Momenti Ecclesiali/Il Focolare, la casa dell’unità e di Gesù abbandonato
Don Carlo Santoro racconta la presenza dei Focolarini a Lecce e nel Salento.
“La penna non sa quello che dovrà scrivere, il pennello non sa quello che dovrà dipingere e lo scalpello non sa ciò che dovrà scolpire. Quando Dio prende in mano una creatura per far sorgere nella Chiesa qualche sua opera, la persona scelta non sa quello che dovrà fare. È uno strumento. E questo, penso, può essere il caso mio”. Con questi accenti, Chiara Lubich cercava di spiegare umilmente, a sé prima e poi al Congresso eucaristico di Pescara nel 1977, il suo ruolo nel piano divino. Lei e le sue prime compagne, “una polla evangelica sgorgata nella Chiesa”, furono il file rouge del Movimento dei Focolari. Don Carlo Santoro, un sacerdote focolarino, ne spiega la genesi. “E’ uno dei movimenti nati nella Chiesa negli ultimi 70 anni, prima del CVII dall’intuizione di Chiara nel ‘43”. Ella voleva donarsi a Dio, ma non nelle forme ordinarie della vita consacrata. In occasione di un convegno delle giovani di A.C. a Loreto, attratta dalle pareti di quella casa, immaginava di vedervi la Santa Famiglia nelle Sue attività quotidiane. E intuì la sua strada: “Persone normali, che vivono nel mondo, vergini e con Gesù in mezzo a loro”.
Tornando a Trento, confessò al suo padre spirituale, Casimiro, quest’idea, un po’ farraginosa ed il cappuccino le permise una consacrazione privata a Dio, per tutta la vita. Chiara affermò dopo tempo: “Se in quel momento qualcuno mi avesse detto che stava nascendo un movimento si sarebbe rotto l’incanto”. Poi, a persone a lei vicine, facendo ripetizione di filosofia ad alcune ragazze, rivelò il suo segreto: “Ho sposato Dio. Mi aspetto tutto da Lui”. E col tempo, queste amiche vollero come lei donarsi a Dio col permesso di padre Casimiro. A causa della guerra, quando i genitori di Chiara dovettero sfollare per un terribile bombardamento a Trento, il 13 maggio 1944, lei disse loro: “Io sono di Dio. Altre mi seguono. Devo restare qui”. Nacque così il primo Focolare.
La presenza a Lecce è abbastanza antica. Risale agli anni ’70; per un breve periodo ci sono stati in città anche i 2 focolari: maschile e femminile, oltre quello sacerdotale che esiste da 27 anni con 5 sacerdoti. Due parole caratterizzano la spiritualità del movimento: “unità” e “Gesù abbandonato”. Per capirle bene occorre fare un passo indietro. Durante uno dei bombardamenti di Trento, – quando si scappava nei rifugi, portando con sé solo il Vangelo – l’occhio di Chiara cadde sul cap.17 di Gv, la preghiera di Gesù per l’unità “Ut omnes unum sint”, ed ella e le sue compagne capirono di essere nate come risposta alla divina richiesta di realizzare l’unità.
Dopo poco una di loro, che andando ad assistere i poveri aveva contratto un’infezione, aveva chiesto di poter ricevere la comunione; il padre spirituale in quell’occasione chiese secondo loro qua le fosse stato il momento di maggior sofferenza per Gesù. Tutte pensavano all’agonia nell’orto del Getsemani, ma padre Casimiro ribattè che fu quando Egli gridò: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato”. Le ragazze, perciò, scelsero di amare e consacrarsi totalmente a “Gesù abbandonato”. Qualche anno fa, padre Casimiro ha affermato: “Ancora oggi mi chiedo come mi sia venuta quella risposta, però evidentemente c’era Qualcuno che voleva rivelare qualcosa di Sè”. Spiega don Carlo: “Indicato il fine dell’opera nascente, l’unità, Dio rivelava anche il modo per raggiungerlo: Gesù abbandonato, perché in Lui vediamo la misura dell’amore di Dio. Dobbiamo imparare ad amarci fino a quel punto per poter creare l’unità”.
Nel movimento sono sviluppati i cosiddetti 5 dialoghi: con gli altri gruppi della Chiesa cattolica, con gli altri cristiani, con i credenti delle altre religioni, con i non credenti, con la cultura. Con gli altri cristiani, lì dove ci sono, i Focolari si fanno promotori di rapporti con i diversi movimenti. Quando Giovanni Paolo II li convocò tutti in piazza S.Pietro per la Pentecoste del ’98, in quell’occasione, Chiara disse: “Essendo il nostro scopo specifico l’unità, noi ci impegniamo davanti a tutti a essere strumento di comunione fra i vari movimenti”. Da allora sono nati tanti incontri di questo tipo.
Invece, l’occasione del dialogo ecumenico è sorta quando alcune suore protestanti scoprirono meravigliate l’esistenza di cattolici che vivevano il Vangelo. Pertanto, esse si recarono in una Mariapoli e ne rimasero entusiaste. Invitarono, così, Chiara in Germania a parlare alle loro fraternità e lei vi spiegò l’esperienza a Trento nel corso della guerra. Tanti hanno voluto far parte del movimento, pur essendo protestanti, calvinisti, anglicani, ortodossi. Di fatto, quindi, esso è presente in tutte le Chiese. Don Carlo ricorda alcuni focolarini e focolarine russi, che hanno detto: “Solo dopo abbiamo scoperto che Chiara fosse cattolica. Noi la pensavamo ortodossa”. Ognuno la sente sua.
Riguardo al dialogo con i non cristiani, nel ’77 Chiara fu insignita del premio Templeton, per il progresso della religione e a Londra tenne un discorso sulla sua esperienza davanti a rappresentanti di tutte le fedi. Fu avvicinata da moltissime persone, anche non cristiane, con cui ha intessuto rapporti bellissimi, soprattutto con il rev. Nikkyo Niwano, che è fondatore di un movimento Buddista molto simile a quello dei Focolari. L’anno dopo, egli, ricevuto lo stesso premio, invitò Chiara a parlare con gli adepti del suo movimento, a Tokio, in una sala brulicante di 3000 buddisti. È nato pure un bellissimo rapporto con l’American Society of Muslims nella moschea Malcolm X di Harlem a New York, dove fu invitata dall’imam W. D. Mohammed, e lì, con il velo come tutte le donne, parlò in una moschea, lei ,donna. Era presente un rabbino americano che, allibito, disse: “Se non lo stessi vedendo con i miei occhi non ci crederei”. Una donna bianca parlava in una moschea di neri! “Anche con gli ebrei è dialogo aperto”. E’ una marcia per crescere nell’unità per quanto è possibile.
Il contributo del movimento all’ecumenismo e al dialogo interreligioso non è né buonismo, né irenismo e nemmeno sincretismo. Il movimento è in dialogo a “tutto campo”, non può essere cioè settoriale o riservato solo ad alcuni momenti o occasioni perché nasce da un’ apertura all’altro che si radica nell’intimo del pensare e dell’agire. “Secondo lo stile proprio del movimento, conclude don Carlo, nella diocesi e nelle parrocchie i vari membri sono inseriti non in modo eclatante ma discreto, essi sono catechisti, operatori della Caritas, della liturgia. Sparsi dovunque, cercano di informare la realtà con il loro spirito di unità e amicizia fra tutti”.

















