Don Antonio Pellegrino racconta…
La vita di un Presbitero in pensione: “Ora la mia casa è diventata luogo di preghiera”.
Il forestiero che chiede a un trepuzzino dove può trovare don Antonio Pellegrino, questi gli dirà che lui conosce “Donnantonio te Sammichele”. Stessa persona, ma …: don Antonio Pellegrino e la Parrocchia di S. Michele Arcangelo in Trepuzzi hanno una storia in comune.
Don Antonio operaio con gli operai sul tetto della chiesa in costruzione
Scherzi a parte: ho contattato don Antonio che – sempre impegnato come è – mi ha fissato un appuntamento a casa sua, in Via Cesare Battisti. Puntuale. Mi ha fatto entrare, mi ha fatto vedere dove attualmente abita: una casa animata da presenze fotografiche e di ricordi indelebili. Mi fa accomodare nella stanza adibita a salottino, e qui gli faccio presente l’oggetto della mia visita. Un patto: occorre essere precisi e concisi; don Antonio annuisce, con il suo solito sorrisetto condiscendente…
10 maggio 1964 – Consacrazione della Chiesa di San Michele Arcangelo
Chi ha suscitato la sua vocazione al Sacerdozio?
Mia madre, consenziente mio padre, mi ha desiderato “Prete” dal suo grembo. Un segreto: mia madre, ancor giovinetta, voleva diventare religiosa delle Suore Salesiane del Sacro Cuore, fondate da San Filippo Smaldone e che a Trepuzzi nel 1895 aveva aperto un Asilo per l’Infanzia e un Laboratorio per le Ragazze che volevano imparare a ricamare e cucire; ma siccome i progetti di Dio non sono i nostri progetti, lasciò da parte la vocazione alla vita religiosa per quella matrimoniale. Si confidò in proposito con San Filippo Smaldone, che la rassicurò: “Non tu, ma il frutto del tuo matrimonio offrirai al Signore”. E quel frutto, il primo del suo matrimonio che ebbe durata breve, sono io.
Era piccolissimo quand’è morta la sua mamma. Quali ricordi conserva?
Avevo solo 21 mesi – e la mia mamma 25 anni – quando il Signore la portò al cielo. Ne ho sofferto l’assenza terrena nello spasimo del cuore; ma in contraccambio ho avuto la gioia e le grazie di sentire la Sua mano sempre presente ed operante nella mia vita sacerdotale.
Quali sono i suoi ricordi degli anni del Seminario minore e maggiore, dei suoi superiori e dei suoi compagni di corso?
Di tutti e di ciascuno di loro, sono ancora vive ed inconfondibili in me: fisionomia, voce, ammonimenti, consigli, incoraggiamenti, aiuti (anche economici), esemplarità e dottrina; ma soprattutto è ancora vivo il ricordo del Rettore del Seminario Regionale di Molfetta, don Corrado Ursi, successivamente vescovo e poi cardinale a Napoli: la sua memoria è in benedizione.
Nel 1950 è stato ordinato sacerdote, ed è stato subito inserito nel Capitolo della chiesa Matrice di Trepuzzi. Qauli sacerdoti ricorda con particolare affetto?
Celebrai la mia “Prima Messa Solenne” il 13 agosto 1950, accolto da tutto il Capitolo con a capo l’Arciprete don Antonio Rampino. Scelsi come mio Direttore Spirituale don Annunziato Cosma, sacerdote dal cuore grande e dalla veduta profetica: nei primi anni del ’900 aveva fondato un Ospizio per accogliere anziani poveri ed abbandonati, ma per la cattiveria di alcuni fu costretto a chiuderlo. Alla sua morte affidai la mia coscienza a don Salvatore Rampino, dolce, silenzioso e paziente.
A quali incarichi e servizi pastorali è stato chiamato dai Vescovi che si sono susseguiti?
Fin dai primi anni del mio Sacerdozio fui nominato Assistente delle Acli e della Comunità Braccianti, gruppi molto attivi in quegli anni del dopoguerra, dove c’era bisogno della ricostruzione morale e quella materiale. La guerra aveva provocato grandi dislivelli economici tra gli usurari e la povera gente perseguitata da malattie e disgrazie. Sensibile al grande dramma della emigrazione, nel 1981 partecipai ad una “Spedizione della Caritas diocesana in Albania”… rischiando la vita.
Ci racconti in breve la sua vita da Parroco.
Ho fatto “la gavetta” come Vice Parroco nella Matrice di Trepuzzi, lavorando tra gli “Sciuscià” della strada e i Giovani di A.C. Dal 1953 al 1961 P. Spirituale della Confraternita di S. Michele. Dal 4 settembre 1960 al 2003 Parroco della Parrocchia omonima. Ho imparato a ringraziare sempre, anche per la più insignificante offerta e ad alzare la voce quando c’era da difendere i diritti della Comunità e dei fedeli. Ho impostato la pastorale parrocchiale su: “Per la gloria di Dio: unire le forze e convogliare risorse”.
Come ha vissuto da prete il pre-concilio ed il Post-Concilio?
La nostra Diocesi ha avuto la fortuna di avere un Pastore, mons. Francesco Minerva, che era passato da una posizione di incertezza all’indizione del Concilio (1959) a diventarne un assertore convinto di tale evento. Ha partecipato a tutte le Sessioni Conciliari. Informava noi preti e la Chiesa diocesana della ricerca e della riflessione sui grandi temi conciliari che venivano alla luce giorno per giorno. Si passò dall’autorità alla condivisione. La Parrocchia S. Michele era tra le prime nel rinnovamento di conduzione pastorale.
Tra le Iniziative Pastorali più complesse, tutti, a Trepuzzi, ricordano la costruzione della nuova chiesa deidcata a San Michele Arcangelo…
Per l’espansione demografica – fenomeno che si riscontrò nel dopoguerra – la zona che sorgeva attorno alla chiesetta di sant’Angelo si andava espandendo creando una nuova fisionomia del quartiere. Mons. Minerva con il suo fiuto pastorale nel 1957 acquistò il suolo adiacente alla vecchia chiesetta per fondarvi la seconda Parrocchia. Il 12 marzo 1960 il Ministro Togni approvò la proposta della Diocesi riconoscendola come Opera di Ricostruzione e stanziandovi 25 milioni di lire (di allora!) che unite ai 15 milioni di lire che vennero dal lascito “Sacri Cuori”, diedero la possibilità all’ing. Cesare Sarno di iniziare il complesso parrocchiale. Le offerte generose e costanti dei fedeli, accompagnarono la costruzione fino alla Dedicazione il 10 maggio 1964.
Ora che non è più parroco come occupa il suo tempo?
Quando il Lunedì dell’Angelo del 2003 l’Arcivescovo mons. Ruppi venne a comunicarmi l’alleggerimento del peso pastorale, accettai la notizia in spirito di “obbedienza”. Mons. Ruppi, intuendo la mia sofferenza e confidando nelle mie qualità di “prete-costruttore”, pensò bene di creare un’unità pastorale nel quartiere in espansione “Votano e Specchia” e di metterlo sotto la protezione di san Filippo Smaldone, nominandomi “quasi-Parroco”. Anche qui ho dato il meglio delle mie forze sacerdotali. Sollevato anche da questo peso da mons. D’Ambrosio il 25 novembre 2011 sono “presbitero in pensione”. La mia casa è diventata luogo di preghiera, di accoglienza a chi bussa alla mia porta e di “preparazione alle consegne” nelle mani del Padre. Il prossimo 17 luglio – piacendo a Dio – entrerò negli 88 anni di vita e il 6 agosto nei 65 di sacerdozio. Che voglio di più?



















