Pubblicato in: Dom, Ott 7th, 2012

RIAPERTA LA CACCIA, RIACCESO IL DIBATTITO

SOLO IN ITALIA È CRIMINALIZZATA 

SETTORE PRODUTTIVO IN ATTIVO DÀ LAVORO A 75MILA FAMIGLIE  

Diciamo caccia sì perché è un’atti­vità naturale che solo in Italia è sta­ta criminalizzata da un ambientalismo fana­tico, mentre in tutti gli altri paesi viene intesa, come deve essere, un’attività di prelievo regolare di beni della natura, come anche la pesca, la rac­colta tartufi, funghi, frutti di mare e quanto altro.

Diciamo caccia sì perché in Italia è disciplinata nei minimi particolari dalla legge 157/92 che ha reso gli uccelli protetti una regola e quelli cacciabili un’eccezione. Peraltro la caccia è limitata da settem­bre a gennaio, tre giorni alla settimana, solo a pochissime specie, abbondanti sul nostro territorio, stanziali e di passo migratorio, come tordi, merli, allodole, storni, specie queste presenti in svariati milio­ni di esemplari ed a volte dannose per l’agricoltura. Sono specie che godono di ottima salute e non sono in pericolo di estinzione.

Gli stessi ornitologi ritengono il prelievo venatorio irrilevante rispetto al capitale di selva­tici presenti. La caccia, al giorno d’oggi, viene seguita scientificamente dall’Ispra, un Istituto paraministeriale che regola e fornisce notizie e dati scientifici sulle specie in Italia. Lo stesso Ispra non ha mai parlato di pericolo per le specie cacciabili in Italia. Diciamo caccia sì perché è un’attività redditizia per lo Stato, in quanto i cac­ciatori ogni anno, tra tasse statali, regionali provinciali, comunali e degli ATC (ambiti territoriali di caccia) versano diversi miliardi di euro a fondo perduto, dato che la selvaggina stanziale in gene­re proviene da ripopolamenti effettuati dagli stessi caccia­tori e quella migratoria viene dal nord Europa o dall’Africa e quindi non è fornita dallo Stato.

I cacciatori finanzia­no lo Stato e non viceversa, come erroneamente riferito dalla signora Brambilla, che ha dimostrato scarsissima conoscenza della materia. Diciamo caccia sì perché è uno dei pochi settori produt­tivi in attivo, dato che dalla caccia sopravvivono ben 75.000 famiglie, per posti di lavoro nelle industrie di armi, munizioni, abbigliamento; inoltre allevamenti di cani da caccia, selvaggina da ripopo­lamento; rimboschimenti a spese dei cacciatori. Da non dimenticare poi che in Italia vi sono 20.000 circoli caccia­tori, che pagano ai proprietari un regolare canone di affitto, producendo ricchezza.

Non vi è quindi un solo mo­tivo serio per dire caccia no e va superato l’accostamento al problema sotto il profilo etico, dell’abbattimento degli animali, perché in Italia ven­gono abbattuti ogni anno 30 milioni di maiali, 20 milioni di vitelli, decine di milioni di polli, tacchini, conigli, per non parlare delle centinaia di milioni di pesci pescati ogni anno, che vanno a fare la stessa fine degli uccelli, arrosto, in umido, in brodo. E non ci si venga a dire che i cacciatori abbattono per di­vertimento, perché vorrebbe dire non conoscere la delizia delle specialità di selvaggina, tipo: lepre in salmì, tordi al cartoccio, beccaccini al forno, anatra all’arancia, ecc. tutti pasti regolari che i cacciatori ed i loro amici consumano regolarmente durante il corso dell’annata venatoria, come i frutti di mare in cui commer­cia l’on. Brambilla e verso i quali la stessa sembra non prestare alcuna pietà. Grazie. 

Giovanni Ciccarese

Presidente Provinciale Federcaccia

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