Pubblicato in: Ven, Mar 21st, 2014

Stagione Lirica/Orfeo ed Euridice, novità quasi assoluta a Lecce

L’opera di Gluck chiuderà il cartellone della 45^ edizione. Le arie più famose interpretate anche da Schipa.

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Novità quasi assoluta per le scene leccesi è Orfeo ed Euridice, di Christo­ph Willibald Gluck nel trecentesimo anniversario della nascita del grande composi­tore tedesco. L’opera che contiene una delle arie più famose di tutta la storia del melodramma, “Che farò senza Euridice”, interpretata peraltro magistralmente anche da Tito Schipa chiuderà il cartellone della 45ma Sta­gione Lirica della Provincia di Lecce, con la direzione artistica di Sergio Rendine. Sarà possibile assistere alle recite il 28 marzo alle 10.30 (matinèe per le scuole), sabato 29 alle 20.45 e domenica 30 marzo alle 18.

È quasi un debutto sui palcoscenici leccesi se pensiamo che l’unica edizione risale all’agosto 1975 quando fu rappresen­tata all’Anfiteatro Romano. Euridice sarà interpretata da Roberta Canzian, Orfeo da Antonella Colajanni e Amore da Valentina Coladonato. Sul podio dell’orchestra “Tito Schipa” salirà Francesco Ledda. Il coro lirico di Lecce sarà diretto da Emanuela Di Pietro. La regia è di Antonio De Lucia, le scene di Daniele Barbera, light designer Iuraj Saleri. Nell’opera una parte rilevante è ri­servata alla danza, affidata al Balletto del Sud con le coreografie di Fredy Franzutti e con la partecipazione straordinaria di Carla Fracci, l’icona della danza italiana nel mondo.

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L’“Orfeo ed Euridice” fu rappresen­tato per la prima volta al Burgtheater di Vienna il 5 ottobre 1762. Rispetto alla vicenda narrata nel mito, però, il finale in questo caso è lieto. Nel terzo atto, dopo un recitativo dispera­to, Orfeo intona la celebre aria “Che farò senza Euridice”, sublimando il proprio dolore nella melodia dell’aria strofica. Invocando la sposa, decide di togliersi la vita, ma interviene Amore: gli dèi, commossi, gli restituiranno Euridi­ce. L’ultimo quadro celebra il lieto fine in un “magnifico tempio dedicato ad Amore”, come in un vaudevil­le da opéra-comique.

La nascita dell’opera si data al 1762, quando Ranieri de Calzabigi, giunto a Vienna, fu spinto a collaborare con Gluck dal conte Giacomo Durazzo, Direttore generale degli spettacoli al servizio della corte imperiale. A Vien­na lavorava anche un altro italiano, il coreografo Gasparo Angiolini, il cui progetto artistico era quello di infon­dere nella danza la “verità espressiva”: insieme a Gluck e a Calzabigi aveva creato, nello stesso anno, il balletto pantomima Don Juan ou Le festin de pierre. Protagonista dell’“azione teatrale” (ovvero un’opera su soggetto mitologico, con cori e danze incorpo­rati, dedicati ad una circostanza, ov­vero una festa in questo caso allestita per il giorno onomastico dell’impera­tore) fu Gaetano Guadagni, castrato contralto che aveva studiato a fondo la declamazione; era un interprete aggiornato, moderno, discepolo di David Garrick, l’attore che il coreo­grafo Noverre indicava come esempio per la sua capacità di identificarsi nel personaggio.

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Il concorso di personali­tà simili, e la coscienza teorica espressa succes­sivamente soprattutto da Calzabigi, hanno legittimato la defini­zione di “riforma” del melodramma, valida per questa come per le altre collaborazioni successive del poeta con il musicista, ovvero una riduzione dell’azio­ne drammatica, con il superamento delle trame dell’opera seria italiana, dei suoi eccessi vocali, e ripristinando quindi un rapporto più equilibrato tra parola e musica. La vicenda del­l’“Orfeo” è lineare e molto semplice, sviluppata in poche scene che formano quadri fra loro contrapposti; i perso­naggi sono solamente tre (anche nelle feste e azioni teatrali di Metastasio spesso i personaggi sono pochi).

Reduce dal successo parigino di “Iphi­génie en Aulide”, Gluck rielaborò la partitura, e la nuova versione, su libretto francese di Pierre Louis Moli­ne (sulla scorta di quello di Calzabigi), che andò in scena a Parigi il 2 agosto 1774 con l’aggiunta di nuovi brani vocali e stru­mentali. Nel 1859 fu invece Hector Berlioz a cercare di attualizzare, per il Théâtre Lyrique di Parigi, l’opera attra­verso alcune sostanziali modifiche. La versione che si ascolterà a Lecce, esemplata sulla scorta dell’edizione di Berlioz del 1859, è stata riela­borata dal compositore Sergio Rendine per la stagione Lirica di Lecce e sarà una prima esecuzione assoluta, tanto da essere già nota negli ambienti musicali come “Versione di Lecce”ovvero Nuo­va Edizione in due atti.

Maria Agostinacchio

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