Nutrire il Pianeta? Intanto troppo cibo finisce nei cassonetti
IL PEDAGOGISTA
Tocca alla Famiglia, alla Scuola e alla Chiesa condurre ad una battaglia culturale…
…E SE CADEVA A TERRA UN PEZZO DI PANE LA MAMMA LO BACIAVA
Leggevo in un comunicato/rapporto dell’Expo-Milano di quest’anno che otto miliardi di euro di cibo all’anno sono gettati nella spazzatura. In una civiltà basata sul consumo questo potrebbe voler dire tante cose. Una lettura possibile è che ci sia una produzione esagerata di prodotti relativi al cibo e all’alimentazione, oppure pensiamo, più realisticamente, ad una comunità che gestisce le risorse economiche come simbolo sociale di agiatezza e di abbondanza. Un’altra lettura più semplice è che si compri per sopravvivere in maniera civile. Mi torna un ricordo personale di un modo di rapportarsi al cibo. Circa quarant’anni fa, quando eravamo seduti (noi cinque figli e i due genitori) al tavolo per il pranzo, talvolta cadeva dal tavolo o del pane o della frutta e mia madre li raccoglieva, li puliva col tovagliolo o con l’acqua del rubinetto e poi, prima di mangiarli, li baciava. Perché? Non glielo abbiamo mai chiesto né lei lo ha spiegato. Se lo avesse fatto, penso che ci avrebbe detto: è grazia di Dio e non va sperperata. Oggi la cultura è diversa in quanto conosciamo la penuria che si trova nella nostre città e in altri contesti per cui talvolta già acquistiamo cibo in più del necessario con l’intenzione di passarlo a realtà sociali private. È superfluo aggiungere che anche nelle nostre realtà periferiche, grazie soprattutto al ruolo sociale e di mediazione, oltre che di stimolo, della Chiesa, sappiamo chi può fare da “passamano” tra chi vive in abbondanza e chi vive in penuria. Da sempre la Chiesa ha ammonito con logica materna: “Quod superest date pauperibus” che all’inizio era letto in maniera riduttiva cioè: quel che è superfluo, eccedente, datelo agli indigenti.
Poi qualche teologo più avanzato nel sociale, pensiamo per esempio a don Tonino Bello e a padre Turoldo, ha letto quel “superest” non come eccedenza quantitativa ma come dimensione qualitativa: ciò che è migliore datelo ai poveri. Ma torniamo al punto di partenza e facciamo un piccolo esame di coscienza. Noi genitori educhiamo, o abbiamo educato, i nostri figli a questa cultura della “charitas”, nel senso pieno dell’amore per il prossimo, o siamo fermi alla versione antica della carità come piccolo dono fatto a indigenti, dono che ci salvava l’anima. Non è così. Si tratta di un atto autonomo, “della base” direbbero i sociologi, cioè di dare all’altro ciò che l’altro non ha per condizione economica e sociale. Ma tutto ciò non può considerarsi condizione miracolisticamente nata in noi e in chi ci è vicino. Si tratta, invece, di un percorso pedagogico che nella famiglia, nella scuola, nella Chiesa, nella società deve portare ad una cultura dove non si tratti di elargizione gratuita ma dell’esercizio di un dovere morale, sociale, politico che per i credenti trova nella fede l’input di una cultura della fratellanza e della condivisione del pane comune.
Giovanni Invitto

















