PAGINE DI VITE SACERDOTALI, PAGINE DI STORIA
FARE MEMORIA CON L’OCCHIO AL FUTURO
In occasione del 50° Anniversario di Ordinazione dell’Arcivescovo, L’Ora del Salento fa dono di un primo florilegio dedicato ad alcune figure presbiterali (una per ogni città) che hanno scritto, con la fede, la cultura, la preghiera, il servizio e la testimonianza, le più recenti vicende della nostra Chiesa di Lecce.
ARNESANO
RAFFAELE PERRONE… FEDELTÀ EROICA A MONS. PETRONELLI
Ho conosciuto di persona mons. Raffaele Perrone solo negli ultimi due anni della sua vita sacerdotale trascorsi ad Arnesano, suo paese natale. Sono gli anni 1958- 1960. Ero parroco da due anni e quindi ebbi modo di ammirare le sue doti di sacerdote serio, discreto, colto, saggio, disponibile e soprattutto un sacerdote pieno di fede vissuta e testimoniata fino alla morte. Ho ammirato questa fede notando la sua accettazione della malattia grave e improvvisa. Ha voluto ricevere solennemente il viatico (unica volta nella mia lunga vita sacerdotale), con una partecipazione pubblica e numerosa di fedeli raccolti e commossi; lo ero anch’io tanto che mi permisi di chiedere la sua benedizione per me e per i fedeli presenti. Morì dopo pochi giorni. Era il 24 novembre 1960; aveva 62 anni, 37 di vita sacerdotale tutti spesi con senso di responsabilità e di servizio a favore del popolo di Dio nei vari incarichi affidatagli. Compì gli studi prima nel Seminario Vescovile di Lecce e poi nel Pontificio Seminario Romano del Laterano; fu ordinato sacerdote da mons. Gennaro Trama il 25 luglio 1923. Fu poi nominato viceparroco nella Cattedrale di Lecce dove era Vicario perpetuo mons. Francesco Petronelli. Questi notò subito le virtù sacerdotali del suo giovane collaboratore tanto che, quando fu eletto vescovo di Avellino nel 1929 volle portarlo in quella sede episcopale come suo segretario particolare, e quando lo stesso Vescovo nel 1939 fu trasferito nella Diocesi di Trani- Barletta, lo nominò suo Vicario Generale. Fu vero collaboratore prudente e valido, un vero pastore.
Il 18 settembre 1943 si meritò la medaglia con questa motivazione: “pur essendo infermo accorreva al fianco del suo superiore Arcivescovo di Trani, e saputo che questi offriva la sua vita per salvare quella di cinquanta cittadini, che il nemico si disponeva a fucilare per feroce e ingiustificata rappresaglia, si accingeva spontaneamente a condividerne la sorte. Esempio di serenità e carità cristiane”. Dopo la morte del suo Arcivescovo continuò a servire la Chiesa nella Diocesi di Oria coadiuvando il Vescovo come Vicario Generale. La morte prematura del fratello Domenico e quella dello zio già Arciprete, lo decisero a tornare nel suo paese natale. Era l’anno 1958; aveva 62 anni e poteva quindi dare ancora nella sua Diocesi, mettendo a disposizione la sua esperienza. Difatti il Vescovo Minerva, conoscendo le doti di mente e di cuore, lo designò assistente diocesano dell’azione cattolica unione donne e il 15 Agosto 1959 gli conferì la nomina di canonico penitenziere. Fu un periodo carico di meriti e di buone opere. Purtroppo una improvvisa e brutta malattia infranse tutta la sua buona volontà e in pochi mesi lo portò alla morte. Volle lasciare un ricordo: mi donò l’inginocchiatoio che fu di mons. Petronelli. Lo custodisco religiosamente.
Mario Vetrugno
CAMPI SALENTINA
CARMINE MACI… INTERPRETE ATTENTO DEL SUO TEMPO
Credo che a Campi Salentina il prete più amato in assoluto dalla comunità sia stato Don Carmine Maci. Quasi dieci anni sono trascorsi dalla sua scomparsa avvenuta il 30 ottobre del 2005; dieci lunghi anni di difficili transizioni e di trasformazioni socio-culturali che hanno scandito il cammino del paese, ma che non sono riusciti a scalfire il vivo ricordo della gran parte dei concittadini nei confronti di Papa Uccio. L’infaticabile presenza in ambito formativo e culturale dei giovani, i suoi scritti, i suoi discorsi, le sue opere ricche di raffinate esegesi, aperte al dialogo, alla riconciliazione e alla speranza, costituiscono un contributo importante all’interpretazione del suo tempo e una duratura e veritiera provocazione per il nostro. “Mi si affollano spesso nella mente – mi confida Uccio Calabrese, già presidente diocesano di Azione Cattolica – tante immagini di don Carmine che battezza, che pacatamente con la sua bicicletta raggiunge in qualunque ora il capezzale di chi sta per morire per portargli il Viatico consolatore, per alleviare il dolore e il lutto, che dirime controversie familiari; che accorre ovunque per riconciliare situazioni anche drammatiche; che entra in tutte le case, nessuna esclusa, per benedire con l’acqua santa persone e cose”. Quando negli anni successivi al dopoguerra, la Chiesa fiancheggiava disinvoltamente la Dc (allora partito unico dei cattolici), anche a Campi si verificarono forti contrapposizioni tra i sacerdoti e i laici impegnati nei comitati civici da un lato e quanti professavano invece idee anticlericali liberali e massoniche dall’altro.
In molte circostanze che presagivano veri e propri scontri, a volte anche a livello fisico, l’autorevolezza, ma soprattutto il sorriso disarmante di Papa Uccio, scongiuravano il peggio; egli, pur nell’intransigenza delle sue convinzioni, riusciva sempre a stemperare le ostilità, suggerendo alle fazioni in lotta la via del dialogo costruttivo e del pacato confronto. Anche per questo i comunisti di Campi nutrivano verso di lui rispetto, stima e alta considerazione. Ma ciò che fa sentire ancora reale la sua presenza tra noi, sono le due grandi opere da lui fortemente volute per dotare la sua parrocchia “Santa Maria delle Grazie” di strutture ricettive utili alla catechesi, come pure alla crescita della comunità: la Casa del Fanciullo di via Umberto I e la sede del Centro Italiano Femminile di Piazza Giovanni XXIII. E mi piace chiudere questo breve ricordo riportando un’altra riflessione di Uccio Calabrese: “La caratteristica della Casa del Fanciullo non era tanto la presenza della Comunità Braccianti, dell’Artigianato Cristiano, del Cif ma soprattutto la frequentazione serale dei giovani di Azione Cattolica. Canti, preghiere, incontri formativi, conferenze, teatro e ricreazione si alternavano ai vetri e ai bagni rotti e alle solenni ammonizioni di Papa Uccio, che un minuto dopo, con il sorriso sulle labbra, aggiungeva: fazza Diu; i vetri e i bagni rotti si riparano, ma se quelli (i giovani – ndr.) se ne vanno non li ripareremo più. Ecco, anche questo era mons. Carmine Maci.
Pompilio Toscano



















