Pubblicato in: Sab, Giu 2nd, 2012

Raccontare i drammi/La notizia non è una religione ma una risorsa che può far crescere

Qual è il discrimine tra la cronaca ed il sensazionalismo? Le abitudini giornalistiche in voga negli ultimi tempi non possono più eludere il confronto con tale questione.
La domanda non è da poco, poiché reclama una riflessione sul modo con cui le testate televisive e della carta stampata trattano la notizia e la riferiscono al cittadino.

Al riguardo, sembra che la cronaca, intesa come il semplice riferire fatti di rilevanza comune, retroceda sempre di più nelle forme comunicativa adottate da questi soggetti, mentre avanzi in modo esponenziale un modo di fare giornalismo che identifica in modo massiccio la cronaca con il colpo si scena. Certo, lo scoop è stato da sempre lo scopo ultimo di tutti coloro che praticano il mestiere. Tuttavia, una cosa è riferire fatti che hanno una forte coloritura sensazionalistica, altra cosa è trasformare fatti quotidiani (per quanto gravi ed efferati)  in eventi che devono sorprendere il lettore (o lo spettatore) a tutti i costi. La smania di essere i primi a riferire l’accaduto porta sempre più spesso ad esiti come quelli descritti. Accade così che un minore ferito, ricoverato in prognosi riservata in un reparto ospedaliero, sia dato per morto (e spesso ci vuole molto tempo, ore ed ore, prima che ci si decida a correggere il tiro); che un sospettato di un crimine devastante diventi, semplicemente per questo, un mostro da distruggere e da dare in pasto all’opinione pubblica (salvo poi scoprire l’infondatezza dei sospetti). Dov’è in questi casi la cronaca? Dove sono i fatti? Si può giustificare questo modo di riferire la notizia in base all’asserito dovere del giornalista di comunicare sempre e comunque quello che sa (o meglio), che pensa di sapere?

Ed inoltre (sempre per riflettere intorno al diritto di cronaca), il principio appena enunciato, vale in assoluto, o vi sono casi in cui può essere soggetto a limitazioni? Un intellettuale illustre come Pierpaolo Pasolini, in una nota trasmissione televisiva condotta da Enzo Biagi, riferiva la necessità del giornalista di tenere conto dell’impatto che certe notizie possono avere sul pubblico, prima di decidere se divulgarle o meno. Egli stesso dichiarava di autocensurarsi, di non dire tutto quello che sapeva o che riteneva giusto, per il timore che il pubblico di quella trasmissione rimanesse scosso oltre il dovuto, ovvero che non avesse gli strumenti necessari a metabolizzare quei contenuti.

Tutto questo rende indifferibile una riflessione più approfondita su quello che vuol dire diritto di cronaca, perché la notizia non è una religione da venerare, ma una risorsa che può far crescere tutti soltanto se chi la propone la sa gestire nel modo adeguato. Agli altri, naturalmente e non soltanto a se stesso ed alla sua sete di scoop.

Marco Piccinno

Docente universitario

 

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