Quattro epigrafi commemorative/Quando Irene era la Patrona
Più fortunato di Lei fu invece il secondo Patrono di Lecce, S. Giusto, che in luogo della Porta principale della Città e dell’Antico Corso, fu a Lui dedicato uno stretto e lungo vico del Centro Storico che unisce le “Alcantarine alle Bombarde”. Tornando alla Nostra, sappiamo dalla Bibliotheca Sanctorum del Laterano che nel 304, assieme alle due sue sorelle Agape e Chione, nell’era dei Martiri, al tempo della grande persecuzione di Diocleziano, subì il martirio del rogo, nella storica e grande Città di Tessalonica, una delle quattro maggiori della Macedonia, situata ai piedi degli oltremodo difficili crinali della catena del Pindo, ove nella guerra europea degli anni quaranta i nostri Alpini si riempirono di gloria.
La notizia suddetta proviene da una fonte greca del 304, coeva al tragico evento, proveniente dalla bizantina Abbazia di Grottaferrata, provincia di Roma, ora custodita nella biblioteca Vaticana (Manoscritto n. 1660); tradotta in latino a metà 500 e pubblicata dal celebre Cardinale Barone, storico e figlio spirituale di S. Filippo Neri. Fu allora che alla venerata distanza di 14 o 15 secoli fu infarcita dai soliti particolari leggendari che sempre si leggono nelle bibliografie dei Santi nell’epoca dei Martiri. Di certo c’è solo da ritenere quanto scritto nella pergamena.
Giunte alla grande persecuzione, nella suddetta Città dell’Antica Macedonia, le tre sorelle pensarono di nascondere sui vicini monti del Pindo le venerate pagine delle Scritture in loro possesso. Ridiscese in Città, furono riconosciute come cristiane e condannate ad essere arse vive.
Di Irene abbiamo una sicura biografia scritta a Bari nel ‘609 dal noto Gesuita P. Antonio Paradiso che poi a lungo dimorò nel nostro collegio del Gesù. Ma che senza dubbio riflette le informazioni leggendarie già dette. Questa biografia fu riedita a Lecce nel 1714 e di essa si conserva un solo esemplare nella biblioteca Caracciolo presso i Francescani di Fulgenzio. Non ci resta che ricordare a mo’ di conclusione i tre giorni della fiera del 3-5 maggio, che tanti bambini festosi aspettavano sul corso attorno alla Chiesa a Lei dedicata.
Ben presto nel secondo 900, la terracotta fece scomparire la parte più nota della fiera, quella che si estendeva a ridosso del tempio, in quella stradina ove d’inverno il vento si infiltra violento e prepotente: la famosa fiera delle cotime, allorché le multiformi applicazioni della plastica sostituirono la terracotta. Sì come agli inizi d’autunno, nell’ampia piazza del Duomo, il legno delle carrozzelle, esposte nella famosa fiera del paniere, chiamata anche la spasa di monsignore, fu sgominato dai numerosi moderni oggetti metallici.
Oronzo De Simone















