Pubblicato in: Sab, Mar 28th, 2015

Racconti Preconciliari/C’era una volta il Triduo Pasquale

Il ricordo delle Celebrazioni in latino e delle Processioni. 

I testi liturgici fino al Concilio Vaticano II (1962-1965) erano scritti in latino, corredati da rubriche (ovviamente in latino) che regolavano i movimenti, i gesti, i simboli dell’azione liturgica. Quei testi liturgici erano come fossiliz­zati e anche incompresi. Costituivano il modello unico per la chiesa universale, uniforme e ripetitivo, proveniente dal Concilio di Trento (1545-1563).

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Tra le due Guerre Mondiali 1915-18 e 1940-45 si sviluppò in Europa il movimento liturgico che perseguiva l’obiettivo di un aggiorna­mento della liturgia sulle basi bibliche e patristiche. Questo movimento trovò acco­glienza nel Concilio Vaticano II. Il contesto sociale e ambientale nel quale si svolse il concilio era ancora prevalentemente agricolo nel quale molto diffuso era ancora l’analfabetismo e le superstizioni.

LA LINGUA LATINA E IL PULPITO

Sono stato chierichetto della Parrocchia di Pisignano guidata da don Giuseppe Quar­ta. La messa era tutta e sempre in latino. Da chierichetto tra le risposte imparate a memoria che dovevo dare a tempo giusto la più difficile era il “Suscipiat”. Tutto incomprensibile, spesso anche per lo stes­so sacerdote. Proprio la lingua latina, lo di­ceva già A. Rosmini, allargava la distanza dell’altare (Mistero) dall’aula (Popolo). La settimana santa emotivamente la si viveva nell’attesa della Pasqua e nei pre­parativi in chiesa e in casa nella cui lista vi erano: le prediche di quaresima, i rami di ulivo, i piatti di grano per il sepolcro, le cuddhure, la letterina di Pasqua. Nella liturgia acquistava importanza il pulpito: una tribuna in legno collocata in alto, qua­si a metà percorso tra l’ingresso in chiesa e l’altare maggiore.

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Il pulpito svolgeva la funzione della cattedra in un’aula scola­stica. Il tempo per l’istruzione era proprio la quaresima. Sul pulpito saliva il quaresi­malista per svolgere il suo corso chiamato appunto quaresimale. La collocazione del pulpito rispondeva alla necessità della vista e dell’udito di tutti i presenti per l’istruzione religiosa, in un tempo in cui non vi erano amplificatori e non servivano i libri. Da colui che saliva il pulpito si spe­rava che avesse un tono di voce robusto, possibilmente gradevole e una controllata gestualità per tenere desta l’attenzione di un popolo predisposto all’ascolto.  

I RAMI DI ULIVO

Con la domenica delle palme aveva inizio la settimana santa. I parroci sollecitavano i fedeli a confessarsi e le confessioni si concentravano nell’ultimo momento per cui presso i confessionali si formavano capannelli di persone e talvolta vera e propria ressa con le inevitabili tensioni dell’attesa. La domenica delle palme era caratterizzata dai rami di ulivo. Erano proprio tantissi­mi, davano tono, colore e movimento alla giornata. Uomini, donne, bambini recava­no con le proprie braccia “sarcine” di rami di ulivi. Il sagrato intorno diventava un folto uliveto.

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Il rito iniziava fuori all’aperto quindi ci si incamminava da tutti verso la chiesa una volta giunti alla porta centrale questa era sbarrata, solo dopo aver bussato ripetuta­mente qualcuno da dentro apriva la porta e un fiume di persone con i rami si riversava rumorosamente i chiesa su cui cadeva l’ac­qua santa aspersa dal sacerdote celebrante: il canto Osanna al figlio di Davide evocava l’ingresso di Gesù in Gerusalemme. Al momento della benedizione i rami di ulivo venivano sollevati e agitati in aria, una tempesta di verde e un fruscio di fo­glie. Seguiva la messa con la lettura di un lungo brano del vangelo scelto ad hoc che riferisce sull’arresto, passione e morte di Gesù. Quei rami benedetti tornavano nello spazio per essere issati su ogni abitazione e in ogni campo coltivato, un gesto di pre­ghiera al Signore per avere la sua protezio­ne sulla famiglia e sul lavoro dei campi.

LA MISSA SCERRATA

Più che il giovedì santo impressionava il rito del venerdì santo detto dalla gente la missa scerrata perché non seguiva il ritmo abituale delle altre messe. Il rito si svol­geva di mattino, i ministri convenivano in chiesa e con gli abiti liturgici di colore nero, in un contesto muto e spoglio, gli addetti al servizio si portavano all’altare dove giunti si prostravano sul presbiterio per terra e in silenzio. Poi si levavano e in piedi ascoltavano tutti (sempre in latino!) il racconto della passione, morte e sepoltu­ra di Gesù.

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Dopo di che seguiva la preghiera univer­sale per le molte categorie di persone e l’ostentazione della croce. Emozionante il momento dell’adorazione della medesima a cui seguiva la comunione eucaristica. Il primo a muoversi era il sacerdote cele­brante il quale toltesi le scarpe percorreva un buon tratto genuflettendo tre volte e giunto alla croce baciava il crocifisso. Dopo di lui ad uno ad uno tutti i presen­ti compivano lo stesso gesto. La chiesa quindi restava disadorna e l’attenzione si spostava dall’altare maggiore al sepolcro già predisposto in un angolo laterale. La riforma liturgica ha rimosso il termine sepolcro e l’ha sostituito con il termine riposizione, ma nel sentire popolare si con­tinua a parlare di sepolcro.

VENERDÌ, GIORNATA DI LUTTO

Il venerdì santo era lutto per tutta la chie­sa. Si legavano le campane e i campanelli, si chiudevano gli organi tutto diventava muto. Le campane e i campanelli erano sostituiti nella loro funzione di richiamo dalla trozzula uno strumento ligneo su cui si percuoteva un ferro. Un ragazzo si prestava a fare il giro per il paese scuoten­do la trozzula per indicare l’orario d’inizio del rito religioso. Nel frattempo la gente si riversava verso il sepolcro di Gesù al cui allestimento partecipavano un po’ tutti mediante la preparazione dei così detti piatti di grano. La preparazione avveniva così: si riempiva una ciotola di terra nella quale si lasciava cadere un pugno di fru­mento e dopo averlo innaffiato si collocava la ciotola al buio (spesso sotto il letto).

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I semi germogliavano e la mancanza di luce rendeva gli steli di colore paglierino, i piatti quindi con quegli steli tenerissimi e gialli al momento giusto venivano disposti sul sepolcro di Gesù in un’atmosfera evo­cativa della morte del Signore. Al mattino del sabato santo muoveva la processione di Cristo morto nella quale portando a spalla un simulacro di Gesù morto seguito da un simulacro della Madre Addolorata si simulava il trasporto funebre verso il sepolcro. Atmosfera tristissima accentuata da un vestiario intonato a lutto e dai suoni lenti e ritmati con canti strazianti e passi cadenzati e lentissimi.

LE CAMPANE A FESTA

Le funzioni religiose si compivano di mattino compresa la memoria della Risur­rezione del Signore. La popolazione era costituita in maggior parte da contadini impegnati nei campi e quindi con difficoltà partecipavano ai riti religiosi. Durante la messa della Risurrezione al momento del Gloria si scopriva il simulacro di Cristo risorto e la gente esplodeva in gesti di gioia facendo seguire applausi e un gran fragore battendo qualcosa contro gli scanni di legno per ricordare il terremoto. Contem­poraneamente esplodeva il suono dell’or­gano e le campane suonavano a distesa: il Signore è risorto!

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La messa finiva che era già l’ora di pranzo. La mamma aveva pre­parato per tempo da mangiare e a tavola vi era la cuddhura detta pure la puddhica un alimento e un simbolo pasquale, confezio­nato in famiglia, semplice nella prepara­zione e ricco di significato religioso. Si trattava praticamente di pane a la forma di tarallo al cui centro si incastrava un uovo con tutta il guscio che diventava sodo. Quel pane nutriva piacevolmente e allu­deva al sepolcro scoperchiato dalla forza vitale dello Spirito. I bambini, complice la mamma, facevano trovare la letterina di buona Pasqua sotto il piatto di papà ad arte scoperta con finta sorpresa da parte degli adulti, poi seguiva la lettura emozionata da parte del bimbo, tutto si concludeva con un applauso e con un soldino di regalo: Buona Pasqua!

Antonio Febbraro

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