Pubblicato in: Gio, Nov 22nd, 2012

NATIVI DIGITALI E CONCILIARI: I MINISTRANTI

UNA MINISTERIALITÀ NUOVA/Il Vaticano II non li ha più definiti chierichetti, ha valorizzato la loro coinvolgente esperienza di servizio a Dio e alla Chiesa

Andando a messa ci sarà forse capitato qualche volta nella nostra chiesa di volgere lo sguardo sul presbiterio e di vedere che il nostro parroco erano circondato da alcuni ministranti/chierichetti, fieri delle loro belle tuniche, composti e seri anche se in genere molto giovani. Magari avremo notato col tempo che uno dei più assidui è un ragazzino più piccolo di altri, vivacissimo, che fatica a stare fermo nei momenti in cui il servizio glielo impone, sempre il primo a correre qua e là se c’è da prendere qualche oggetto liturgico, ma concentrato nel suo importante compito, che prende molto sul serio.

Se abbiamo visto qualche volta questa scena forse abbiamo notato un esem­pio vivente di come un bambino, un ragazzo, possa capire l’importanza del suo ruolo di assistente del sacerdote durante la messa, un esempio per noi fedeli più adulti di come si possa se­guire con attenzione ogni fase della li­turgia. Possiamo distrarci noi, quando lui così piccolo e vivace non si perde un momento della celebrazione?

L’attenzione sulla realtà di questi ra­gazzi che con spontaneità e dedizione vivono l’esperienza dei ministranti, che si chiamano anche chierichetti, è una nota caratteristica nell’ambito della proposta del Centro Diocesano Vocazioni e del Seminario Arcive­scovile poiché vi è la consapevolezza che fare il ministrante costituisce un modo intenso e responsabile di vivere la propria identità cristiana, un’espe­rienza che non ha eguali, ben diversa dalla lettura delle Sacre Scritture o dalla frequentazione del catechismo, anch’essi senza dubbio momenti cen­trali di una educazione cattolica.

Ma servire messa vuol dire assistere da vi­cino, anzi collaborare direttamente al mistero centrale della nostra fede, ed esservi attenti significa farsi respon­sabili della riuscita di quel miracolo costante che è ogni celebrazione litur­gica. Occorre, dunque, un accompa­gnamento per i questi ragazzi e per i loro responsabili: non basta prendere in mano un candeliere, un turibolo o un libro liturgico per crescere in profondità scoprendo il progetto di Dio, ma occorre appunto essere accompagnati a guardare con gli occhi di Dio ciò che si compie nella propria vita.

Questi ragazzi che oggi nelle nostre comunità servono messa non mancano certo di coraggio e affronta­no in certi casi situazioni che a noi più grandi forse possono apparire di poco conto ma che, se trovano nella figura del loro responsabile un sostegno e un incoraggiamento, possono diventare occasioni di crescita. Durante uno dei raduni vicariali di queste settima­ne, condividendo le difficoltà e gli ostacoli che sperimentano, uno dei ragazzi presenti ha voluto racconta­re di un suo amico che lo prendeva pesantemente in giro perché andava a messa e perché (addirittura!) doveva alzarsi prima per servire messa. Dopo un primo momento di scoraggiamento questo ragazzo ha trovato dentro di sé la forza e il coraggio di continuare ad andare a servire messa perché, come ha detto, lo fa per Gesù.

Questi ragazzi vengono spesso definiti nativi digitali per la modalità di approccio diverso alla realtà che sta emergendo, ma nel caso dei ragazzi che servono all’altare a questa definizione, nel cin­quantesimo anniversario del Concilio Vaticano II, ne potremmo aggiungere un’altra: li possiamo anche definire nativi conciliari, poiché in quella oc­casione sono stati definiti più precisa­mente, appunto, ministranti e non più chierichetti, come per specificare che la loro esperienza si inserisce nell’am­bito della ministerialità e del servizio a Dio nella Chiesa. 

Tony Bergamo

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