Padre Pio… Sacerdote santo, Vittima perfetta
MEMORIE DI LUCIA IADANZA…
Prima della Veglia di Natale, Padre Pio si intratteneva con la gente e il suo viso appariva già trasfigurato. Lucia Iadanza, sua figlia spirituale, ricorda, in alcune pagine di Diario, un fatto strepitoso accaduto la notte del 24 dicembre 1922. “I frati avevano portato un grande braciere in sacrestia e molte persone stavano intorno per scaldarsi. Recitavamo il rosario in attesa della Messa.
Padre Pio pregava in mezzo a noi. Ad un tratto, in un alone di luce, tra le sue braccia vidi apparire Gesù Bambino. Il volto del Padre era trasfigurato, i suoi occhi rivolti a quella figura di luce che aveva tra le braccia, le labbra aperte in un sorriso stupito. Quando la visione svanì, il Padre, da come lo guardavo, si rese conto che avevo visto tutto. Mi si avvicinò e mi disse di non parlare con nessuno”.
NASUTI: “MONS. D’AMBROSIO MI SCELSE PER LA RECOGNITIO”
Come già riferito sul numero scorso del nostro Settimanale, don Michele Nasuti ebbe un ruolo di primo piano nella Causa per la Beatificazione di Padre Pio, in quanto nel 1983 fu nominato notaio dall’Arcivescovo di Manfredonia mons. Valentino Vailati. Svolse, pertanto, il compito di documentare ufficialmente quanto conosciuto dal Tribunale sulle virtù e i miracoli del Frate mediante le numerose deposizioni dei testimoni. Ecco la continuazione dell’intervista.
L’Istruzione per lo svolgimento delle inchieste diocesane nelle Cause dei Santi Sanctorum Mater, emanata dall’apposita Congregazione, prevede che il Notaio trascriva le dichiarazioni dei testi e rediga gli atti dell’inchiesta: concretamente, cosa richiedeva la sua funzione di Notaio?
L’attività è stata faticosa, meticolosa e lunga, in quanto consisteva nel registrare a mano tutto ciò che veniva riferito dai testimoni; poi, un dattilografo trascriveva e stampava tali documenti, in seguito rilegati. Ricordo ancora la fatica nel dover firmare tutte le pagine… Fu una grossa responsabilità quella che il Vescovo mi assegnò, tuttavia ne sono ancor oggi molto onorato e riconoscente. Soprattutto al Signore, in quanto ho potuto ricredermi sul conto di San Pio, che anch’io ora, certamente, definisco tale.
Quali furono i criteri per raccogliere le testimonianze?
Bisognava aver avuto una conoscenza diretta di Padre Pio: così furono scelti coloro che ebbero più contatti o che addirittura vissero con lui; moltissimi altri riferivano di aver ricevuto grazie per sua intercessione. In realtà, diverse testimonianze erano simili e reiteravano fatti già noti, tanto meno ogni caso poteva essere registrato nei seppur concentrati documenti, poiché non si possono riportare particolareggiatamente 86 anni di vita.
Prima di chiudere l’inchiesta si dovette poi effettuare la ricognizione canonica delle spoglie mortali del Servo di Dio, per confermare l’autenticità e documentare la conservazione delle “reliquie”. Anche lei appartenne alla “Commissione per la Recognitio”…
Mons. D’Ambrosio mi scelse nel 2006/07 perché mi ero già occupato della Causa dal 1983 fino al ‘90, anno in cui terminò il processo diocesano. Ricordo che mons. Domenico era divenuto nostro Vescovo diocesano da pochi giorni; rammento poi che durante una cerimonia pubblica a San Giovanni Rotondo gli consegnammo i volumi dell’inchiesta: enormi, rilegati con copertina bianca. Ora sono conservati a Roma depositati negli uffici della Congregatio de Causis Sanctorum. In seguito, per vigilare sull’andamento della ricognizione, fui nominato Promotore di Giustizia o della Fede, che secondo l’art. 56 della suddetta Istruzione, deve appunto “vigilare affinché si osservi fedelmente quanto prescritto dalla legge nell’istruire la causa” ed “esaminare se siano stati raccolti in maniera esauriente tutti gli atti e documenti relativi all’oggetto dell’Inchiesta”.
Quali difficoltà emersero durante la Recognitio?
Si era deciso di non smembrare il corpo del Santo, in quanto, si sa, la salma non era del tutto intatta, anzi si presentava già piuttosto corrotta. Soprattutto, i piedi erano alquanto ricoperti di acqua e fango. Con non poca fatica, si pose dapprima il corpo nell’alcool per una settimana, poi lo si ripulì accuratamente e lo si svestì completamente degli abiti funerari, in quanto ormai deteriorati ed inservibili. Si poteva riconoscere la stola, il crocifisso, la Regola. Aveva ancora la barba e alcuni tratti del volto, le sopracciglia e la pelle della fronte erano intatti, non gli occhi che purtroppo si presentarono molto incavati, né il naso… Quando il corpo è stato rivoltato, la parte bassa della schiena, piuttosto appiattita dati i quarant’anni trascorsi dalla morte, era inspiegabilmente rosea e i medici subito prelevarono un campione di pelle per analizzarlo. Le mani si erano conservate meglio, perché mantennero la pelle e le ossa, anche se erano staccate dalle braccia. Il cuore si presentava squarciato, se ne notavano i vari pezzi e più di tutti la valvola mitralica ma poi fu ricomposto: un’operazione molto toccante e coinvolgente. Tutto il resto del corpo venne fasciato, in quanto era intenzione del bio-chimico Nazzareno Gabrielli di non mummificarlo, ma di preservarne lo stato di conservazione del momento dell’esumazione.
A cura di Christian Tarantino


















