Missionari… Made in Lecce
AFRICA/A PEPORYAKOU/UNA TERRA DAVVERO SPECIALE
TERRA AFRICANA CHE PULSA DI FATICA
Lo ammetto: il mal d’Africa esiste! Ed io ne sono affetto! È quell’irrimediabile senso di vuoto che si avverte dopo aver fatto un lungo viaggio come il mio. È come sentirsi strappare, d’un tratto, la terra da sotto i piedi. È come se qualcuno ti avesse tirato un pugno dritto nello stomaco. Proprio in quello spazio vitale un po’ sotto al torace e aprire lì una voragine, un abisso incolmabile. Mi è stato chiesto più volte di scrivere o parlare della mia esperienza in Africa e alle innumerevoli e curiose domande che, ogni volta, mi si pongono, puntualmente, scuoto la testa e sorridendo mi limito a dire: “È qualcosa che bisogna semplicemente vivere!”. Vivere e lasciarsi “attraversare”! Perché in fondo è proprio così! Parlare dell’Africa non mi è facile. È come se quella terra mi avesse seccato le corde vocali mentre il cuore, quasi levigato, preferisce ancora custodire e continuare a coccolare le milioni di Stelle del Cielo infinito di Peporyakou.
Mi ero promesso di partire senza alcuna pretesa o aspettativa ed inaspettatamente, senza una logica o ragione, sono tornato come un “vaso vuoto da riempire”. Che strano! Credevo almeno di concedermi il lusso di ritornare in patria “sfamato”, riempito come quando si prende parte ad un invitante banchetto dove nessuno dei commensali può permettersi di lasciare nel piatto neanche una briciola. E mi ritrovo, invece, con il cuore scavato e più “affamato” di prima! L’Africa ha davvero una terra speciale, diversa da quella di ogni altra parte del mondo. La terra africana pulsa di danza, passi e sudore. È una terra rossa come il sangue che ti scorre nelle vene e che lasci scorrere un po’ anche lì fra quei Baobab dalle grosse radici. E ancora più forti e robuste sono quelle “radici” che ti attraversano dentro e ti scuotono dalle fondamenta fino a provocare terremoti interiori. Perché quella terra fa crollare certezze, scuote abitudini, non impone regole, lenisce ferite, strappa pretese e dona un ritmo nuovo, singolare, difficile da comprendere all’inizio.
Lorenzo Quarta
A PEPORYAKOU/TUTTI I VOLTI DEL BENIN… AVVENTURE CHE CAMBIANO LA VITA
Quando ho deciso di partire, non riuscivo a spiegare cosa mi spingesse a farlo: semplicemente, ho detto “sì”! Senza pretese, senza aspettative. Non conoscevo quasi nessuno dei miei compagni di viaggio, non ero mai stata lontana da casa per tanto tempo né così lontano; tutti coloro che mi erano intorno mi chiedevano: “in Africa? Proprio tu? che non mangi niente fuori da casa tua, che ti ammali ancora prima che arrivi l’influenza!”. Ma per me non contava nient’altro, sentivo troppo forte la necessità di provarci! Soprattutto dopo il percorso di formazione, piano piano i contorni dei miei pensieri si sono definiti. La parola “missione” mi affascinava da sempre, ma sembrava troppo distante dalla mia piccola e comoda realtà; poi, però, ho capito che basta aprire il cuore e mettersi in gioco, mettersi a disposizione del Signore. Non saprei davvero come descrivere i milioni di fotogrammi che mi passano per la testa in questo momento: la vegetazione fitta, la terra rossa, gli occhi grandi e luminosi, la pelle liscia, la sensazione sulle braccia della pioggia che inizia a cadere puntualmente al tramonto, le voci, i canti, la preghiera, quella piccola manina nella tua.
E allora i diversi profumi, i sapori che a casa tua rifiuti categoricamente, la mancanza dei biscotti preferiti a colazione, il cellulare scarico, come potevano competere di fronte a questa semplice meraviglia? È stato naturale lasciarmi andare, essere me stessa in ogni istante, rompere i soliti muri di diffidenza e controllo ed entrare in quella realtà in punta di piedi, ma vivendo pienamente ogni cosa. E poi, i bambini. I momenti più belli che ho vissuto sono stati insieme a loro. Dalla prima volta che Marveille ha chiesto di salire in braccio a me, alla faccia di Quentin durante la messa, quando, da buon ministrante, sbadigliava e poi mi sorrideva colpevole dall’altare; dalla gioia che mi ha regalato ogni giorno Johannes con i suoi sorrisi, le sue espressioni buffe, le sue canzoni, i suoi occhi, la sua mano nella mia, a Toussaint che, imperioso, mi chiede un’altra bonbon mentre si chiude le orecchie perché lo infastidiscono gli altri che cantano; da Diane che si prende cura come una mammina di Joseline, intenta a masticare un palloncino sgonfio, a Ferdinand che mi chiede per la ventesima volta di ballare il waka waka; da Sotima appeso stretto stretto alla mia schiena a Justine che, sorridendo, mi insegna un’altra “pueeeeesì” della scuola materna. Il loro modo di vivere, di stare insieme e di approcciarsi a noi mi ha stupito e mi ha riempito di gioia. La semplicità, la generosità, la cura nei confronti dei fratellini più piccoli, quel biscotto a merenda che dovevi mangiare prima tu e poi loro, la loro voglia di conoscerti, di toccare i tuoi capelli lunghi, di contare gli orecchini alle tue orecchie, o di stare semplicemente per mano a passeggiare… è davvero tanto grande quello che mi ha lasciato dentro tutto questo!
Francesca Invidia

















