Quattro epigrafi commemorative/Quando Irene era la Patrona
Nella centrale chiesa cittadina dei “Teatini” si leggono quattro commemorative epigrafi: due nella nostra pietra leccese e due in marmo pregiato che ci ricordano quattro momenti storici della costruzione del grande tempio innalzato in onore di Santa Irene.
Premesso che il Vescovo del tempo, mons. Annibale Saraceno, aveva già benedetto la prima pietra auspicale nel 1591 e che il suo venerando successore, mons. Scipione Spina, lo aprì al culto non ancora ultimato, opera del grande architetto Grimaldi, sacerdote napoletano della stessa Congregazione della Controriforma, quella dei Teatini.
Nella prima lapide si legge che il 14 marzo del ‘639 la chiesa fu consacrata dal Teatino Francesco Sorgente, Arcivescovo di Brindisi, quando appunto furono completate navata e facciata. La seconda, anch’essa in pietra locale, ci ricorda la consacrazione dell’attuale maggior altare settecentesco avvenuta nel 1753. Terza e quarta sono come dicevamo in marmo e ricordano i rifacimenti successivi di pavimento, tetto e vetrate, avvenuti in prosieguo di tempo nel ‘964 e nel 2008, rispettivamente durante il ministero episcopale di mons. Francesco Minerva e mons. Cosmo Francesco Ruppi; la prima dettata in lingua latina dal servo di Dio, mons. Ugo De Blasi, la seconda in Italiano dal nostro don Franco Lupo.
A coronamento del maestoso tempio barocco, Mauro Manieri collocava nel 1717 la lapidea statua che tuttora si ammira sul Corso Vittorio Emanuele. Tanto avveniva nell’antica ‘Isola della Frasca’ (Centro Ombelicale della Città Vecchia) mentre ancora veniva ufficiata l’antica chiesetta di sant’Irene cui si accedeva coi tanti gradini nella maggiore Piazza Cittadina; il primo luogo di culto a lei dedicato, nella grande Isola del Governatore, (attuale Palazzo della Banca d’Italia), al tempo del Vice Regno Spagnolo.
Numerose pale di altare e statue lapidee sono collocate nelle più belle chiese barocche della città; così come sui prospetti di artistici palazzi coevi eretti tra ‘500 e ‘700 nelle vie circostanti. Fino a Porta Rudiae accanto a s. Oronzo e s. Domenico. Ma non si legge più una didascalia viaria dedicata in suo onore; se non in una piccola corte in quel di S. Antonio di Dentro conta soltanto cinque numeri civici: vecchio retaggio di una più ampia e degna piazzetta esistente fino a mezza estate del ’934, quando rovinò un pezzo delle antiche mura cinquecentesche, ancor detta delle ‘Case Cadute’.















