Molfetta/Le varianti del Rosa e le integrazioni del Calò al modello del Coppola
Dal Collegio dei Gesuiti alla Cattedrale. La novità della pietra del martirio.
Quando nel 1767, avverso ad una delle forze ecclesiali capace di “un’indubbia influenza sulle élites del tempo”, Carlo III di Borbone espulse i Gesuiti dai domini spagnoli e successivamente Papa Clemente XIII dichiarò sciolta la Compagnia di Gesù, i beni di “ventinove floridissimi collegi” furono incamerati dal potere regio. Tra questi videro la dipartita dei padri gesuiti, quelli pugliesi di Bari, Barletta, Brindisi, Lecce, Molfetta, Monopoli e Taranto. Fu così che il collegio molfettese, fondato nel 1609 dall’Arciprete Giovanni Silvestro Maiora, subì per qualche tempo l’abbandono della chiesa e delle sue opere mobili, tra cui la seicentesca tela di Sant’Oronzo, attribuita all’esperienza napoletana del pittore Carlo Rosa (Giovinazzo 1613, Bitonto 1678). Esplicitamente replicata dal Coppola della Cattedrale di Lecce, la tela è databile a poco dopo la metà del XVII secolo, verso il 1660, confermando l’attitudine dell’autore al tema, già esperito per le chiese di Acquaviva e Campi Salentina all’indomani della terribile epidemia di peste del 1656. Annoverata nel Cappellone di Sant’Ignazio, l’immagine imponente del primo vescovo leccese era posta di fianco al dipinto del fondatore della Compagnia sin tanto che il napoletano mons. Gennaro Antonucci, eletto vescovo della Diocesi di Molfetta il 20 luglio 1775, chiedesse ed ottenesse l’aggregazione alla Mensa Vescovile del Collegio per convertirlo in Cattedrale, Episcopio e Seminario, appena l’anno successivo. Dell’opera di “ri fazione” dell’ex luogo di culto gesuitico e delle altre vicende che coinvolsero il dipinto del capostipite della scuola bitontina, parla Maria Giovanna di Capua, nel testo La nuova Cattedrale di Molfetta.
Fonti e documenti (1988), descrivendo il trasferimento delle reliquie di S. Corrado, patrono della città, dall’antico duomo alla nuova chiesa, il 10 luglio 1785, allorché “la Cattedrale” si mostrò “daddovero magnifica” con i suoi stucchi ed i suoi rinnovati altari. Rispetto al modello iconografico, definito in quegli anni dal Coppola, si presenta con alcune varianti coeve ed altre successive: a destra dei consueti attributi del santo, il Rosa inserisce la pietra del martirio su cui si legge “S. Horontius primus mar/tyr et primus episcopus ly/ciens die XXVI mensis / Augusti”, a perenne suggello della prova di fede sostenuta dal testimone di Cristo; a sinistra, un’ulteriore segno della distruzione degli idoli pagani, probabile integrazione pittorica dell’artista molfettese Vito Calò. L’ipotesi di un successivo inserimento di fasce di tela, che rendessero quadrata l’opera per il nuovo assetto allestivo, è stata confermata nel 2008 dalla ditta Lorenzoni, quando grazie al contributo della Fondazione Antonveneta è stato presentato dal parroco, don Vito Bufi, il restauro di ben sei tele della chiesa gesuitica. La presenza della tela molfettese, nonché ricerche recenti condotte negli Archivi diocesani di Puglia ed in quelli di Stato, confermano la grande fama ed il culto che si diffusero nelle città quanto negli insediamenti rupestri pugliesi nei confronti del Santo Protettore salentino, tra antichi e nuovi percorsi di rivitalizzazione del culto.
Onofrio Grieco
















