Pubblicato in: Gio, Ott 16th, 2014

Missionari… Made in Lecce

ALBANIA/NEL VILLAGGIO DI FAN/DOPO TRE MESI… CON I BAMBINI I MOMENTI PIÙ BELLI 

“Cosa vai a fare?”. È stata la do­manda che mi son sentita rivol­gere più spesso prima della mia partenza. “Insomma, dove vai? Una missione in Albania? Non hai paura? Non lo sai che è pericoloso?”. Ora, a distanza di quasi tre mesi, a tutti coloro che si preoccupavano per me, a tutti coloro che quando son tornata hanno detto: “Finalmente, pensavo ti succedesse qualcosa di brutto”, rispondo: l’esperienza vis­suta in Albania, e più precisamente nel piccolo villaggio di Fan, è stata talmente intensa e profonda, perché vissuta nella leggerezza della vita quotidiana, da riuscire a spazzar via ogni dubbio, ogni forma di preoccu­pazione, ogni stato di ansia creatosi prima e durante la partenza. A voi, rispondo che vivere l’espe­rienza missionaria insieme ad altri giovani, italiani ed albanesi, è stato per me un privilegio. Ringrazio il Signore per avermi donato la forza ed il coraggio di partire, per avermi posto accanto compagni di viaggio meravigliosi per i quali prego ogni giorno e con i quali ho avuto la volontà e il dono di compiere questo cammino: tutti uniti per andare sulle strade del mondo ed annunciare il Vangelo! Gli abitanti di Fan ci hanno accol­to fraternamente e il giorno dopo il nostro arrivo, l’incontro con i bambini è stato uno dei momenti più belli dell’intera settimana; sì, perché un abbraccio, una carezza, un bacio, nonostante fossimo degli sconosciu­ti, ci dimostravano il benvenuto tra loro. C’era molta commozione in tutti noi: Gesù era lì!

ALBANIA

Era presente ogni mattina, puntuale, a pregare, ballare, cantare e giocare insieme a noi. Era in mezzo a noi durante la Missione Popolare, cam­minava al nostro fianco e guidava la benedizione delle case attraverso le figure spirituali di padre Alberto e di suor Rossella. Tutti siamo tornati a casa molto più ricchi di quando siamo partiti, ricevendo molto più di quanto dato. Come sottolinea Papa Francesco, “è uscendo nelle periferie esistenziali che si riscopre il senso e la gioia della vita”. È proprio vero, la missione cambia, trasforma, migliora. La lontananza fisica dalle nostre abitudini, basate sul benessere materiale, ha il potere di trasportarci in una realtà nuova, o semplicemente di far sì che noi guar­diamo quella realtà in cui viviamo con occhi diversi, chiari, luminosi, capaci di dominare la barbarie che ci circonda. Ma è al termine del viaggio che ha inizio la vera missione: offrire la mia piccolezza, far comprendere agli altri che la vera bellezza non è quella esteriore, condividere il mio sorriso e quello dei bambini che ho incontrato con chi abita la mia terra, invitare voi tutti ad essere missionari coraggiosi e pieni di gioia ogni gior­no, affinché tutto ciò che disturba la convivenza fraterna e che distrugge l’umanità sia vinto per sempre. 

 Claudia Baldassarre

A RRESHEN/“CHE CI ANDATE A FARE LÌ? QUELLO È UN POSTO DIMENTICATO DA DIO”

D’ESTATE, GIOVANI CON DON GIANNI E DON ALBERTO 

Sabato 19 luglio, nel pomeriggio, un gruppo di giovani leccesi salpa­va dal porto di Bari, alla volta di Durazzo. “Ita­liani?” – ad un tratto la voce di un signore albanese, a bordo dello stesso traghetto, rompeva l’iniziale disagio. “Sì, pugliesi!”. “E che cosa andate a fare in Albania?”. “Una missione!”. Sì, era quello il primo gruppo dei giovani “missionari” dell’Arcidiocesi di Lecce che, guidati da don Gian­ni Ratta, don Alberto Taurino e alcuni laici collaboratori dell’Ufficio missionario diocesano, partivano alla volta dell’Albania per un’esperienza di missione che, in tutto, è durata dal 20 luglio al 3 agosto. Tra quei giovani “missionari” c’ero anch’io, che rispondevo inizialmente a quelle domande del signore albanese con un po’ di diffidenza. In realtà credo che quella risposta che avevamo dato (“Una missione!”), non era stata ben compresa dal nostro interlocutore e, probabilmente, nemmeno noi ancora ne afferravamo pienamente il senso. “Ah… e dove andrete di preciso?”. “Rreshen… o giù di lì!”. La no­stra risposta, un po’ esitante – non conoscevamo ancora con esattezza il posto – ha trovato però questa volta nel nostro interlocutore una reazione improvvisa e totalmente inaspettata: “Rreshen? Ma che ci andate a fare lì? Quello è un posto dimenticato da Dio!”. Silenzio… preoccupazione! Quella breve conversazione aveva suscitato tante domande e perplessità. Sono trascorsi circa tre mesi da quel colloquio, ma quelle parole, eviden­temente, sono rimaste scolpite nella mente e nel cuore. Dopo l’esperienza della missione, tuttavia, le esitazioni tutte “umane” emerse quella sera in traghetto sono diventate, in qualche modo, delle certezze di fede. La prima certezza di fede: non c’è luogo in cui Dio non possa entrare… e dove c’è Lui c’è la gioia dell’incon­tro fraterno! La missione, infatti, è stata innanzitutto un incontro.

FO

 

In quei giorni abbiamo accostato tanti ragazzi che, nelle mattinate, hanno veramen­te affollato il luogo che ci era stato concesso per l’animazione e l’attività con i più giovani. Nei pomeriggi, invece, abbiamo vissuto la visita e la benedizione delle famiglie. Abbiamo incontrato tutti nel nome di Gesù, e probabilmente è stato proprio questo l’ingrediente vincente per un incontro che, da un punto di vista solo umano, appariva quasi impos­sibile. Nella visita pomeridiana alle famiglie, poi, non ci ha fermati il maltempo né la paura di percorrere strade impervie. Questo è stato un vero miracolo della missione! Dove c’è Gesù, anche le difficoltà oggetti­ve ed “esterne” non possono sottrarre nulla alla gioia dell’incontro tra noi e con Lui. La seconda certezza di fede: nella povertà Dio non solo è presente, ma parla e agisce a titolo speciale! I volti che abbiamo incontrato erano segnati dalla povertà materiale e culturale, il loro stile di vita era veramente umile ed essenziale. Ma questo è stato un grande punto di forza per la nostra missione! La povertà era per loro e per noi non immediatamente un flagello, ma piuttosto il sinonimo di una essenzialità del cuore.

Luigi D’Amato

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