NATIVI DIGITALI E CONCILIARI: I MINISTRANTI
UNA MINISTERIALITÀ NUOVA/Il Vaticano II non li ha più definiti chierichetti, ha valorizzato la loro coinvolgente esperienza di servizio a Dio e alla Chiesa.
Andando a messa ci sarà forse capitato qualche volta nella nostra chiesa di volgere lo sguardo sul presbiterio e di vedere che il nostro parroco erano circondato da alcuni ministranti/chierichetti, fieri delle loro belle tuniche, composti e seri anche se in genere molto giovani. Magari avremo notato col tempo che uno dei più assidui è un ragazzino più piccolo di altri, vivacissimo, che fatica a stare fermo nei momenti in cui il servizio glielo impone, sempre il primo a correre qua e là se c’è da prendere qualche oggetto liturgico, ma concentrato nel suo importante compito, che prende molto sul serio.
Se abbiamo visto qualche volta questa scena forse abbiamo notato un esempio vivente di come un bambino, un ragazzo, possa capire l’importanza del suo ruolo di assistente del sacerdote durante la messa, un esempio per noi fedeli più adulti di come si possa seguire con attenzione ogni fase della liturgia. Possiamo distrarci noi, quando lui così piccolo e vivace non si perde un momento della celebrazione?
L’attenzione sulla realtà di questi ragazzi che con spontaneità e dedizione vivono l’esperienza dei ministranti, che si chiamano anche chierichetti, è una nota caratteristica nell’ambito della proposta del Centro Diocesano Vocazioni e del Seminario Arcivescovile poiché vi è la consapevolezza che fare il ministrante costituisce un modo intenso e responsabile di vivere la propria identità cristiana, un’esperienza che non ha eguali, ben diversa dalla lettura delle Sacre Scritture o dalla frequentazione del catechismo, anch’essi senza dubbio momenti centrali di una educazione cattolica.
Ma servire messa vuol dire assistere da vicino, anzi collaborare direttamente al mistero centrale della nostra fede, ed esservi attenti significa farsi responsabili della riuscita di quel miracolo costante che è ogni celebrazione liturgica. Occorre, dunque, un accompagnamento per i questi ragazzi e per i loro responsabili: non basta prendere in mano un candeliere, un turibolo o un libro liturgico per crescere in profondità scoprendo il progetto di Dio, ma occorre appunto essere accompagnati a guardare con gli occhi di Dio ciò che si compie nella propria vita.
Questi ragazzi che oggi nelle nostre comunità servono messa non mancano certo di coraggio e affrontano in certi casi situazioni che a noi più grandi forse possono apparire di poco conto ma che, se trovano nella figura del loro responsabile un sostegno e un incoraggiamento, possono diventare occasioni di crescita. Durante uno dei raduni vicariali di queste settimane, condividendo le difficoltà e gli ostacoli che sperimentano, uno dei ragazzi presenti ha voluto raccontare di un suo amico che lo prendeva pesantemente in giro perché andava a messa e perché (addirittura!) doveva alzarsi prima per servire messa. Dopo un primo momento di scoraggiamento questo ragazzo ha trovato dentro di sé la forza e il coraggio di continuare ad andare a servire messa perché, come ha detto, lo fa per Gesù.
Questi ragazzi vengono spesso definiti nativi digitali per la modalità di approccio diverso alla realtà che sta emergendo, ma nel caso dei ragazzi che servono all’altare a questa definizione, nel cinquantesimo anniversario del Concilio Vaticano II, ne potremmo aggiungere un’altra: li possiamo anche definire nativi conciliari, poiché in quella occasione sono stati definiti più precisamente, appunto, ministranti e non più chierichetti, come per specificare che la loro esperienza si inserisce nell’ambito della ministerialità e del servizio a Dio nella Chiesa.
Tony Bergamo
















