Pubblicato in: Sab, Mar 29th, 2014

Memorie di un Reduce/“I nostri piccoli carri d’assalto e i mostri tedeschi”

Dall’8 settembre 1943 al 28 novembre 1944. Continua il racconto storico-bellico di Pippi Pennetta.

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Ormai il tempo dell’attesa, delle riflessioni, delle ansie e delle paure era cessato; occorreva mettere da parte le titubanze di combattere gli ex amici, perché questi avevano già deciso di far pagare caro agli italiani il tradimento badogliano, nonché di far valere la legge del “chi non è con me è contro di me”. Essi lasciarono all’autore del diario, posto insieme con i soldati del suo plotone a difesa del magazzino di viveri, solo il tempo di vedere gli ultimi raggi del sole “illuminare le vette delle colline lontane”, per attaccare, sparando le prime raffiche di mitraglia e mietendo le prime vittime.

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Gli italiani risposero al fuoco, ma la superiorità organizzativa e tattica dei tedeschi, convinse il comandante del plotone ad arrendersi e ad ordinare ai suoi soldati di fare altrettanto. Furono disarmati dai soldati tedeschi e lasciati liberi. Raggiunsero, poi, la piazza di Psito dove regnava la massima confusione ed il più assoluto disordine. Tuttavia, neppure l’attacco tedesco aveva convinto i comandi italiani a prendere una qualche iniziativa; restavano sempre in attesa di ordini superiori che non giunsero mai. Nella notte accadde un fatto nuovo.

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Fu catturato un ufficiale paracadutista inglese il quale annunziò al Comando Italiano che una flotta anglo-americana era in procinto di raggiungere le coste dell’isola. Gli italiani, allora, rincuorati dalla notizia, difesero alcuni tratti della costa, fiduciosi che da quella parete sarebbero arrivati gli aiuti promessi e con essi la fine delle loro paure. Con questa speranza trascorsero anche il terzo giorno dall’inizio delle ostilità, subendo in continuazione gli attacchi degli aerei tedeschi, dominatori incon­trastati dei cieli dell’isola.

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“Mi trovavo intanto, insieme al mio plotone, schierato in difesa di un magazzino di viveri posto sulla cintura esterna al caposaldo e sulla strada che da Campochiaro conduceva a Psito. I carri erano nel presidio e noi quindi erava­mo armati di fucile-mitragliatrice e bombe a mano. Un sol pezzo di artiglieria costituiva la più grande arma offensiva. Dal vicino accam­pamento i tedeschi non si erano ancora mossi mentre il sole, scomparso dietro le colline, mandava gli ultimi raggi ad illuminare le vette delle colline lontane. Noi guardavamo verso l’accampamento tedesco, con le armi in pugno, mentre l’ufficiale comandante del plotone dava le ultime istruzioni. 

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Improvvisamente alcune raffiche di mitraglia giunsero in mezzo a noi, facendo le prime vittime; le credemmo inviate dall’accampamento e aprimmo un fuoco nu­trito contro di esso mentre il cannone spediva le prime salve. Ma ci eravamo ingannati ed un colpo di granata che raggiunse in pieno il cannone ci richiamò alla realtà; poco distanti da noi, da Campochiaro si dirigevano con i cannoni e la mitraglia diretti verso di noi alcuni grossi carri armati tedeschi. Avanzavano seguiti da alcune motocarrozzette di mitraglie­ri. Rivolgemmo le nostre armi contro questi mostri che, beffardi e tetri, avanzavano sca­ricando di tanto in tanto raffiche di mitraglia. Anche dal vicino accampamento i tedeschi si erano intanto mossi e si trovavano a brevissi­ma distanza da noi con le armi spianate. Presi tra due fuochi e, non vedendo arrivare rinforzi, il tenente diede l’ordine di cessare il fuoco e gettò a terra l’arma e i pochi rimasti facemmo altrettanto. Fummo così disarmati ma lasciati liberi e, non sapendo cosa fare, ci dirigemmo per diverse vie verso la piazza di Psito ov’era il resto del nostro reparto.

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I tedeschi, saccheggia­to il magazzino, tornarono all’accampamento mentre i carri presero posizione. Entrati che fummo a Psito, vedemmo una grande confusio­ne, un ammasso disordinato di soldati e di armi era nella piazza e la notizia dei tedeschi vicini non aveva fatto decidere i comandi, sempre in attesa di ordini superiori, di prendere alcuna iniziativa. Nella notte delle vampate rischia­rarono improvvisamente la piazza mentre lo scoppio delle prime granate produceva non poco scompiglio in tutto quel disordine. Alle prime salve seguirono delle altre; era la nostra artiglieria che iniziava il fuoco contro i carri tedeschi che rispondevano con tiro bene aggiu­stato. Mentre l’artiglieria teneva la posizione, la fanteria si faceva allontanare dalla piazza facendola dirigere verso Kalithea Afandou. Scortavamo, nella notte, contro eventuali sor­prese, alcuni reparti di moto mitraglieri con cui mi ero anch’io aggregato. Muovevano anche a margine della strada i nostri carri, piccoli carri d’assalto, che erano in grado di contendere contro i grandi mostri tedeschi”. 

Servizio a cura di Salvatore Tornese

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