Pubblicato in: Gio, Apr 16th, 2015

Pubblica Utilità/Carcere e Lavoro… Esperienza di Umanità

Durante la Messa in Coena Domini mons. D’ambrosio ha lavato i piedi a nove detenuti e a tre agenti penitenziari.

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Tutti sanno che Papa Francesco ha cele­brato nel carcere ro­mano di Rebibbia la Messa in Coena Domi­ni del Giovedì Santo, durante la quale ha lavato i piedi ad alcuni detenuti. Non so quanti sanno, invece, che allo stesso rito – la lavanda dei piedi -, svoltosi nella Cattedrale di Lecce la sera di giovedì 2 aprile, hanno preso parte nove detenuti del carcere cittadino e tre appartenenti alla polizia penitenziaria. Qualcu­no potrebbe legittimamente chiedersi, magari con un po’ di apprensione, come sia possibile che a delle persone detenute a tutti gli effetti sia permesso di uscire dal carcere e se, al di là dell’alto valore simbolico della loro partecipazione al rito che chiunque sarebbe disposto ad ammettere, tutto questo non metta a rischio la sicurezza dei cittadini. Ora, che alcuni dete­nuti possano godere dell’op­portunità di lasciarsi alle spalle la porta del carcere ed uscirne, del tutto o in parte, prima di aver terminato di espiare la loro pena, è cosa nota ai più. Quello che i più non sanno è che alcuni di essi escono ogni giorno, per alcune ore, per svolgere volontariamente e gratuitamen­te lavori di pubblica utilità.

Mi è capitato di vedere in televi­sione un servizio della nota trasmissione Report, andato in onda verso i primi di dicembre dello scorso anno, nel quale servizio si deplorava che una recente novità introdotta nella vigente normativa, quella che permette, appunto, di utilizzare detenuti aventi i requisiti in lavori di pubblica utilità, sia rimasta per lo più lettera morta. Se le telecamere di Report si fossero spinte fino a Lecce la redazione sarebbe stata costret­ta probabilmente a rivedere l’impostazione del servizio. Da diversi mesi, ormai, un gruppo di otto / dieci detenuti escono ogni mattina dal carcere di Lecce per andare a lavorare, volontariamente e gratuitamen­te, chi nella cura del verde di una scuola pubblica, chi nella manutenzione di una struttu­ra ricettiva religiosa. E altre destinazioni potrebbero offrirsi a breve. I detenuti che hanno preso parte al rito della lavanda dei piedi, per espressa volontà del Vescovo mons. D’Am­brosio, sono, appunto, quelli impegnati nella manutenzione della struttura diocesana sita a Roca. Si tratta, come detto, di un impegno lavorativo volon­tario. È bene ripeterlo, per non ingenerare equivoci nei nostal­gici dei lavori forzati. Senza alcuna enfasi sui significati di queste esperienze, penso che il loro valore risieda soprattutto nella disponibilità a restitu­ire qualcosa alla società da parte di chi alla società ha tolto qualcosa con la commissione del reato.

lavanda detenuti

La prospettiva su cui queste esperienze si affacciano è quella della cosiddetta giusti­zia ripartiva. Ora, con tutto il ri­spetto e la comprensione che si devono a chi pensa che queste esperienze possano costituire una minaccia per la pubblica si­curezza, dovrebbe essere ormai un elemento acquisito che la mera segregazione di chi deve scontare una pena detentiva non rende più sicura la società, come dimostrano i dati sulla recidiva di chi ha potuto scon­tare la pena usufruendo di una misura alternativa alla deten­zione. Si ha motivo di ritenere, infatti, che un detenuto che si renda disponibile a riparare, anche in piccola parte, il danno da lui commesso, perché di quel danno ha acquisito consapevo­lezza, ed abbia la fortuna di in­crociare in questo suo percorso una comunità esterna inclusiva e solidale, quel detenuto, forse, avrà maggiori probabilità di riuscire a costruire e rafforzare i presìdi interni che lo emancipe­ranno dalla coazione a ripetere comportamenti delittuosi.

Il riferimento alla qualità del contributo reso, in questo pro­cesso, dalla comunità esterna non è casuale. Si sbaglierebbe a pensare che l’esecuzione delle pene detentive e la sicurezza di una comunità sia affare dei soli addetti ai lavori. Non è questo il luogo per argomentare più com­piutamente, ma, in generale, un carcere che dal territorio è percepito non già come un non-luogo, bensì come una parte importante di sé, è un carcere che funzionerà meglio. E, chissà, il territorio potreb­be perfino accorgersi che il carcere, lungi dall’essere un problema, potrebbe rivelarsi una risorsa. Proprio come nel caso dei lavoratori volontari che ogni giorno escono dal carcere per rendere un servizio alla comunità. O come è stato nella bella serata del 6 ottobre scorso al teatro Paisiello, quan­do, in occasione della visita della commissione incaricata di valutare la candidatura di Lecce capitale della cultura euro­pea 2019, una compagnia di detenuti-attori ha emozionato il larghissimo pubblico presente, dimostrando che anche da un luogo insospettabile qual è un carcere può venire un impor­tante contributo al progresso culturale e civile della città.

Rita Russo

Direttore Istituto di Pena “Borgo San Nicola”

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