Pubblicato in: Sab, Dic 14th, 2013

Quando la Grande Guerra era di casa…

Alle Marcelline Ospedale militare. 

BS

“…E perché riescano di maggiore utilità agli studiosi e allo storico, che dovrà un giorno, scrivere le pagine gloriose del contributo dato alla guerra dalla Provincia di Lecce, si gradirebbe conservare gelosamente come in un tempio, tutti i documenti e gli archivi che costitui­scono la sezione storica di questo Museo Castromediano, nobile sacrario di questa eletta Terra d’Otranto”. Sembrano quasi essere espressioni liriche quelle che l’allora direttore Eugenio Selvaggi scrisse al Prefetto durante il periodo della prima guerra mondia­le, parole poetiche ma pesanti, perché l’oppressione bellica e la distruzione non cancellassero almeno la storia della nostra terra ma la conservassero al futuro che sarebbe stato.

Alla vigilia del primo centenario della grande guerra, la memoria collettiva si risveglia, si rifanno i conti con la storia e i suoi protagonisti, ci si affanna ancora a rattoppare i buchi di quel logorio psichico e fisico che l’Italia, in particolare, subì e che produsse una profon­da crisi sociale ed economica con conseguenze che ancora oggi paghiamo. In tempo di guerra la città di Lecce divenne un vero accampamento a cielo aperto; ogni angolo della città e i suoi più prestigiosi edifici furono messi a disposizione di militari, civili e soprattutto feriti e malati; a partire dal 7 giugno 1915, anno in cui l’Italia entrò in guerra, il Collegio Argento fu adibito ad uso di ospedale militare, poteva disporre di 800 letti e 450 ricoverati, dei quali circa 200 erano prigionieri di guerra.

marcelline

Anche l’educa­torio delle Marcelline fu utilizzato per fini militari, adattato sia ad ospedale militare contumaciale sia come casermaggio; dopo la fine della guerra gli istituti scolastici continuarono ad essere requisiti dal Ministero della guerra e a non poter funzionare da scuola, a tal punto che il rettore del Collegio Argento Giovanni Barrella nel 1919 lamenta al Prefetto che il cattivo stato in cui versa l’istituto e alcune tubature rotte fanno “effondere acque putride e cattivi odori nei locali della palestra e del convitto”, e parrebbe opportuno trasferire nel campo di concentramento di Altamura, insieme ai prigionieri di guerra della provincia, anche i prigionieri infermi, liberando così il collegio. Numerosi erano i locali requisiti dall’amministrazione militare nella città di Lecce: Palazzo Galeota (Accademia della Belle Arti), Palazzo Amato (scuole comunali), ex convento di S. Giovanni, Chiesa di Monteoliveto, Palazzo degli Uffici, sede del regio liceo, della scuola tecnica e scuole elementari, che disponeva di 200 letti e 180 prigionieri.

Il clima in città e nella provincia era piuttosto pesante, qualsiasi propaganda, riunione o conferenza di carattere patriottico venivano denunciate alle prefetture di competenza, i nomi e cognomi dei presunti conferenzieri venivano messi al bando, ma tutto ciò non frenava il sorgere di movimenti liberali e politici dai nomi più estrosi e bellicosi: il Momento presente, il Contributo della gioventù studiosa alla guerra (delle locali scuole), il prestito della fede, il prestito della riscossa, Russia insegni (comitato di assistenza civile), Austria delenda (comitato civile), movimento rivoluzionario in Russia. In realtà i movi­menti patriottici fecero da anticamera al nascere delle locali Associazioni nazionali dei combattenti, erette a enti morali poi con i decreti prefettizi, che avevano il fine di dare assistenza pre­valentemente ai soldati congedati o malati, poiché come riportato da una circolare datata 14 settembre 1918, inviata ai prefetti dal Commissariato generale per l’assistenza civile e la propaganda interna, “pervengono a questo ufficio lamenti di persone che presso i pubblici uffici chiedono atti e documenti per pensioni o altro, ma sono ricevute con poca cortesia e devono sborsare somme per prestazioni che per legge sono gratuite e dovute dopo aver combattuto in guerra e data la propria vita”.

Maria Teresa Friolo

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