Pubblicato in: Ven, Mag 23rd, 2014

Don Antonio Pellegrino racconta…

La vita di un Presbitero in pensione: “Ora la mia casa è diventata luogo di preghiera”.

chiesa

Il forestiero che chiede a un trepuzzino dove può trovare don Anto­nio Pellegrino, questi gli dirà che lui conosce “Donnantonio te Sam­michele”. Stessa perso­na, ma …: don Antonio Pellegrino e la Parrocchia di S. Michele Arcangelo in Trepuzzi hanno una storia in comune.

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Don Antonio operaio con gli operai sul tetto della chiesa in costruzione

Scherzi a parte: ho contattato don An­tonio che – sempre impegnato come è – mi ha fissato un appuntamento a casa sua, in Via Cesare Battisti. Puntuale. Mi ha fatto entrare, mi ha fatto vede­re dove attualmente abita: una casa animata da presenze fotografiche e di ricordi indelebili. Mi fa accomodare nella stanza adibita a salottino, e qui gli faccio presente l’oggetto della mia visita. Un patto: occorre essere precisi e concisi; don Antonio annuisce, con il suo solito sorrisetto condiscendente…

consacrazione

10 maggio 1964 – Consacrazione della Chiesa di San Michele Arcangelo 

Chi ha suscitato la sua vocazione al Sacerdozio?

Mia madre, consenziente mio pa­dre, mi ha desiderato “Prete” dal suo grembo. Un segreto: mia madre, ancor giovinetta, voleva diventare religiosa delle Suore Salesiane del Sacro Cuore, fondate da San Filippo Smaldone e che a Trepuzzi nel 1895 aveva aperto un Asilo per l’Infanzia e un Laboratorio per le Ragazze che volevano imparare a ricamare e cucire; ma siccome i pro­getti di Dio non sono i nostri progetti, lasciò da parte la vocazione alla vita religiosa per quella matrimoniale. Si confidò in proposito con San Filippo Smaldone, che la rassicurò: “Non tu, ma il frutto del tuo matrimonio offrirai al Signore”. E quel frutto, il primo del suo matrimonio che ebbe durata bre­ve, sono io.

Era piccolissimo quand’è morta la sua mamma. Quali ricordi conserva?

Avevo solo 21 mesi – e la mia mam­ma 25 anni – quando il Signore la por­tò al cielo. Ne ho sofferto l’assenza terrena nello spasimo del cuore; ma in contraccambio ho avuto la gioia e le grazie di sentire la Sua mano sempre presente ed operante nella mia vita sa­cerdotale.

Quali sono i suoi ricordi degli anni del Seminario minore e maggiore, dei suoi superiori e dei suoi com­pagni di corso?

Di tutti e di ciascuno di loro, sono ancora vive ed inconfondibili in me: fisionomia, voce, ammonimenti, con­sigli, incoraggiamenti, aiuti (anche economici), esemplarità e dottrina; ma soprattutto è ancora vivo il ricordo del Rettore del Seminario Regionale di Molfetta, don Corrado Ursi, successi­vamente vescovo e poi cardinale a Na­poli: la sua memoria è in benedizione.

Nel 1950 è stato ordinato sacer­dote, ed è stato subito inserito nel Capitolo della chiesa Matrice di Trepuzzi. Qauli sacerdoti ricorda con particolare affetto?

Celebrai la mia “Prima Messa Solenne” il 13 agosto 1950, accolto da tutto il Capitolo con a capo l’Ar­ciprete don Antonio Rampino. Scelsi come mio Direttore Spirituale don An­nunziato Cosma, sacerdote dal cuore grande e dalla veduta profetica: nei primi anni del ’900 aveva fondato un Ospizio per accogliere anziani poveri ed abbandonati, ma per la cattiveria di alcuni fu costretto a chiuderlo. Alla sua morte affidai la mia coscienza a don Salvatore Rampino, dolce, silen­zioso e paziente.

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A quali incarichi e servizi pastorali è stato chiamato dai Vescovi che si sono susseguiti?

Fin dai primi anni del mio Sa­cerdozio fui nominato Assistente del­le Acli e della Comunità Braccianti, gruppi molto attivi in quegli anni del dopoguerra, dove c’era bisogno della ricostruzione morale e quella materia­le. La guerra aveva provocato grandi dislivelli economici tra gli usurari e la povera gente perseguitata da ma­lattie e disgrazie. Sensibile al grande dramma della emigrazione, nel 1981 partecipai ad una “Spedizione della Caritas diocesana in Albania”… ri­schiando la vita.

Ci racconti in breve la sua vita da Parroco.

Ho fatto “la gavetta” come Vice Parroco nella Matrice di Trepuzzi, lavorando tra gli “Sciuscià” della strada e i Giovani di A.C. Dal 1953 al 1961 P. Spirituale della Confraternita di S. Michele. Dal 4 settembre 1960 al 2003 Parroco della Parrocchia omoni­ma. Ho imparato a ringraziare sempre, anche per la più insignificante offerta e ad alzare la voce quando c’era da difendere i diritti della Comunità e dei fedeli. Ho impostato la pastorale par­rocchiale su: “Per la gloria di Dio: unire le forze e convogliare risorse”.

Come ha vissuto da prete il pre-concilio ed il Post-Concilio?

La nostra Diocesi ha avuto la for­tuna di avere un Pastore, mons. Fran­cesco Minerva, che era passato da una posizione di incertezza all’indizione del Concilio (1959) a diventarne un assertore convinto di tale evento. Ha partecipato a tutte le Sessioni Conci­liari. Informava noi preti e la Chiesa diocesana della ricerca e della rifles­sione sui grandi temi conciliari che venivano alla luce giorno per giorno. Si passò dall’autorità alla condivisio­ne. La Parrocchia S. Michele era tra le prime nel rinnovamento di conduzione pastorale.

Tra le Iniziative Pastorali più com­plesse, tutti, a Trepuzzi, ricordano la costruzione della nuova chiesa deidcata a San Michele Arcangelo…

Per l’espansione demografica – fenomeno che si riscontrò nel dopo­guerra – la zona che sorgeva attorno alla chiesetta di sant’Angelo si andava espandendo creando una nuova fisio­nomia del quartiere. Mons. Minerva con il suo fiuto pastorale nel 1957 ac­quistò il suolo adiacente alla vecchia chiesetta per fondarvi la seconda Par­rocchia. Il 12 marzo 1960 il Ministro Togni approvò la proposta della Dio­cesi riconoscendola come Opera di Ri­costruzione e stanziandovi 25 milioni di lire (di allora!) che unite ai 15 milio­ni di lire che vennero dal lascito “Sacri Cuori”, diedero la possibilità all’ing. Cesare Sarno di iniziare il complesso parrocchiale. Le offerte generose e co­stanti dei fedeli, accompagnarono la costruzione fino alla Dedicazione il 10 maggio 1964.

Ora che non è più parroco come occupa il suo tempo?

Quando il Lunedì dell’Angelo del 2003 l’Arcivescovo mons. Ruppi ven­ne a comunicarmi l’alleggerimento del peso pastorale, accettai la notizia in spirito di “obbedienza”. Mons. Ruppi, intuendo la mia sofferenza e confidan­do nelle mie qualità di “prete-costrut­tore”, pensò bene di creare un’unità pastorale nel quartiere in espansione “Votano e Specchia” e di metterlo sot­to la protezione di san Filippo Smal­done, nominandomi “quasi-Parroco”. Anche qui ho dato il meglio delle mie forze sacerdotali. Sollevato anche da questo peso da mons. D’Ambrosio il 25 novembre 2011 sono “presbitero in pensione”. La mia casa è diventata luogo di preghiera, di accoglienza a chi bussa alla mia porta e di “prepa­razione alle consegne” nelle mani del Padre. Il prossimo 17 luglio – piacendo a Dio – entrerò negli 88 anni di vita e il 6 agosto nei 65 di sacerdozio. Che voglio di più? 

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