Pubblicato in: Sab, Ott 17th, 2015

Per uno straniero che arriva tre italiani in fuga

Italiani nel Mondo/La decima edizione dello studio della Fondazione Migrantes. In partenza giovani ma anche qualche anziano. 

migrantes

SEN. CLAUDIO MICHELONI: “Si emigra per bisogno, perché è il nostro Stato a non funzionare. Il migrante, non è colui che ci mette di fronte alle nostre responsabilità mancate?”. 

C’è un’Italia che non va, che stenta a ripren­dersi, che è soffocata dalla morsa della disoccupazione quella che si nasconde dietro gli oltre 100mila nostri con­cittadini italiani che lo scorso anno hanno preferito lasciare il Paese. Sono in prevalenza uo­mini (56,0%), celibi (59,1%), tra i 18-34 anni (35,8%), partiti principalmente dal Nord Italia per trasferirsi, soprattutto, in Europa. Sono i dati che emer­gono dal Rapporto “Italiani nel Mondo” presentato a Roma dalla Fondazione Migrantes e giunto quest’anno alla 10ma edizione. Dunque l’Italia non ha cessato di essere, come lo era in passato, Paese di emi­grazione. Sono circa 5 milioni i cittadini italiani residenti all’estero e, pur restando indi­scutibilmente primaria l’origine meridionale dei flussi, si sta progressivamente assistendo a un abbassamento dei valori percentuali del Sud a favore di quelli del Nord Italia. La Sicilia con 713.483 residenti è la prima Regione di origine degli italiani residenti all’estero ma il confronto tra i dati degli ultimi anni, pone in evidenza una marcata dinamicità delle Regioni settentrionali, in partico­lare della Lombardia (+24mila) e del Veneto (+15mila). L’Italia – si legge nel Rapporto di Mi­grantes – sta vivendo una delle più lunghe recessioni economi­che e occupazionali. I giovani, i lavoratori, le famiglie, persino gli anziani sono in partenza. L’analisi del decennio mostra chiaramente questa escala­tion: in 10 anni si è passati dai 3.106.251 iscritti all’Aire (dato del 2006) ai 4.636.647 del 2015 con una crescita del +49,3% in 10 anni. Tra i numerosi dati del Rapporto colpisce la forte crescita degli studenti italiani che scelgono di partire per un periodo di studio all’estero: sono 1.800 i ragazzi partiti con Intercultura per l’anno 2014-2015. Anche tra i laureati, il fenomeno dell’emigrazione per ragioni lavorative è tendenzial­mente in crescita negli ultimi anni.

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Si parte perché all’estero ci sono maggiori prospettive di guadagno (7,4 in media contro 6,2 su una scala 1-10) e di carriera (7,4 contro 6,3), di flessibilità dell’orario di lavoro (7,7 contro 6,9) e di prestigio (7,6 contro 6,8). Le mete prefe­rite sono Regno Unito (16,5%), Francia (14,5%), Germania (12%) e Svizzera (12%). Ma se i giovani partono, l’Italia si trova a diventare un Paese per vecchi. È il prof. Alessandro Rosina, docente di demografia all’Università Cattolica, a sot­tolinearlo. Un Paese colpito da una bassa natalità e con un calo demografico pari a 250mila giovani ogni anno. Ad aumen­tare sono invece due categorie di giovani: i neet (“giovani che non studiano e non lavorano” ed “emblema dello spreco italiano del capitale umano”) e gli “expat” con titoli di studio medio-alti, per questo maggior­mente esposti alla disoccupa­zione, quindi “bravi ma senza prospettive” e dunque pronti a espatriare. L’Italia – secondo il professo­re – presenta così “la peggiore combinazione” per un Paese che ha un disperato bisogno di ripresa: tra “neet” inattivi e scoraggiati ed “expat”, cioè talenti che se ne vanno. Come rispondere alla sfida? “Certa­mente non fermando l’uscita”, risponde Rosina. Ma cercando di “valorizzare il capitale uma­no sostenendo la scelta di chi vuole rimanere” e “favorendo chi vuole tornare” con progetti che “possano attirare non solo chi ha fallito ma soprattutto chi ha avuto successo perché possa riportare e rimettere in circolo nel nostro Paese competenze e professionalità maturate all’estero”. Sulla questione interviene anche il senatore Claudio Micheloni, presidente del Comitato per le questioni degli italiani all’estero del Se­nato, che ha detto: “Si emigra per bisogno, perché è il nostro Stato a non funzionare”.

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Ed ha chiesto: “Il migrante, non è forse lo specchio della nostra cattiva coscienza, colui che ci mette di fronte alle realtà del nostro Paese che non ci piacciono e di fronte alle nostre responsabilità man­cate?”. “L’anno scorso – ha fatto notare mons. Gian Carlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes – sono arrivati in Italia 33mila lavo­ratori e sono partiti all’estero 101mila italiani. Significa che ad un lavoratore che arriva, corrispondono 3 italiani che se ne vanno. Questa è la vera crisi del nostro Paese”. “Non riprendere questo dato significa non leggere politicamente e culturalmente la nostra situa­zione e, quindi, non costruire politiche familiari, lavorative e scolastiche che sappiano leggere questa realtà”. Come guardare al futuro? Mons. Perego delinea alcune vie da intraprendere: accompagnare i migranti con un associazio­nismo capace di creare rete; allargare la cittadinanza “in un momento in cui stanno emergendo chiusure e muri e un possibile blocco di Schen­gen”; guardare con occhi nuovi alla mobilità umana perché “chiusure e paure non fanno che impoverire ulteriormente e disumanizzare la storia delle migrazioni che ancora oggi sono solcate da sofferenze. Il nostro coordinatore di Londra – ha poi concluso Perego – ci parlava di due suicidi di italia­ni a Londra al mese. È un tema che chiede più politica e più cultura della migrazione”.

Maria Chiara Biagioni

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