Racconti Preconciliari/C’era una volta il Triduo Pasquale
Il ricordo delle Celebrazioni in latino e delle Processioni.
I testi liturgici fino al Concilio Vaticano II (1962-1965) erano scritti in latino, corredati da rubriche (ovviamente in latino) che regolavano i movimenti, i gesti, i simboli dell’azione liturgica. Quei testi liturgici erano come fossilizzati e anche incompresi. Costituivano il modello unico per la chiesa universale, uniforme e ripetitivo, proveniente dal Concilio di Trento (1545-1563).
Tra le due Guerre Mondiali 1915-18 e 1940-45 si sviluppò in Europa il movimento liturgico che perseguiva l’obiettivo di un aggiornamento della liturgia sulle basi bibliche e patristiche. Questo movimento trovò accoglienza nel Concilio Vaticano II. Il contesto sociale e ambientale nel quale si svolse il concilio era ancora prevalentemente agricolo nel quale molto diffuso era ancora l’analfabetismo e le superstizioni.
LA LINGUA LATINA E IL PULPITO
Sono stato chierichetto della Parrocchia di Pisignano guidata da don Giuseppe Quarta. La messa era tutta e sempre in latino. Da chierichetto tra le risposte imparate a memoria che dovevo dare a tempo giusto la più difficile era il “Suscipiat”. Tutto incomprensibile, spesso anche per lo stesso sacerdote. Proprio la lingua latina, lo diceva già A. Rosmini, allargava la distanza dell’altare (Mistero) dall’aula (Popolo). La settimana santa emotivamente la si viveva nell’attesa della Pasqua e nei preparativi in chiesa e in casa nella cui lista vi erano: le prediche di quaresima, i rami di ulivo, i piatti di grano per il sepolcro, le cuddhure, la letterina di Pasqua. Nella liturgia acquistava importanza il pulpito: una tribuna in legno collocata in alto, quasi a metà percorso tra l’ingresso in chiesa e l’altare maggiore.
Il pulpito svolgeva la funzione della cattedra in un’aula scolastica. Il tempo per l’istruzione era proprio la quaresima. Sul pulpito saliva il quaresimalista per svolgere il suo corso chiamato appunto quaresimale. La collocazione del pulpito rispondeva alla necessità della vista e dell’udito di tutti i presenti per l’istruzione religiosa, in un tempo in cui non vi erano amplificatori e non servivano i libri. Da colui che saliva il pulpito si sperava che avesse un tono di voce robusto, possibilmente gradevole e una controllata gestualità per tenere desta l’attenzione di un popolo predisposto all’ascolto.
I RAMI DI ULIVO
Con la domenica delle palme aveva inizio la settimana santa. I parroci sollecitavano i fedeli a confessarsi e le confessioni si concentravano nell’ultimo momento per cui presso i confessionali si formavano capannelli di persone e talvolta vera e propria ressa con le inevitabili tensioni dell’attesa. La domenica delle palme era caratterizzata dai rami di ulivo. Erano proprio tantissimi, davano tono, colore e movimento alla giornata. Uomini, donne, bambini recavano con le proprie braccia “sarcine” di rami di ulivi. Il sagrato intorno diventava un folto uliveto.
Il rito iniziava fuori all’aperto quindi ci si incamminava da tutti verso la chiesa una volta giunti alla porta centrale questa era sbarrata, solo dopo aver bussato ripetutamente qualcuno da dentro apriva la porta e un fiume di persone con i rami si riversava rumorosamente i chiesa su cui cadeva l’acqua santa aspersa dal sacerdote celebrante: il canto Osanna al figlio di Davide evocava l’ingresso di Gesù in Gerusalemme. Al momento della benedizione i rami di ulivo venivano sollevati e agitati in aria, una tempesta di verde e un fruscio di foglie. Seguiva la messa con la lettura di un lungo brano del vangelo scelto ad hoc che riferisce sull’arresto, passione e morte di Gesù. Quei rami benedetti tornavano nello spazio per essere issati su ogni abitazione e in ogni campo coltivato, un gesto di preghiera al Signore per avere la sua protezione sulla famiglia e sul lavoro dei campi.
LA MISSA SCERRATA
Più che il giovedì santo impressionava il rito del venerdì santo detto dalla gente la missa scerrata perché non seguiva il ritmo abituale delle altre messe. Il rito si svolgeva di mattino, i ministri convenivano in chiesa e con gli abiti liturgici di colore nero, in un contesto muto e spoglio, gli addetti al servizio si portavano all’altare dove giunti si prostravano sul presbiterio per terra e in silenzio. Poi si levavano e in piedi ascoltavano tutti (sempre in latino!) il racconto della passione, morte e sepoltura di Gesù.
Dopo di che seguiva la preghiera universale per le molte categorie di persone e l’ostentazione della croce. Emozionante il momento dell’adorazione della medesima a cui seguiva la comunione eucaristica. Il primo a muoversi era il sacerdote celebrante il quale toltesi le scarpe percorreva un buon tratto genuflettendo tre volte e giunto alla croce baciava il crocifisso. Dopo di lui ad uno ad uno tutti i presenti compivano lo stesso gesto. La chiesa quindi restava disadorna e l’attenzione si spostava dall’altare maggiore al sepolcro già predisposto in un angolo laterale. La riforma liturgica ha rimosso il termine sepolcro e l’ha sostituito con il termine riposizione, ma nel sentire popolare si continua a parlare di sepolcro.
VENERDÌ, GIORNATA DI LUTTO
Il venerdì santo era lutto per tutta la chiesa. Si legavano le campane e i campanelli, si chiudevano gli organi tutto diventava muto. Le campane e i campanelli erano sostituiti nella loro funzione di richiamo dalla trozzula uno strumento ligneo su cui si percuoteva un ferro. Un ragazzo si prestava a fare il giro per il paese scuotendo la trozzula per indicare l’orario d’inizio del rito religioso. Nel frattempo la gente si riversava verso il sepolcro di Gesù al cui allestimento partecipavano un po’ tutti mediante la preparazione dei così detti piatti di grano. La preparazione avveniva così: si riempiva una ciotola di terra nella quale si lasciava cadere un pugno di frumento e dopo averlo innaffiato si collocava la ciotola al buio (spesso sotto il letto).
I semi germogliavano e la mancanza di luce rendeva gli steli di colore paglierino, i piatti quindi con quegli steli tenerissimi e gialli al momento giusto venivano disposti sul sepolcro di Gesù in un’atmosfera evocativa della morte del Signore. Al mattino del sabato santo muoveva la processione di Cristo morto nella quale portando a spalla un simulacro di Gesù morto seguito da un simulacro della Madre Addolorata si simulava il trasporto funebre verso il sepolcro. Atmosfera tristissima accentuata da un vestiario intonato a lutto e dai suoni lenti e ritmati con canti strazianti e passi cadenzati e lentissimi.
LE CAMPANE A FESTA
Le funzioni religiose si compivano di mattino compresa la memoria della Risurrezione del Signore. La popolazione era costituita in maggior parte da contadini impegnati nei campi e quindi con difficoltà partecipavano ai riti religiosi. Durante la messa della Risurrezione al momento del Gloria si scopriva il simulacro di Cristo risorto e la gente esplodeva in gesti di gioia facendo seguire applausi e un gran fragore battendo qualcosa contro gli scanni di legno per ricordare il terremoto. Contemporaneamente esplodeva il suono dell’organo e le campane suonavano a distesa: il Signore è risorto!
La messa finiva che era già l’ora di pranzo. La mamma aveva preparato per tempo da mangiare e a tavola vi era la cuddhura detta pure la puddhica un alimento e un simbolo pasquale, confezionato in famiglia, semplice nella preparazione e ricco di significato religioso. Si trattava praticamente di pane a la forma di tarallo al cui centro si incastrava un uovo con tutta il guscio che diventava sodo. Quel pane nutriva piacevolmente e alludeva al sepolcro scoperchiato dalla forza vitale dello Spirito. I bambini, complice la mamma, facevano trovare la letterina di buona Pasqua sotto il piatto di papà ad arte scoperta con finta sorpresa da parte degli adulti, poi seguiva la lettura emozionata da parte del bimbo, tutto si concludeva con un applauso e con un soldino di regalo: Buona Pasqua!
Antonio Febbraro





















