Pubblicato in: Ven, Ago 22nd, 2014

Città in Festa/Oronzo, Giusto e Fortunato… Leccesi coraggiosi, veri modelli di umanità

Intervista/Con l’Arcivescovo D’Ambrosio i temi della Festa, i drammi dei giovani, gli appuntamenti del nuovo Anno Pastorale, il Ventennale della Visita Pastorale di San Giovanni Paolo II alla città nel settembre del 1994.

“Per i nostri Santi meno ceri accesi e più imitazione

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“La processione nei paesi è più partecipata, è un cammino di preghiera; nella città, invece, è diventata una grande manifestazione che tutti vedono ma che pochi seguono”. 

“Questa crisi passerà: sono fiducioso, perché mi fido non tanto delle parole degli uomini ma della Parola di Dio: “Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine dei tempi”. 

“Per ricordare il ventennale della visita di Papa Wojtyla, sarebbe bello rileggere e riproporre il ricco magistero “leccese” del Santo Padre. Sarà il modo migliore per fare memoria”. 

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La lunga estate di Mons. D’Ambrosio raggiun­ge il suo apice pasto­rale proprio in questi giorni. La festa patro­nale di Lecce gli offre ogni anno l’occasione di rivolgere alla Cit­tà, in tutta la sua complessità e in tutte le sue contraddizioni, un messaggio di speranza e di so­lidarietà verso quelle periferie esistenziali che non mancano a Lecce e in tutto il Salento.

Eccellenza, da sempre a Lecce come altrove, le feste patronali convivono con gli aspetti culturali, turistici e commerciali rischiando di snaturarsi e di perdere la bussola della religiosità e di quella fede che sa di popolo. Crede che per evitare que­sto triste fenomeno si debba tornare indietro o si debba­no piuttosto ricercare nuove strategie pastorali capaci di restituire il giusto valore alle feste in onore dei santi?

“Unum facere et aliud non omit­tere”. È evidente che le feste pa­tronali coinvolgono tutte le co­munità in un momento di gioia e di festeggiamenti ed è bello che vi sia anche una dimensione di sano divertimento, di dialogo, d’incontro. È necessario però un ridimensionamento in quanto sono convinto che questi aspetti ormai abbiano preso il soprav­vento. Buona parte di respon­sabilità è certamente interna alla Chiesa che probabilmente non ha “colto positivamente” un’occasione in cui tutto il po­polo si raduna per veicolare il messaggio. Di fatto le nostre feste patronali, si riducono a momenti celebrativi, processio­nali, spirituali, ma il tutto non è accompagnato da un’adeguata riscoperta di quelli che sono i valori che una religiosità popo­lare riesce ad esprimere e che noi Chiesa, in qualche modo, abbiamo accantonato trovando­ci a dover correre dietro ad una situazione che non è più quella di una volta. Ci siamo ritrovati ad essere impreparati ,perché non abbiamo camminato di pari passo col desiderio della gen­te di vivere la festa unitamente al messaggio da annunciare: i Santi come vie di perfezione affinché siano per noi model­li di vita cristiana. Per troppo tempo li abbiamo visti lontani, abbiamo acceso loro i ceri e li abbiamo festeggiati, ma il loro messaggio più profondo non ha colpito la nostra vita e la Chiesa ne è responsabile.

A proposito di questo, che differenza trova nella diocesi tra la città e i paesi?

Sì, qualche piccola differenza tra i paesi e la città esiste. Nei paesi si riesce a coinvolgere più gente magari anche nelle cele­brazioni. C’è una partecipazio­ne diversa, forse più sentita che potrebbe far riprendere il dialo­go per rimettere al centro alcuni valori che la religiosità di un popolo esprime. La città, inve­ce, è frastornata, presenta il suo specifico volto. E poi, la proces­sione nei paesi è più partecipa­ta, è un cammino di preghiera; nella città, invece, è diventa­ta una grande manifestazione che tutti vedono ma che pochi seguono e per quei pochi che partecipano è un’occasione per parlare d’altro senza lasciarsi coinvolgere dalla preghiera e dalla proclamazione della Pa­rola di Dio.

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Come è nata l’idea di cele­brare alcune tappe dell’Un­dena fuori da Lecce?

Al di là di quelle che sono state le letture che la stampa locale ha voluto offrire, l’idea di ce­lebrare alcune tappe dell’Un­dena fuori Lecce, cambiando rispetto agli scorsi anni in cui si invitavano le parrocchie della diocesi ed i gruppi a partecipa­re nella Cattedrale, è un’idea che è nata avendo considerato che S. Oronzo è patrono di tut­ta la diocesi. Abbiamo pensato di spostarci nelle tre vicarie ex­traurbane, per far riscoprire a tutti un intercessore comune da pregare e da invocare. La sua prima testimonianza è il mar­tirio, il primato della fede che in questi luoghi fu annunziata e predicata per prima e far sentire alla gente quello che la storia e l’arte ci tramandano. Non c’è paese, non c’è parrocchia in cui non vi sia un’immagine, una tela, un’iscrizione che richiama alla devozione che da sempre accompagna la vita della dioce­si di Lecce nei riguardi del suo Patrono. Per questo abbiamo voluto coinvolgere la diocesi nella preghiera con il Vescovo.

Eccellenza, più volte, in oc­casione delle feste patronali a Lecce, lei ha richiamato al dovere evangelico della ca­rità. Anzi, proprio in questi giorni nei quali le famiglie si consegnano alla spensiera­tezza e al divertimento sug­geriti dal clima festaiolo, lei invita a ricordarsi dei pove­ri, di chi vive nelle periferie esistenziali: detenuti, immi­grati, disoccupati… Come coniugare festa e carità in un momento storico in cui il senso della solidarietà troppo spesso cede il passo all’egoismo e alla paura del futuro?

Nella nostra Chiesa e nella no­stra terra la solidarietà è auten­tica, attiva, non manca la condivisone. Ne esistono, infatti, numerose espressioni nelle no­stre comunità verso chi vive ai margini. Ritengo che, in questo momento storico dovremmo vin­cere un po’ la paura del futuro, ma questo non può essere solo sforzo della Chiesa. La paura per il domani si vince solo se a livello concreto con l’ausilio di coloro che hanno il potere e il dovere di accompagnare la cre­scita e lo sviluppo delle comuni­tà, impegnandosi veramente per creare situazioni in cui non vi è rifugio nel privatistico e nell’e­goismo per garantirsi il minimo esistenziale. Troppe promesse vengono fatte, ma i dati sulla povertà, giorno per giorno, van­no sempre più giù. Ormai non si parla più di crescita zero ma addirittura di crescita sottozero. Probabilmente, se vi fosse una politica un po’ diversa capace di riagguantare i brandelli di speranza che ancora persistono, forse si faciliterebbe l’apertura a gesti di solidarietà. Ma è pur vero che molti fanno delle loro briciole, un pegno di solidarietà per chi non ha nemmeno quelle da raccogliere.

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Ma, a suo avviso, quando passerà questo grave mo­mento di crisi? Non crede che il messaggio evangelico sarebbe ancor più efficace se le persone vivessero una se­renità economica e sociale?

Non sappiamo quando, tuttavia sono fiducioso, passerà perché mi fido non tanto delle parole degli uomini ma della Parola di Dio: “Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine dei tem­pi”. Personalmente ho questa certezza: la povertà materiale è terreno fertile per accogliere la Parola di Dio però se fosse accompagnato anche dalla cer­tezza del pane quotidiano essa avrebbe tutto un alto sviluppo e un’altra accoglienza.

In che modo il Sinodo dei giovani, da lei annunciato, potrà dare risposte anche sul versante della speranza e della fiducia nel domani?

Proprio in questo periodo stia­mo redigendo con l’aiuto di sociologi un questionario che verrà distribuito all’inizio del prossimo anno scolastico a tutti gli studenti ma anche ai meno giovani. Lo lanceremo a settem­bre proprio per garantire una diffusione capillare. Gran par­te delle domande riguardano il futuro, gli studi universitari, la scelta di un lavoro. D’altra par­te, anche i piccoli tentativi che la nostra Chiesa sta facendo in fondo proseguono su questo ver­sante per offrire la possibilità di un lavoro, per aiutare i giovani a non pensare che il tutto verrà dall’alto, dal Governo o dalle istituzioni, ma verrà soprattutto dall’inventiva propria di ognu­no e dalla capacità di guardare oltre il presente per riuscire a trovare, con l’ausilio della no­stra esperienza, una realizzazio­ne sul piano occupazionale ed esistenziale.

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Cosa pensa a proposito dei tanti ragazzi che decidono di “fuggire” dalla nostra terra perché qui non trovano nul­la che li aiuti a progettare la loro vita? Crede che sia faci­le “inventarsi” un lavoro? E con quali rischi?

Personalmente sono dell’avviso che lì dove siamo nati è là che dobbiamo mettere in atto tutte le nostre potenzialità. Ovvero: non si scappa! Ma è pur vero che di fronte ad una situazione in cui non trovi nulla e sei costretto ad aspettare e a fare la fame, non hai voglia di sentirti dire parole di condanna perché fuggi. Non possiamo accanirci sulla situa­zione esistenziale. Non è facile inventarsi un lavoro, ma i gio­vani sono creativi per natura e per età. Vi sono numerosi esempi anche in campo informatico, di piccole cooperative in ambito agricolo. Forse andrebbero so­stenuti un po’ di più e qui sareb­be gradito un supporto da parte delle istituzioni, con contributi cui aggrapparsi. Però, proba­bilmente, anche i giovani sono vittime dell’attuale situazione di pessimismo e di paura.

Che cosa possiamo chiede­re ai ricchi, agli imprenditori del Salento perché questo territorio possa spiccare il volo? Crede davvero che il turismo sia l’unica “occasio­ne” per questa terra?

Ritengo che sia una grossa oc­casione e soprattutto un dono del Signore. Il turismo può ge­nerare ancora ulteriori possi­bilità. Si tratta solo di essere un po’ meno egoisti da parte di coloro che hanno il potere di organizzare, di gestire delle strutture, di saper dividere e condividere. Chiediamo a chi ha qualche euro in più di farlo fruttare a favore del prossimo, abbandonando senza timore, senza i sentimenti egoistici che impediscono di mettersi a ser­vizio degli altri. È un discorso un po’ ostico, ma che ha la sua valenza per un imprenditore cri­stiano, anzi, quasi un obbligo.

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Eccellenza, quali saranno gli appuntamenti più significati­vi del nuovo anno pastorale che sta per iniziare?

Quest’anno vi sono quattro pun­ti fermi nel nostro programma pastorale. In primis il Sinodo dei giovani che ci vedrà impe­gnati in maniera costante. Poi, il Sinodo straordinario sulla fa­miglia (ottobre 2014), dal quale attendiamo risposte e proposte che quand’anche non dovreb­bero risultare esaustive. L’anno venturo vi sarà l’altro Sinodo ordinario sempre sui temi della pastorale familiare che mette­rà sull’agenda tutti i temi sca­turiti da quello straordinario e li approfondirà. Poi, vivremo l’Anno della Vita Consacrata durante il quale ci impegneremo nel presentare a tutta la nostra comunità il valore e la ricchezza di questo segno profetico, la fe­deltà ai tre consigli evangelici: povertà, castità ed obbedienza. Porremo un’attenzione privile­giata a questa dimensione che nella Chiesa ha donato tanto e che attualmente attraversa mo­menti di crisi anche superiore a quella delle vocazioni sacerdo­tali. Tutto ciò sarà quasi come un debito da estinguere, un im­pegno da donare a chi ha già dato tanto e tanto continua a dare. Chiederemo ai consacrati un servizio maggiore nella vita della diocesi al fine di liberarli anche da quell’isolamento che è un po’ tipico della vita religio­sa, per effetto del quale si bada più al proprio Ordine ed alla propria Congregazione e meno alla realtà ecclesiale in cui sono chiamati a vivere il proprio ca­risma. Infine, saremo tutti impe­gnati nella preparazione e alla partecipazione al quinto Conve­gno ecclesiale di Firenze.

Vent’anni fa la visita di San Giovanni Paolo II alla nostra Chiesa: non ha mai pensato di invitare Papa Francesco nel Salento per fargli ascol­tare il “grido” di dolore della nostra gente?

Sinceramente non ho mai pen­sato di invitare Papa Francesco in quanto i suoi impegni sono davvero numerosi ed anche per la sua innata predilezione ver­so le periferie esistenziali. La nostra Chiesa particolare non è una periferia come intende il Santo Padre. Sarebbe oltremo­do bello poterlo ospitare qui a Lecce, ma credo che insistere su questo proposito nei riguardi di chi deve guardare alla Chie­sa tutta sarebbe solo un atto di egoismo. Il Papa potrà seguirci ugualmente: ad esempio sarà coinvolto direttamente nel corso del Sinodo dei giovani in quanto saranno attuate alcune iniziati­ve per le quali i giovani potran­no incontrarlo di persona. Per ricordare poi il ventennale della visita di Papa Wojtyla, sarebbe bello rileggere e riproporre il ricco magistero “leccese” del Santo Padre. Ritengo sia que­sto il modo migliore per far memoria della Visita Pastorale di questo santo Papa. Fui pre­sente anch’io grazie all’invito di mons. Ruppi, del quale ero suc­cessore a Termoli. Fui presente la sera dell’accoglienza in piaz­za S. Oronzo, alla celebrazione eucaristica dello Stadio e poi al pranzo con il Pontefice in Epi­scopio. Fu un momento ricco di significato, una straordinaria ventata di Spirito Santo che la Chiesa di Lecce ha ricevuto: ba­sti pensare al fuori programma dei giovani che la sera erano in piazza Duomo.

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Quali appuntamenti sono proposti per fare memoria?

Inizieremo la settimana delle celebrazioni con una messa so­lenne in Cattedrale domenica 14 settembre. Proseguiremo con una mostra fotografica con una testimonianza di Dino Boffo che fu molto vicino al Santo Padre negli anni in cui dirigeva Avve­nire. Poi assisteremo al musical “Non abbiate paura” ideato dal nostro don Giuseppe Spedicato. Il tutto si concluderà con il So­lenne Pontificale domenica 21 settembre in Cattedrale, presie­duto dal card. Angelo Sodano, che per lunghi anni ricoprì la carica di Segretario di Stato in Vaticano durante il Pontificato di Giovanni Paolo II: una testi­monianze immediata di una per­sona che ha toccato con mano la ricchezza spirituale, la forza, la santità di questo grande dono che il Signore ha elargito alla Chiesa del XX secolo. 

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