Pubblicato in: Gio, Ott 25th, 2012

Mons. Oronzo De Simone, una vita per Cristo, la Diocesi e i Poveri

1952 – 19 Ottobre – 2012/Sacerdote da 60 anni/Accanto a lui ci si sente piccoli, ma incoraggiati perchè con il suo modo d’essere ricorda che Dio realizza le cose grandi con i più piccoli tra gli uomini.  

“Dopo la celebrazione della messa, l’offerta resta per pochi istanti nelle sue mani, per raggiungere subito la tasca dei suoi poveri”.

La stima e la riconoscen­za che nutro verso don Oronzo sono cresciute col tempo: sono iniziate da giovane seminarista nel seminario diocesano per poi appro­fondirsi nei numerosi anni trascor­si insieme negli uffici della Curia Diocesana. Sono stato testimone di tanti episodi da cui si potrebbero prendere spunti per illustrare la sua ricca personalità, ma nel celebrare il sessantesimo anniversario dell’Or­dinazione Sacerdotale, mi piace sot­tolinearne semplicemente alcuni.

Instancabile e fedele Ufficiale di Curia ha servito con fedeltà i Ve­scovi che in questo lungo periodo si sono succeduti sulla Cattedra di S. Oronzo; Cancelliere attento e deli­cato, riservato, schivo da elogi e ri­conoscimenti, obbediente e diligen­te nello svolgere il suo ministero.

Un sacerdote dal grande cuo­re e delicato nell’animo: non parla mai male di alcuno, anzi, quando si accorge che qualcuno intende muo­vere critiche su persone, subito in­terviene per incoraggiarlo a tacere.

La sua magnanimità si nota soprattutto verso i confratelli che ama sinceramente: attento allo sta­to della loro salute, appena qualche confratello è bloccato dalla malattia o dall’avanzare degli anni, accorre puntuale per manifestare la sua ami­cizia e vicinanza.

Ciò che colpisce, stando vici­no a lui e collaborando con lui, è la semplicità, la discrezione, quella serena tranquillità con cui affronta ogni giorno i suoi impegni. Cercato dai confratelli, amato dai fedeli del­la rettoria urbana di S. Giuseppe, at­teso dai giovani detenuti nel carcere minorile… per tutti ha una parola da offrire, una caramella da donare, un gesto di simpatia da trasmettere.

L’armonia interiore che si av­verte stando accanto a lui è frutto non del suo carattere, ma sicura­mente frutto della sua vita ascetica. Non è difficile intravedere dietro la sua serenità, una intensa vita di preghiera, una profonda spiritualità, una immensa fiducia nel Signore.

Da sempre ha vissuto il suo sa­cerdozio in Curia, servitore fedele, diligente, pronto ad attuare le di­rettive dei superiori. La sua fedeltà non si configura con un ruolo sem­plicemente passivo, quasi esecutore distaccato e freddo, ma don Oron­zo mette i suoi talenti di mente e di cuore a servizio del suo incarico, mette la sua esperienza, il suo spiri­to di osservazione e la sua memoria storica, dettagliata e precisa, a ser­vizio di quanti ogni giorno lo incon­trano.

Un’altra caratteristica amo sot­tolineare: il suo amore alla Chiesa, il suo Sensus Ecclesiae: attento al Magistero, ogni giorno dedica un po’ del suo tempo, prima di correre al confessionale per ascoltare i nu­merosi penitenti che lo cercano, alla lettura all’Osservatore Romano; si­gnificative sono la venerazione ver­so il Papa e il Vescovo Ordinario, e per Lui incontrare il Papa o il Vesco­vo è sempre un evento straordinario, una festa: da Pio XII a Benedetto XVI conserva gelosamente parole e ricordi delle udienze private. Ha frequentato insigni personalità della Chiesa e con esse conserva una ric­ca corrispondenza. Ma il suo amore alla Chiesa lo si avverte soprattutto nel rapporto col proprio Vescovo: un incontro, una battuta, un sorriso del Vescovo riempiono di gioia il suo cuore.

E infine questo amore a soffrire davanti alla scristianizzazione della società, davanti alle conseguenze del peccato nelle coscienze delle persone, davanti ai numerosi poveri che in ogni momento della giorna­ta, e dovunque si trova, lo acco­stano certi di non andare via senza portarsi un suo contributo: dopo la celebrazione della messa l’offerta che i fedeli consegnano resta pochi istanti nelle sue mani per raggiun­gere subito la tasca dei suoi pove­ri, anche di quelli che approfittano della sua bontà d’animo. Accanto a don Oronzo ci si sente piccoli, ma incoraggiati, perché col suo modo di essere ci ricorda che Dio realizza le cose grandi con i più piccoli tra gli uomini.

 Fernando Filograna 

TESTIMONE SPECIALE/LO CHIAMO ANCORA PROFESSORE…  

Cosa dire del mio maestro don Oronzo De Simone? Mi piace inquadrare ciò che mi ha inse­gnato nell’espressione di Paolo VI: “L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri…o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni” (E.N. 41). Sì, don Oron­zo per me è un testimone speciale da quan­do, nel Seminario, è iniziato il mio cammi­no verso il sacerdozio ordinato.

Tanti sono stati coloro che nei primi anni di formazione sono stati accanto a me con ruoli diversi. Don Oronzo è stato, in questo, il primo maestro e gli sono per sempre grato perché ha inculcato, ancor prima che si celebrasse il Concilio Vaticano II, l’importanza della liturgia sia nella vita della Chiesa che di ogni singolo fedele, particolarmente nel vis­suto del sacerdote. È stato lui ad anticipare, nell’insegnamento, quanto poi dopo qualche anno ha insegnato il Concilio: “La Liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme la fonte da cui promana tutta la sua virtù” (SC n. 10). Per questo, con affettuosa gratitudine, lo saluto sempre: “ciao professore!” La comunione con i Pre­sbiteri è, secondo me, il modo di essere di don Oronzo. Nei momenti di gioia e di sof­ferenza della vita del presbitero e dei singoli sacerdoti è stato ed è, età oggi permettendo, presente per offrire quella condivisione, che nasce ed esprime l’unico ministero ordinato.

 

 

È il mio prof. per la semplicità del vivere il suo sacerdozio, quella semplicità evangelica che è spesso sconcertante. E d’altronde nella società delle relazioni complesse il vangelo è sempre sconcertante. Una semplicità che è sapienza perché nasce dalla profonda vita interiore dove il maestro è lo Spirito. Don Oronzo è mio caro prof. perché maestro di umanità, di servizio all’uomo in difficoltà. E questo non solo per i lunghi anni di ministe­ro presso il carcere minorile, dove l’impe­gno per il recupero del ragazzo ha assunto la dimensione della paternità; ma anche per la quotidianità nascosta e anonima lì dove si misura lo spessore di un cuore aperto all’altro, all’estraneo portatore di una visita particolare di Cristo: il servo di tutti che comunica ai suoi di farsi come i bambini; di essere come il Padre celeste “che fa piovere sui buoni e sui cattivi”.

È il mio “Prof” perché ho sempre visto in lui un sacerdote secondo il cuore di Dio che fa trasparire dal suo parlare, dalla costante preghiera, dalla cura della vita spirituale, dall’essenziale ministero sacerdotale che offre e dall’amore sincero per la nostra Chiesa di Lecce. Ma è anche mio compagno, fratello e padre, dalla presenza discreta e orante, tipica di chi vive di Cristo e con Cristo, presente nei momenti più importanti della mia vita sacerdotale, dalla Ordinazione ai vari servizi pastorali, soprattutto parrocchiali. È bello nella vita del sacerdote poter guardare a chi sta avanti per ringraziare il Signore dei tanti doni che fa alla sua Chiesa attraverso i suoi ministri e per tanti bravi e buoni testimoni di Cristo Gesù buon Pastore. Il Signore provveda sempre la sua Sposa di pastori innamorati del “mistero” che passa attraverso le loro mani e il loro cuore: Gesù morto e risorto, pastore bello della nostra vita, servo della nostra gioia. 

Pierino Liquori 

NEL CARCERE PER MINORI/CAPPELLANO BUONO   

Don Oronzo De Simone ha profuso il meglio dei suoi sforzi sacerdotali per oltre 50 anni, a favore dei minorenni del carce­re di Lecce. Chi di là è passato sia a Villa Bobò che a Borgo San Nicola lo ricorda come il Cappellano buono al quale si rivolgevano, a volte approfittando della sua bontà, per le loro esigenze vere o presunte. A tutti rivolgeva una parola e spesso “una caramella” specie quando voleva entrare nel loro cuore.

Lo stesso Ispettorato generale dei Cappellani, per il suo lungo servizio, ha ritenuto doverlo insignire dell’onorificienza di “Commen­datore della Repubblica”, come attestato di riconoscenza. Ancora oggi don Oronzo è vicino ai carcerati specialmente nei momenti solenni della Liturgia, quan­do occorre il suo ministero sacerdotale. Per i suoi sessant’anni di sacerdozio era ben giusto che la famiglia del Carcere lo ricordasse con affetto e gratitudine, raccomandando al Signore la sua lunga presenza tra i ragazzi più sfortunati della Chiesa di Lecce. Gli auguri più belli siano della stima incondizionata che don Oronzo merita da parte di tutti.

Gigi Fanciano 

NELLA CATTEDRALE/CANONICO PENITENZIERE   

 

Consolidato è il legame che unisce mons. Oronzo De Simone alla nostra Chiesa Cattedrale di Lec­ce. Nato nel settecentesco palazzo sito in via Scarambone al civico 2, allora appartenente alla Parrocchia di S. Maria della Porta e solo da pochi anni alla Parrocchia Cattedrale, don Oronzo conserva ancora preziosi ricordi di quando, bambino, partecipò ad alcune solenni celebrazioni officiate nella Cattedrale di fatto non tanto lontana dalla sua casa natia.

Il 1 gennaio 1968 chiamato da mons. Minerva a far parte del collegio dei Canonici con il titolo di S. Oronzo fuori le mura, ha curato per un anno le celebrazioni liturgiche come cerimoniere e soprattutto ha contribuito in maniera significati­va alla difesa dei privilegi canonicali. Da alcuni anni per delega del Vescovo svolge il delicato compito di penitenziere, ossia ha la facoltà di as­solvere da peccati che latae sententiae farebbero incorrere nelle cosiddette cure medicinali o cen­sure (scomunica, interdetto e sospensione).

La sua presenza competente, autorevole e paziente lo ha reso punto di riferimento per molti fedeli e anche per diversi sacerdoti come confessore. Inoltre, don Oronzo è stata una presenza signi­ficativa anche come collaboratore della Parroc­chia Cattedrale in periodi di necessità. 

Michele Giannone 

NELL’ARCHIVIO DIOCESANO/MAESTRO UMILE 

 

Ebbi occasione di conoscere Mons. Oronzo De Simone, appena fui incaricato di seguire il trasferimento dell’Archivio diocesano. Si presentò a me appena fu completato l’allestimento della nuova sede. Non credevo che quell’incontro avrebbe influito così tanto sulla mia futura dimensione sia professionale che personale.

Nominato direttore dell’archivio da meno di due mesi avrebbe potuto far valere questo suo ruolo istituzionale invece sin dall’inizio si rivelò nella sua affabilità e semplicità. Man mano che la nostra collaborazione proseguiva avevo modo di scoprire altre sue qualità precipue che si esplicavano essenzialmente, ma non esclu­sivamente, nello svolgimento delle sue funzioni direttive.

Sempre impegnato in qualche ricerca o in qualche approfondimento storico o storiografico, sempre pronto e disponibile a fornire spiegazioni o a fugare i dubbi degli studiosi frequentanti l’archi­vio, può ben a ragione essere definita una “memoria storica vivente”, in relazione alla sua straordinaria capacità di ricordare con assoluta precisione fatti di mezzo secolo fa e oltre che lo hanno visto diret­tamente protagonista, e la cui narrazione implica immancabilmente la citazione di nomi di prelati e porporati, dal più umile al più alto in grado, i quali sono tutti accomunati da un unico comune denomi­natore: la stima e l’affetto nei suoi confronti. 

Giacomo Cominotti

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