Pubblicato in: Sab, Feb 28th, 2015

Precarietà e Provvisorietà… Il mare e il deserto, luoghi di Dio Padre

Liturgia e segni della Quaresima.

Il deserto è il luogo dove si sperimenta la presenza di Dio. La parola deserto letteralmente significa territorio disabitato perché vi scarseggia l’acqua. Nel deserto piove poco di conse­guenza è limitata la vegetazione, la fauna, la stessa presenza dell’uomo. Il deserto di cui parla la Bibbia è quello del Neghev (Israele), delimitato dalla penisola Sinaitica e dalla lunga depressione del mar Morto, fino alle porte di Gerusalemme. Ho trascorso tre giorni nel deserto del Neghev nel 1973. Una notte alloggiai a Bersheva, un’altra notte ad Eilat sul mar Rosso. Emozionante pensare che è lo stesso spazio geografico nel quale si mosse Abramo che stanziò proprio a Bersheva. L’antico popolo d’Israele attraversò tutto deserto. Per quella traversata ci vollero circa quarant’anni dall’Egitto a Gerico detta questa “Terra promessa”. Il deserto può essere paragonato al mare. Tanto il deserto quanto il mare esprimono bene l’idea della provvisorietà. Sono ambedue luoghi di vita e di morte. Più luoghi di morte che di vita. Inoltrandosi nel mare o nel deserto si vieni a trovare assolutamente tagliati fuori da ogni possibile aiuto. Allora il mare e il deserto diventano sicuramente luoghi di mor­te. Le cronache dei nostri giorni riferiscono sull’emigrazione dal Medio Orienta e dall’A­frica verso l’Europa attraversando il deserto e il mare. L’uno e l’altro si trasformano spesso in tomba per migliaia di profughi disperati. Se da dentro il deserto o da dentro il mare ne esci vivo significa che hai ricevuto un soccorso (la mano di Dio) ed hai utilizzato bene le tue capacità e i tuoi riflessi. Nel deserto stare con se stessi in ascolto del Silenzio. Dio chiamò Abramo a mettersi in cammi­no nel deserto e lo sostenne. Dio liberò ed accompagnò il Popolo d’Israele nella tra­versata del deserto.

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Il precursore Giovanni Battista visse a lungo nel deserto e lo Spirito del Signore sospinse nel deserto anche Gesù di Nazareth, vi rimase quaranta giorni, l’uno e l’altro sperimentarono sensibilmente la presenza di Dio in forma di colomba e udiro­no una voce proveniente dall’alto. Lo stesso Spirito ha continuato a sospingere nel deserto altre persone dando vita al monachesimo. San Saba nel Neghev e Santa Caterina sul Sinai (sec. VII). Sospinge ancora uomini e donne nel deserto per stare con se stessi in ascolto del silenzio. All’inizio del secolo XX il Beato Carlo De Foucault si ritirò nel silenzio nel deserto del Sahara a Tammanrasset (Algeria) e negli anni ’70 dello stesso secolo don Giu­seppe Dossetti si ritirò nel deserto nei pressi di Gerico, scegliendo anche lui il silenzio e la testimonianza di vita. In quaresima l’intera Chiesa si ritira nel deserto e si porta nel medesimo spazio dove Gesù si sarebbe ritirato in compagnia delle bestie sel­vatiche e degli angeli che lo servivano in quei quaranta giorni (Mc. 1, 12-1). Questo spazio è detto Monte delle Tentazioni a circa 500 metri sul livello del mare. Per un sentiero su giunge alla vetta. Una volta giunti osserviamo il suolo segnato da anfratti naturali. Da qui lo sguardo spazia intorno. Di fronte la Giordania con il monte Nebo, sulla destra il salatissimo Mare Morto a 400 metri sotto il livello del mare, nella vallata il fiume Giordano scorre lentis­simamente per versarsi nel Mar Morto dove anche esso va a morire. Gerico è un’oasi nel deserto e lo deve ad una sorgente d’acqua che qui trasforma il deserto in un giardino sempre verde, pieno di palme, di agrumi, di banane, tanto da meritarsi l’epiteto di “terra promessa”. Nella liturgia il deserto e il mare sono realtà ed immagini. Nel deserto e in mare si vive necessariamente nella precarietà, provvisorietà e da soli. Le nostre affollatissime città si sono trasformate in arido e desolato deserto, siamo tutti precari, provvisori, soli. Il grido allora si fa corale e profondamente sincero: “O Dio vieni a salvarci. Signore, vieni presto in nostro aiuto”.

 Antonio Febbraro

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