Pubblicato in: Ven, Giu 21st, 2013

Michele Mincuzzi, storia di una Comunità Cristiana

Cento anni dalla nascita/Il saluto di commiato pronunciato il 20 gennaio 1989 all’Hotel Tiziano. 

Saluto pronunciato il 20 gen­naio 1989 nella sala dell’Hotel Tiziano in Lecce per il commia­to dell’Arcivescovo Mons. Mi­chele Mincuzzi dalla Comunità ecclesiale e civile di Lecce.

È stato affidato a me il gradito, ma non facile, compito di ri­volgerti nello spazio di qualche minuto, il saluto ed il ringra­ziamento non solo del laicato cattolico, ma della comunità ecclesiale. Già questo è un se­gno della comunione delle varie componenti del Popolo di Dio che hai promosso, nel rispetto della diversità dei caratteri, dell’originalità di ciascuno, del­la varietà dei doni dello Spirito e, quindi, delle funzioni e dei ministeri che hai suscitato, rico­nosciuto, valorizzato all’interno della nostra Chiesa.

Non hai costruito in questi anni chiese di pietra, ma hai conti­nuato ad edificare la Chiesa che è in Lecce con pietre vive, quel­le dei sacerdoti, dei religiosi e delle religiose, quelle dei laici che, raggiunti nell’intimo dalle provocazioni della Parola di Dio, hanno accolto l’invito alla corresponsabilità impegnandosi ad operare nei vari settori della Pastorale, catechesi, liturgia, servizio di carità.

Con la volontà di rompere gli schemi consueti e formali della retorica di circostanza, a nome di tutti, esprimo il mio grazie, fratello ed amico, padre e pa­store nostro.

Grazie non tanto per ciò che hai fatto, quanto per ciò che sei stato e sei, un cristiano afferrato dall’amore di Cristo, il Risorto, totale risposta alla totalità delle domande e dei bisogni dell’uo­mo. “Conosco Te soltanto, o Cristo” è scritto nel tuo sigillo episcopale. Da questa carta di identità, da questo sigillo im­presso nel tuo essere è scaturita tutta la tua Pastorale.

Grazie per la tua libertà inte­riore, quella dei figli di Dio, per la quale al tuo ingresso ci chiedesti di “non ingabbiarti in una prigione dorata”. Per la quale hai potuto levare forte la tua voce, simile a “vento che le più alte cime più percuote”, dando voce a chi non ce l’ha, rompendo i silenzi della rasse­gnazione e dell’indifferenza, facendo notizia, ma suscitando anche perplessità, in qualche caso dissenso, perché ritenuto imprudente. E tu, incalzando fino all’ultimo, hai replicato “Ma che pastore sarei se non levassi la voce? Per amore del mio popolo non tacerò”. Libe­ro dai condizionamenti e dai formalismi, dai compromessi e dalle silenziose prudenze, hai avuto il coraggio di non porre alcun velo alla verità, dichia­rata nella sua crudezza, anche quando sapevi che non sarebbe stata gradita. Grazie per questa libertà interiore per la quale sei stato e ci hai indotti ad essere coscienza critica nella Chiesa e nella città.

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