Storia Locale/Sepolture nelle tombe della Cattedrale di Lecce
La testimonianza d’archivio che veniamo ad analizzare quest’oggi in realtà è un “corpus” di 10 documenti (Archivio del Capitolo Cattedrale di Lecce, Mazzo XXX n. 3), datati tra il 17 gennaio e il 25 febbraio 1858, che constano in richieste di sepolture in sepolcri situati presso alcuni altari della Chiesa Cattedrale, presentate al Vescovo di Lecce Mons. Nicola Caputo (1819-1862) da laici, alcuni dei quali nobili, e da sacerdoti.
Lo spunto viene dall’articolo 3° del Real Decreto del 5 gennaio 1857, col quale si permette a ciascuno di poter acquistare il diritto del sepolcro gentilizio in una qualunque Chiesa posta dentro la città. Ogni singolo documento è accompagnato dalla relativa concessione rilasciata dal Vescovo il quale si firma semplicemente come Nicolaus. Tra i laici troviamo Giovanni Grassi e Ferdinando Candido, proprietari domiciliati a Lecce, Francesco Camassa con la moglie Concetta Mazzeo e i fratelli germani Vincenzo e Francesco Giangrande con la moglie Raffaela Mazzeo tutti della città di Lecce, Giovanni Nocco e Pasquale Spezzaferri di Lecce, D. Saverio Perrone fu Pasquale e D. Gregorio Franco fu Oronzo, ambi di Lecce, Raffaele Sforza, Michele Lupinacci, Francesco Saverio Lupinacci, Raffaele Riello tutti di Lecce, i Baroni Martucci di Lecce, Giovanni Pranzo di Lecce, Luigi Calogiuri e mastro Agostino Indino. Tra i sacerdoti annoveriamo Don Vincenzo Fazzi, Don Salvatore Pranzo, Don Domenico Oronzo Gatto, Don Andrea Quarta.
Le risposte (e quindi le concessioni) da parte del Vescovo Caputo spaziano dal 18 gennaio all’11 febbraio e sono in numero di 8; da ciò consegue che due delle richieste non hanno avuto riscontro, più nello specifico sono quelle di Giovanni Grassi e Fernando Candido e quella di Don Salvatore Pranzo, Don Domenico Oronzo Gatto, Don Andrea Quarta e mastro Agostino Indino. Per quest’ultima è necessaria una precisazione: essa è redatta in duplice copia, diversa per scrittura e per struttura, ma di medesimo contenuto e ugual datazione. La prima è priva di risposta, mentre la seconda è corredata della medesima. Dall’analisi più approfondita dei documenti emergono elementi interessanti, in particolare presso quali altari della Cattedrale fossero ubicate le sepolture.
Giovanni Grassi e Ferdinando Candido “implorano da S. E. R.ma avere il patronato del sepolcro posto ai piedi dell’Altare di S. Giusto in cornu Epistolae”; Francesco Camassa, Vincenzo e Francesco Giangrande “supplicano l’E. V. Rev.ma conceder loro il diritto di patronato in una delle due sepolture poste sotto quell’arco della Chiesa Cattedrale, che guarda l’altare a S. Carlo Borromeo, e propriamente quella che è rimpetto alla parte destra del medesimo altare”; il sacerdote Don Vincenzo Fazzi “supplica l’E. V. Rev.ma di concederli la sepoltura che appartiene all’altare suddetto (in precedenza descritto come “S. Antonio di Padova il di cui altare è posto nella Cattedrale a canto alla porta della Sagrestia”); Giovanni Nocco e Pasquale Spezzaferri “pregano l’E. V. Rev.ma (…) che sia loro permesso riaprire il sepolcro che si trova nel Duomo a mano dritta quando vi si entra per la porta piccola dell’Atrio”; Don Saverio Perrone e Don Gregorio Franco “supplicano accordarli la sepoltura che trovasi in questa Cattedrale ai piedi del pilastro che divide i due Altari S. Giovanni Battista e l’Annunziata”; i sacerdoti Don Salvatore Pranzo, Don Domenico Oronzo Gatto e Don Andrea Quarta e mastro Agostino Indino “espongono che (…) trovandosi in questa Cattedral Chiesa (…) un (sepolcro (N. d. A.)) sito nella porta di ingresso detta delle Pentite a man sinistra, benignarsi conceder loro tal grazia”; Raffaele Sforza, Michele Lupinacci, Francesco Saverio Sforza e Raffaele Riello “pregano l’E.a Vostra R.ma di volersi benignare accordargli una delle due Sepolture poste sotto l’arcada, che corrisponde alla porta del Calvario, e propriamente vorrebbero quella che attacca col terzo pilastro della Chiesa, pilastro ch’è posto dirimpetto all’altare di San Fortunato”; la famiglia dei Baroni Martucci di Lecce “supplica V. E. che (…) conceda (…) nella sepoltura adiacente alla scala del pulpito maggiore nella Cattedrale”; Giovanni Pranzo e Luigi Calogiuri “bramando avere in quella Cattedral Chiesa il sepolcro (…) desidererebbero quello che è posto all’altare di S. Giovanni Battista in Cornu Evangeli”.
Terminata l’analisi dell’insieme dei documenti riguardanti le sepolture è possibile tracciare un bilancio o comunque evidenziare alcuni concetti essenziali ma importanti. Il primo dato che si evidenzia è come il discorso dei sepolcri riguardasse sia i laici che i sacerdoti. La seconda considerazione è che questi documenti ci permettono di definire meglio i soggetti coinvolti nella richiesta di sacelli, cioè dare loro una identità e una collocazione storica sociale e religiosa (a seconda dei casi), escludendo da ciò, per ovvi motivi, il Presule dell’epoca.
L’ultimo elemento da sottolineare, ma non meno importante anzi forse fondamentale, è la ulteriore conferma che i documenti se analizzati in maniera attenta puntuale e appropriata riescono a fornire non solo direttamente risposte ai nostri interrogativi ma indirettamente soddisfano domande indirette o implicite che attendevano risposta magari da molto tempo. Nel caso specifico attraverso la lettura delle carte è possibile, per esempio, ricostruire, seppur parzialmente, la ubicazione di alcuni degli altari presenti nella Chiesa Cattedrale, fornendo materiale di confronto con la situazione all’oggi e permettendo, al contempo, di avere una, seppur circoscritta, istantanea della distribuzione delle sepolture ivi presenti.
Giacomo Cominotti
















