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La Parabola di Turoldo… C’è sempre tempo per la Speranza
La parabola esistenziale del poeta David Maria Turoldo si svolge nel segno di alternanze imprevedibili per la vastità della sofferenza fisica e per un’obbedienza difficile – era un sacerdote monaco – ma generosa e fedele alla Chiesa. Assimilava la sua vicenda alla drammatica storia del Giobbe biblico, uomo giusto, credente in Dio e a Dio fedelissimo, colpito da terribili disgrazie in un susseguirsi implacabile.
A quest’uomo fiaccato da atroce malattia che lo rese tutto una piaga, la moglie gli diceva: hai ancora fede? Perché non bestemmi e muori? Ma Giobbe seppe essere forte e confidava con fermezza in Dio rimanendogli fedele: Dio lo premiò per la sua fede. David Maria Turoldo scriveva: “Sento l’identità di Giobbe e la sua storia come l’inevitabile mia storia, che si ripete, che si perpetua nel giro di questo sangue, giorno dopo giorno consumato dalla pena, e dentro questa carne destinata ai vermi, destinata ad essere cenere per ricomporsi poi, nella nuova forma, in attesa di vedere con questi miei occhi il mio Salvatore”…e viene alla mente nel Tempo di Avvento la poesia – ballata dalla Speranza, che il Turoldo intitolò “Nei suoi giorni”.
Squinzano, Presepe in Piazza Plebiscito
Egli rievoca il primo avvento ed il secondo e li caratterizza come “esistenza, condizione d’esilio e di rimpianto”, come Tempo di attesa cosmica perché è il “tempo del concepimento di un Dio che ha sempre da nascere”. Nell’Avvento vede il “tempo del desiderio, tempo di nostalgia e di ricordi…”, lo pensa come “tempo di solitudine e tenerezza e speranza”. Con versi intensi esalta la speranza verso Gesù e in essa trova sostegno e forza pur considerando la sua personale situazione, pur pensando alla immensa varietà delle umane tragedie ed al cumulo massiccio delle tante iniquità. E scrive: “Lui solo spera… urlassimo – in nome di tutto il creato – Vieni vieni vieni, Signore – vieni da qualunque parte del cielo – o dagli abissi della terra – o dalle profondità di noi stessi – (ciò non importa)ma vieni, – urlassimo solo: vieni”. La speranza non muore: all’invocazione “Vieni” il poeta risponde: “È così! Vieni Signore Gesù, – vieni nella nostra notte – questa altissima notte – la lunga invincibile, notte”. Dalla speranza la certezza che “Allora tutto si riaccenderà – alla sua luce”, “e anche noi, gli uomini – saremo in quest’unico incendio – e invece di incenerire usciremo – nuovi come zaffiri – e avremo occhi di topazio”.
La Speranza impegna i cristiani “a vivere in questo mondo con giustizia e pietà, nell’attesa che essa si compia e venga nella gloria il nostro Dio”. L’invocazione dei cristiani sia quotidiana e coinvolgente: “Vieni, Signore Gesù, non tardare i tuoi fratelli vieni a salvare”. La Speranza li rassicura: “Oh, quanti cercate, siate sereni – Egli per noi non verrà mai meno – e Lui stesso varcherà l’abisso”. Allora “rinverdirà ogni carne umiliata – e gli andremo incontro con i rami nuovi – una selva, la terra, di mani” (D. M. Turoldo).
Ivan D’Arco
















