Pubblicato in: Sab, Gen 10th, 2015

“Per voi sono Vescovo, con voi sono Cristiano”

“Risemantizzare” il territorio lanciandolo oltre le convenzioni.

Mettere in cortocircuito due lemmi che, immediatamente, indurrebbero due livelli di discorso radicalmente estra­nei tra di loro, impone innanzitutto quel minimo approfondimento, che impedisca di cadere troppo facilmente nella trappola dell’ovvietà e /o del luogo comune. A privilegiare il taglio storico-dinamico, si coglie senza difficoltà lo sviluppo, anche semantico, che i due termini ha dovuto regi­strare lungo i millenni. Val la pena di percorrerne qualche tappa, partendo dal “territorio”. Luogo segnato dalla volontà di potenza dell’uomo, dalla violenza della separatezza del limite (Ro­molo e Remo; Caino e Abele!), poi luogo di riferimento di interessi, in cui si consuma, ancora non senza conflitti, una concezione meramente “terrestre” dell’esistenza umana, ma che rende possibile, almeno potenzial­mente, l’esperienza creativa della relazio­nalità, che orienta le funzioni del territorio verso i valori dei diritti e dei doveri, sanciti formalmente. Non più il territorio quale spazio “neutro” assoggettato al dominium potenzialmente illimitato del sovrano di turno, ma luogo espressivo di valori e perciò valore esso stesso: habitat, ambiente in seno ai quali diritti e interessi possano ricercare le forme più adeguate del loro appagamen­to, alle condizioni storicamente date. Dal luogo geometrico-geografico, chiuso magari nelle sue linee e architetture perfette, a luogo semantico di significati e valori, luogo antropologico in cui lo “spazio” si fa tempo fenomenologico (diremmo… husserliano), in cui si rovescia il rapporto, e i popoli, con la loro storia, con la loro fede divengono ele­mento “costitutivo”. Platone, poeticamente, riferendosi alla terraferma e con lo sguardo rivolto verso le onde del Mediterraneo, dice una verità che vale anche per il nostro discorso sul territorio. Per Platone sono i popoli rivieraschi che’ formano’ il Mediter­raneo e ne costituiscono le radici, versando nel grande lago la ricchezza di una multi­culturalità, che aspira a farsi interculturalità, tramutandosi in “pluriverso dialogante”. Ma è proprio in questa confluenza, in cui si rompo­no la materialità e la pesantezza del territorio, per prendere il nome e le sembianze di “popo­lo”, che si inserisce la figura, inevitabilmente anch’essa dinamica, del Vescovo, che col “suo” popolo dà un nome nuovo al territorio, che sarà quello di “comunità”: non c’è territorio senza comunità; è la comunità e il suo Vescovo che’ fanno’ il territorio. Un’affermazione illuminante in questa direzio­ne ci è parso di cogliere nel n.177 dell’Evan­gelii Gaudium.

il Vescovo

Vale la pena di riprenderne il testo: “Il Kerigma possiede un contenuto inelu­dibilmente sociale: nel cuore stesso del Vangelo vi sono la vita comunitaria e l’impegno con gli altri. Il contenuto del primo annuncio ha un’im­mediata ripercussione morale il cui centro è la carità”. La forza trasformatrice, diremmo pure “rivoluzionaria”, del Kerigma fa confluire gli statuti e i regolamenti di un territorio entro la dinamica della carità, promossa da un popolo guidato dal suo Vescovo, primo portatore e responsabile primo del Kerigma. Non è più possibile il dominium, ancor meno del Vesco­vo, né la conquista di spazi territoriali, ma solo l’impegno della permeabilità dei valori del Vangelo e innanzitutto della “carità”. Viene riproposta qui la tensione bipolare tra la ‘pienezza’ e il ‘limite’. Papa Francesco lo fa ri­levare ai Vescovi e ai cristiani, a volte distratti, al n.222 della già citata esortazione apostolica Evangelii Gaudium. Qui, Papa Bergoglio si fa filosofo di ascendenza agostiniana e, in un certo senso, si mette in corrispondenza con le scuole di pensiero contemporaneo più significative. Riprendiamo la bellezza del paragrafo: “La pienezza provoca la volontà di possedere tutto e il limite è la parete che ci si pone davanti. Il “tempo”, considerato in senso ampio, fa riferi­mento alla pienezza come espressione dell’o­rizzonte che ci si apre dinnanzi, e il momento è espressione del limite che si vive in uno spazio circoscritto. I cittadini vivono in tensione tra la congiuntura del momento e la luce del tempo, dell’orizzonte più grande, dell’utopia che ci apre al futuro, come causa finale che ci attrae. Da qui emerge un principio per progredire nella costruzione di un popolo: il tempo è superiore allo spazio”. E poi in apertura del n. 223: “Questo prin­cipio permette di lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione dei risultati immediati…”. Esortazione importante per i credenti e i loro pastori! Tempo lungo del Kèrigma del Vescovo impegnato a porre mano, senza impazienza e formalismi burocratici, alla costruzione di un popolo, di un popolo libero di dare un nome e un valore al proprio territorio, trasformandolo nel luogo della “fraternità” e del “dono”: dalla logica del possesso e del potere, alla logica dell’incontro con l’altro. Liberato dai limiti spaziali e proiettato nel tempo del Kèrigma, attraverso l’operosità incessante e profetica del Vescovo e del suo popolo, diviene meno difficoltoso pensare al territorio quale luogo di “solidarietà globale”, coerente con l’universalità del Vangelo e ca­pace di mettere in circolo valori che abbiano come riferimento, non le piazze e le strade, bensì il “volto” dell’altro, la parola, il dono, il perdono, l’amicizia. Valori chiamati, finalmente a riempire quelle piazze e a percorrere quelle strade, che pure continuano a connotare un territorio. Si tratta di un’interpretazione spirituale/storica del ter­ritorio, che abbassa le sue mura e, nella seque­la di Gesù Cristo, impedisce che lo straniero diventi fatalmente hostis e facilita la desacra­lizzazione delle frontiere, al fine di impedire all’altro, al “diverso”, di essere ricacciato nel ruolo ostile dello straniero, aiutandolo, al contrario, a realizzarsi come persona libera. Miracolo dell’impegno e dell’azione del Ve­scovo che, con lo sguardo rivolto al Vangelo di Gesù Cristo, rende possibile la riseman­tizzazione del “territorio”, lanciandolo oltre i confini degli ‘statuti’ e delle ‘convenzioni’, spesso utilizzati come martello ideologico, per il respingimento dell’altro. E per chiudere, ancora con Agostino: “Per voi sono Vescovo, con voi sono cristiano”. Auguri don Domenico!

Mario Signore

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