuale Procu­ratore della Repubblica Cataldo Motta, che in solitudine diede allora l’avvio alle indagini che portarono alla cattura e poi alla condanna di pericolosis­simi delinquenti e sostenne in seguito, solo sporadicamente coadiuvato dai suoi colleghi, il peso del processo che riguardò 43 omicidi, altrettanti tentati omicidi, gli attentati dinamitar­di di cui ho già detto, una lunga serie di altri fatti delittuosi, per i quali vi fu condanna divenu­ta definitiva. Motta dice che il merito della vittoria sulla Scu è stato anche dei giudici che hanno portato a termine nei tempi giusti il processo, posso condividere e apprezzo la sua modestia, ma ciò non toglie che il merito di questo risultato è soprattutto suo che coraggio­samente ha fatto della lotta alla criminalità lo scopo della sua vita e lo ha dimostrato coi fat­ti, raccogliendo per fortuna di tutti noi innumerevoli successi.

È stato un lavoro gravoso…

Sì, io e il collega Aprile (oggi in Cassazione: è stato anche nel collegio che ha giudicato l’ex Senatore Berlusconi) fummo designati per fare quel processo e non ci tirammo in­dietro ed è stato un lavoro duro, estenuante, che ci ha impegnato per tre anni ogni giorno e senza pause, in cui abbiamo dovuto far fronte a difficoltà di ogni ge­nere (era il primo processo già di per se di dimensioni eccezio­nali che si celebrava secondo le regola del nuovo processo, il che ci esponeva ad ogni sorta di imprevisti), abbiamo dovuto noi stessi, come se si fosse trattato di fatti personali, procurarci la disponibilità del personale che ci avrebbe dovuto assistere du­rante le udienze e in tutte le atti­vità collaterali perché molti con pretesti vari si dichiararono in­disponibili (ma poi per fortuna potemmo contare sull’aiuto di due validissimi funzionari – donne tanto per cambiare! – la sig.ra Silvana Bottalico e la sig.ra Sara De Vito, ci siamo dovuti impegnare a superare le preoccupazioni iniziali degli autisti che ci avrebbero dovuto accompagnare e che non vo­levano esporsi ad un rischio che consideravamo eccessivo: da allora Guido Indino, che fu il primo che si fece spontanea­mente avanti, mi ha accompa­gnato per venti anni e più, tutti i giorni al lavoro ed è diventato per me un amico.

Di questo processo così im­portante le chiedo il ricordo più forte.

Il momento in cui fu data lettura della sentenza. Nono­stante il lavoro preparatorio, portato avanti in segreto nelle ultime settimane mentre con­tinuava la discussione degli avvocati, restammo chiusi in camera di consiglio e senza nessun contatto con l’esterno, come la legge prescrive, lonta­ni e senza notizie dalla nostre famiglie, per più di quindici giorni. La lettura della senten­za durò oltre due ore, una fa­tica anche fisica, in condizioni di ansia opprimenti e crescen­ti, man mano che pronunciavo una condanna all’ergastolo, quello che si indica come fine pena mai; ventinove persone furono condannate all’ergasto­lo e quelle condanne vennero confermate salvo una, commu­tata dopo una favorevole pro­nuncia della cassazione, a una ventina di anni di carcere per la concessione di attenuanti; una cinquantina gli imputati con­dannati a pene intorno ai venti anni (sono ormai tutti liberi per espiata pena e ogni tanto ne in­contro qualcuno che non rico­nosco ma che mi riconosce e mi saluta e mi parla del processo); ci furono anche molte assolu­zioni – a prova che facemmo il nostro lavoro con scrupolo – ma che restarono in sostanza sen­za conseguenze perché i singoli imputati rispondevano di una pluralità di fatti e l’assoluzione da uno di essi lasciava in so­stanza inalterata la loro posi­zione.

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Ero convinto, per quanto sia possibile in questi casi, di non avere sbagliato (come del resto gli sviluppi del processo hanno confermato) ma sentivo il peso insopportabile di aver dovuto pronunciare una senten­za in conseguenza della quale tanti giovani avrebbero potuto concludere la loro esistenza in carcere. Sarà per un ingiusti­ficato buonismo, dovuto come qualcuno potrebbe dire alla mancanza di saldi principi, ma ho sempre visto anche nel peg­giore dei delinquenti un vinto dalla vita, la cui vita sarebbe potuto essere diversa se fosse stata vissuta in circostanze di­verse: ma ciò non mi ha impe­dito, sia chiaro, di riconoscere alle vittime, attraverso la puni­zione del colpevole, il torto da loro subito. Durante la lettura della sentenza non si sentiva nell’aula volare una mosca, a dimostrazione del rispetto con la quale gli imputati, sebbene condannati, accolsero la nostra decisione, mentre qualcuno ne aveva temuto una reazione violenta: solo uno di loro, non ricordo chi, mentre la corte abbandonava l’aula, chiese di dire qualcosa. Io tornai indie­tro per dire che la legge non mi consentiva a processo concluso di dargli la parola e ciò può essere apparso anche strano perché durante tutto il proces­so avevo tenuto con gli imputati un atteggiamento colloquiale, che li aveva ben predisposti nei miei riguardi. La verità è che io temevo sotto il profilo emotivo il confronto; mi sarebbero ad­dirittura potute scappare le la­crime per l’emozione e ciò non sarebbe stato edificante e tanto meno rispettoso per le vittime incolpevoli dei tanti efferati de­litti che quei giovani avevano purtroppo commesso.

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