Novoli/Il Risorto e la Madre, testimonianza bizantina
Esemplare unico: due affreschi di inestimabile valore storico nella Chiesa dell’Immacolata.
La Chiesa dell’Immacolata, una volta parrocchiale dedicata alla “Mater Domini”, conserva due affreschi di inestimabile testimonianza storica per la ricostruzione della vita religiosa delle nostre contrade, nei primi secoli dopo il Mille. Essi sono: 1. La Madonna di Novoli, affresco databile, secondo qualificati esperti all’XI-XII sec., della Scuola giottesca tarantina o del Lorenzetti. Scoperto nel 1865, in seguito alla demolizione dell’altare centrale che lo aveva tenuto nascosto per secoli. … 2. L’annuncio a Maria dell’avvenuta Risurrezione del Figlio. Verso il 1951, volendo allungare la chiesetta per renderla più accogliente e spaziosa, si rese necessario abbattere il muro dell’abside (quello del 1865) e qui, venne alla luce il secondo affresco. Al momento della scoperta erano quattro i conci che componevano l’affresco; furono salvati dal piccone la parte superiore (2 conci) e la parte inferiore (1 concio), mentre il penultimo concio fu tutto sbriciolato. Si misero insieme i conci e si tentò di dare un nome all’affresco. In un primo momento, fu catalogato parte dell’apparizione dei tre Personaggi ad Abramo alle quercie di Mambre. Successive comparazioni e riflessioni – in primo luogo la visita di papas Donato Giannotti, Parroco della Chiesa Greco-bizantina “S. Nicola” di Lecce negli anni ’90 del secolo scorso – fornì una nuova chiave interpretativa all’affresco: esso rappresenta l’annuncio a Maria dell’avvenuta risurrezione del Figlio, che secondo la tradizione bizantina, era avvenuta il martedì. Secondo una tradizione greco-bizantina – affermava papas Giannotti – Gesù nel celebrare quella Pasqua, ultima della sua vita terrena, consumò solo le azzime, e la prima coppa del vino, transustanziandoli nel suo Corpo e nel suo Sangue. Poi si alzò da tavola e andò nel giardino del “Frantoio” (Getsemani).
Non consumò l’agnello perché tutte le profezie ormai erano compiute: era Lui il vero Agnello che si immolava per la salvezza di tutti; poi si avviò per portare a compimento la sua missione salvifica. Anche Maria, con alcune donne che poi troveremo ai piedi della Croce, aveva partecipato al rito della Pasqua, poi aveva seguito, il Figlio in tutte quelle ore “che hanno cambiato il mondo” e, in quel primo Venerdì santo della Chiesa, sul Golgota aveva ricevuto il mandato di custodire la Chiesa, l’ultimo respiro del Figlio e la deposizione del suo corpo esamine nel suo grembo: lo aveva mirato, baciato, adorato e lo aveva accompagnato al sepolcro. Poi … era ritornata nel Cenacolo e lì, riviveva ogni gesto del Figlio con dolore e con certezza che, secondo le Sue promesse, sarebbe risuscitato. Ora passiamo a contemplare l’affresco. Nella parte superiore si può notare la maestà dell’angelo che porta l’annunzio e la pacatezza della Donna e, nella parte inferiore, su un piano, quasi una tavola imbandita: l’orciolo del vino, il padellone per cuocere le azime, il trespolo per arrostire l’agnello e un piatto con sopra l’agnello pasquale non consumato. Anche per Novoli – come per i tanti paesini della’area bizantina – fino a metà ’700 il martedì dopo Pasqua, nello spazio retrostante questa cappella chiamato “Cutura”, si faceva la festa “te lu Riu”. Si inneggiava al Signore Risorto = Ri[tornato viv]o; veniva celebrata nei pressi di un “Sace[r i]llo” (= sacro [luogo] quello), denominato “Cutura” perché lì si distribuiva il pane cotto e l’uovo lesso, che era riferimento alla tomba sigillata (il guscio) che conteneva all’interno la vita. Comprendeva anche momenti di svago: la giostra (= lotta fra il bene e il male). Concludeva la festa la celebrazione della Sinassi Eucaristica.
Antonio Tamiano
















