Pubblicato in: Gio, Ott 16th, 2014

Missionari… Made in Lecce

AFRICA/A PEPORYAKOU/UNA TERRA DAVVERO SPECIALE 

TERRA AFRICANA CHE PULSA DI FATICA

Lo ammetto: il mal d’Africa esiste! Ed io ne sono affetto! È quell’irrimediabile senso di vuoto che si avverte dopo aver fatto un lungo viag­gio come il mio. È come sentirsi strappare, d’un tratto, la terra da sotto i piedi. È come se qualcuno ti avesse tirato un pugno dritto nello stomaco. Proprio in quello spazio vitale un po’ sotto al torace e aprire lì una voragi­ne, un abisso incolmabile. Mi è stato chiesto più volte di scrivere o parlare della mia esperien­za in Africa e alle innumerevoli e curiose domande che, ogni volta, mi si pongono, puntualmente, scuoto la testa e sorridendo mi limito a dire: “È qualcosa che bisogna semplicemente vivere!”. Vivere e lasciarsi “attraver­sare”! Perché in fondo è proprio così! Parlare dell’Africa non mi è facile. È come se quella terra mi avesse sec­cato le corde vocali mentre il cuore, quasi levigato, preferisce ancora custodire e continuare a coccolare le milioni di Stelle del Cielo infinito di Peporyakou.

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Mi ero promesso di partire senza alcuna pretesa o aspet­tativa ed inaspettatamente, senza una logica o ragione, sono tornato come un “vaso vuoto da riempire”. Che strano! Credevo almeno di conce­dermi il lusso di ritornare in patria “sfamato”, riempito come quando si prende parte ad un invitante ban­chetto dove nessuno dei commensali può permettersi di lasciare nel piatto neanche una briciola. E mi ritrovo, invece, con il cuore scavato e più “affamato” di prima! L’Africa ha davvero una terra speciale, diversa da quella di ogni altra parte del mondo. La terra africana pulsa di danza, passi e sudore. È una terra rossa come il sangue che ti scorre nelle vene e che lasci scorrere un po’ anche lì fra quei Baobab dalle grosse radici. E ancora più forti e robuste sono quelle “radici” che ti attraversano dentro e ti scuotono dalle fondamenta fino a provocare terremoti interiori. Perché quella terra fa crollare certezze, scuote abitudini, non impone regole, lenisce ferite, strappa pretese e dona un ritmo nuovo, singolare, difficile da comprendere all’inizio.

Lorenzo Quarta 

A PEPORYAKOU/TUTTI I VOLTI DEL BENIN… AVVENTURE CHE CAMBIANO LA VITA

Quando ho deciso di partire, non riuscivo a spiegare cosa mi spin­gesse a farlo: sempli­cemente, ho detto “sì”! Senza pretese, senza aspettative. Non conoscevo quasi nessuno dei miei compagni di viaggio, non ero mai stata lontana da casa per tanto tempo né così lontano; tutti coloro che mi erano intorno mi chiedeva­no: “in Africa? Proprio tu? che non mangi niente fuori da casa tua, che ti ammali ancora prima che arrivi l’influenza!”. Ma per me non conta­va nient’altro, sentivo troppo forte la necessità di provarci! Soprattutto dopo il percorso di formazione, pia­no piano i contorni dei miei pensieri si sono definiti. La parola “missio­ne” mi affascinava da sempre, ma sembrava troppo distante dalla mia piccola e comoda realtà; poi, però, ho capito che basta aprire il cuore e mettersi in gioco, mettersi a disposi­zione del Signore. Non saprei davve­ro come descrivere i milioni di foto­grammi che mi passano per la testa in questo momento: la vegetazione fitta, la terra rossa, gli occhi grandi e luminosi, la pelle liscia, la sensa­zione sulle braccia della pioggia che inizia a cadere puntualmente al tramonto, le voci, i canti, la preghie­ra, quella piccola manina nella tua.

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E allora i diversi profumi, i sapori che a casa tua rifiuti categoricamente, la mancanza dei biscotti preferiti a colazione, il cellulare scarico, come potevano competere di fronte a questa semplice meraviglia? È stato naturale lasciarmi andare, essere me stessa in ogni istante, rompere i soliti muri di diffidenza e controllo ed entrare in quella realtà in punta di piedi, ma vivendo pienamente ogni cosa. E poi, i bambini. I momenti più belli che ho vissuto sono stati insieme a loro. Dalla prima volta che Marveille ha chiesto di salire in braccio a me, alla faccia di Quentin durante la messa, quando, da buon ministrante, sbadigliava e poi mi sorrideva colpevole dall’altare; dalla gioia che mi ha regalato ogni giorno Johannes con i suoi sorrisi, le sue espressioni buffe, le sue canzoni, i suoi occhi, la sua mano nella mia, a Toussaint che, imperioso, mi chiede un’altra bonbon mentre si chiude le orecchie perché lo infastidiscono gli altri che cantano; da Diane che si prende cura come una mammina di Joseline, intenta a masticare un palloncino sgonfio, a Ferdinand che mi chiede per la ventesima volta di ballare il waka waka; da Sotima ap­peso stretto stretto alla mia schiena a Justine che, sorridendo, mi insegna un’altra “pueeeeesì” della scuola ma­terna. Il loro modo di vivere, di stare insieme e di approcciarsi a noi mi ha stupito e mi ha riempito di gioia. La semplicità, la generosità, la cura nei confronti dei fratellini più piccoli, quel biscotto a merenda che dovevi mangiare prima tu e poi loro, la loro voglia di conoscerti, di toccare i tuoi capelli lunghi, di contare gli orecchi­ni alle tue orecchie, o di stare sem­plicemente per mano a passeggiare… è davvero tanto grande quello che mi ha lasciato dentro tutto questo!

Francesca Invidia

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