Pubblicato in: Ven, Ott 25th, 2013

Morire, un atto dell’Esistenza

Seppellire i morti/Gesti che resistono alla società post-mortale.

Si avvicina il giorno della commemo­razione dei defunti e nuovamente si ripeterà il rito della visita al cimitero dove, attraverso l’omaggio floreale, si cercherà di mettere a tacere il rimorso di aver dimenticato i morti. Qualcuno ha definito la nostra, come una “società post- mortale”, per­ché mette a tacere la morte che sembra scompar­sa dall’orizzonte della vita quotidiana: il luogo per morire non è più la casa familiare, il grande letto dove tra candide lenzuola si consuma il passaggio dalla vita alla morte e intorno al quale si raccolgono familiari e amici.

Oggi i luoghi per morire sono diventati gli ospe­dali dove i nuovi professionisti delle esequie provvedono a rendere l’evento della morte il meno fastidioso per i parenti: nell’arco di appena un giorno, attraverso rapidi passaggi dall’o­spedale, alla chiesa, al cimitero, si conclude un evento facendolo passare per un fatto privato, da cancellare dalla memoria degli altri , per essere pronti il giorno dopo a ritornare nella normalità della vita quotidiana.

Commemorazione-defunti

Dimentichia­mo in tal modo che la morte è una dimensione costitutiva dell’esistenza, il momento finale di un’esperienza che la fede ci fa apparire come il momento iniziale di una nuova vita, un evento che, attraverso il rito della sepoltura, favorisce non solo la consolazione e la solidarietà verso i parenti ma può essere il punto di partenza per una conciliazione nei confronti del defunto. Non si può ignorare infatti che non tutti moriamo in odore di santità: la morte colpisce anche coloro che si sono macchiati di gravi peccati, di crimini efferati verso l’umanità, spesso verso i più deboli e indifesi. Ci si chiede se costoro siano degni della sepoltura e la domanda è di grande attualità a proposito del caso Pribke.

Personalmente ritengo che seppellire i morti sia innanzi tutto un atto di umanità : a chi giova continuare a celebrare processi contro coloro che la storia ha già definito criminali, se non a coloro che intendono strumentalizzare la vicen­da per ragioni ideologiche? Certamente non ai familiari delle vittime che non si vedranno resti­tuire i loro cari e il cui dolore non ha bisogno di essere rinnovato dall’odio, ma di consolazione. Per un cristiano seppellire i morti è anche un atto di misericordia, come lo fu quello di Tobia durante l’esilio degli Ebrei in Babilonia o quello di Giuseppe d’Arimatea nei riguardi di Cristo. Nel caso Pribke, pur evitando la solennità del rito, la semplice sepoltura può rappresentare un evento di conciliazione, oltre che di umanità.

Giuseppe Mascello

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