Pubblicato in: Mar, Mag 6th, 2014

Memorie di un Reduce/Deportati in un carcere di massima sicurezza…

Tanta nostalgia per il Pese natìo. Così prosegue il suo Diario di Guerra il carrista Pippi Pennetta. 

Dall’8 settembre 1943 al 28 novembre 1944.

Un viaggio triste e penoso, accompagnato dall’imma­gine del paese che per tre anni aveva ospitato Pippi ed i suoi compagni d’armi e di disavventure che ora via via andava scomparendo dalla vista; un viaggio ac­compagnato dal ricordo del paese natìo, dal pensiero dei genitori ad aspettare con ansia il ritorno del figlio, dall’affie­volirsi della speranza di poter rivedere il focolare domestico. Il tormento della perduta libertà gli faceva maturare il desiderio di vendetta. Vendetta, poi, nei confronti di chi? Di Mussolini o di Badoglio? Dell’idea di grandezza del Primo o del vigliacco tradimento del Secondo? Pippi non si esprime ma, come il turbinio dei pensieri gli aveva impedito di vedere le vette delle colline illuminate dagli ultimi raggi del sole, così gli impediva di intravedere la speranza di tornare nella normalità, di tornare ad essere un uomo libero, libero da vincoli di alcun genere, libero da imposte ideologie, finalmente libero.

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“Il giorno 27 settembre ‘43 un auto­carro tedesco si presentò al reparto e ci deportarono, ma non verso i campi di concentramento comuni bensì in un luogo di prigionia dove erano gli ele­menti più segnalati. Guardavamo al di là dell’autocarro, verso il paese che via via si allontanava sempre di più, guarda­vamo ad esso ma col nostro pensiero scambiavamo quel paese che scompa­riva col nostro paese, con il paese dove erano i nostri genitori ad aspettarci, dove erano i nostri fratelli, i nostri amici forse preoccupati ed in ansia per noi. Trasportati da queste considerazio­ni, non guardammo più fuori del recinto dell’auto e non ci accorgemmo che il sole mandava i suoi ultimi raggi ad illu­minare le cime delle colline, solo di tan­to in tanto alcune parole incomprensibili ci avevano svegliato da quel torpore. Erano le due guardie tedesche che sedu­te sulla sponda dell’auto con la pistola mitragliatrice tra le mani si scambia­ vano qualche parola. Uno stridore di freni, un sobbalzare dell’auto con una voce imperiosa, che impartiva evidente­mente degli ordini, ci indicarono che la passeggiata era terminata.

Scendemmo e fra i motteggi di una decina di biondi soldati tedeschi fummo fatti entrare in due capannoni che per tutti altri usi potevano essere buoni tranne che per ospitare animali e peggio ancora uomini. Si trattava di un gruppo di legnami che dovevano essere state baracche di legno ma di esse non si vedevano che i quattro muri perimetrali piuttosto squarciati e bruciati. L’interno poi era segnato da numerose tracce di deiezioni umane e tutta l’aria ne era invasa. Fummo fatti entrare in esse con modi tutt’altro che gentili, mentre diverse sentinelle furono disposte d’intorno. Vinto il ribrezzo del luogo ed assuefatto il nostro olfatto guardammo verso l’esterno, verso le sentinelle. Essi, riuniti in gruppo di due, ed il fucile tra le gambe consumavano il loro secondo rancio, ciò che ci fece che quel giorno non avevamo toccato cibo e ci fece sentire gli stimoli della fame. Rimanemmo in quelle baracche tre gior­ni sempre guardati a vista dalle guardie tedesche. Il terzo giorno ci presentarono ad un comando dell’esercito fasci­sta repubblicano ove era il maggiore Migliavacca italiano. Entrato nell’uffi­cio vedemmo di fronte all’ingresso un grande quadro di Mussolini ed accanto quello di Graziani. Vi erano in oltre numerose iscrizioni murali inneggianti alla Repubblica Fascista ed una lista del Governo.

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Ebbi l’impressione di entrare in qualche casa di funerale nonostante il sorriso beffardo del Maggiore e queste scritte ci sembravano non dissimili da quella della porta dell’Inferno dantesco. Dopo un breve interrogatorio prese alcune annotazioni e registrati i comandi personali ci fecero versare quel po’ di roba che avevamo quando il Colonnello ci licenziò dicendo che ce ne sarem­mo accorti del nostro comportamento appena giunti sulla terra ferma. Aveva­ mo così per la prima volta la certezza che avevano deciso di deportarci sul continente. Non conoscevamo ancora le loro intenzioni. Certo le nostre supposi­zioni non erano rosee. Montati su alcuni autocarri, poiché in quei giorni al nostro gruppo se ne erano uniti degli altri, fummo portati al campo di aviazione d Calato da dove dovevamo essere portati sul continente per via aerea. Ma per quel giorno il carico era già stato fatto, cosic­ché dovevamo restare nei pressi dell’a­eroporto che per fortuna quella sera non fu bombardato. Il giorno dopo, invece, sul pomeriggio mentre eravamo intenti a fare pronostici sulle partenze che per quel giorno non ci era stato annunciato ci sorprese una violentissima incursio­ne alleata. Il nostro spavento fu grande e poiché numerose erano le bombe sgan­ciate e pochi non sapevano ancora dove fossero situati i ricoveri. La partenza fu rinviata poiché il campo era stato rotto dalle bombe. E questo sia di giorno che di notte poiché le incursioni erano sia diurne che notturne. Non eravamo più sicuri un minuto perché ogni momen­to inaspettatamente potevano cadere bombe.

Il campo dopo le prime incur­sioni era stato così disorganizzato che più non suonava l’allarme, e le batterie entravano in azione quando già le prime bombe erano scoppiate. Lavoravamo tenendo sempre gli occhi aperti e rivolti ora al cielo ora alle sentinelle tedesche e alle loro armi sempre spianate. Dopo una quindicina di giorni di questa impossibile vita, un Colonnello italiano volle ascoltare le nostre preghiere che da diversi giorni rivolgevamo ai tedeschi perché ci allontanassero da quell’in­ferno almeno la notte, per poter un po’ riposare. Questo Colonnello ci promise che avrebbe perorato la nostra causa e difatti ottenne di allontanarci la notte dal campo e rimanere attendati a circa tre chilometri di distanza. Potemmo così avere un po’ più di calma la notte poiché sempre di giorno tornavamo a lavorare al campo”.

Servizio a cura di Salvatore Tornese

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