Pubblicato in: Mer, Mag 14th, 2014

Riforme Istituzionali… E se il Salento tornasse ad essere estrema periferia?

La stagione dei cambiamenti/Rischio di isolamento per la nostra terra con l’abolizione delle Province e l’accorpamento delle Prefetture. 

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Non basta ridurre i costi/Occorre una nuova architettura dello Stato 

Italia ha bisogno di riforme come la terra arida ha bisogno d’acqua. Se, finalmente, dopo trent’anni di tentativi, di rinvii, di polemiche, di mac­chinosi calcoli c’è davvero la volontà delle forze politiche o, almeno, di alcune tra queste di fare le riforme, allora bisogna che ognuno, secondo il proprio ruolo, operi perché l’obietti­vo venga raggiunto in tempi ragionevoli. Anche da questa capacità dipende la fiducia degli altri nei nostri confronti. La Francia, nel 1958, con De Gaulle passò in sei mesi dalla IV alla V Repubblica. Se Renzi intende mettersi su questa stra­da, merita l’appoggio perché il suo sforzo non fallisca mentre è pienamente condivisibile il tentativo di allargare il consen­so parlamentare oltre la mag­gioranza che sostiene il gover­no. Bisogna essere consapevoli che il processo riformatore è arduo perché non riguarda uno o due istituti, ma gran parte dell’impianto istituzionale. Le interconnessioni sono ovvie ed evidenti tra Costituzione e leg­gi normali. Ad esempio, la sa­crosanta necessità di assicurare un esecutivo stabile – l’Italia, in poco più di 60 anni, ha avuto 58 governi! – il riformatore pensa di realizzarla soltanto con una legge normale, com’è quella elettorale? Se così fosse, sbaglia perché gli esecutivi Prodi e Berlusconi avevano una forte maggioranza, eppure ressero pochi mesi. Contempo­raneamente ad una buona legge elettorale, è necessario, quindi, cambiare la forma di governo com’è attualmente prevista dalla Costituzione. L’esecutivo debole fu voluto dai costituenti perché, a due anni dalla caduta del fascismo, temevano un nuovo dittatore. Ora, questo timore non c’è, mentre la glo­balizzazione impone governi stabili che possano program­mare i loro interventi ed adotta­re decisioni rapide rispetto ai cambiamenti mondiali.

Quanto accennato per la stabilità degli esecutivi, vale per qualunque altro istituto, a cominciare da quello della giu­stizia. Dinanzi alle complessità del processo riformatore ed alla obiettiva difficoltà di trovare il bandolo non di una, ma di mol­te matasse, qualunque discorso, limitato alla convenienza o al danno che un determinato territorio potrebbe avere da tale processo, è inevitabilmente im­proprio. Sono in gioco i destini del Paese. Se le riforme saran­no riflettute e porranno rimedio a situazioni ormai sclerotiz­zate, il Salento o, poniamo, il Veneto ne trarranno vantaggio entrambi. Diversamente, sarà la rovina per tutti. Ecco perché la revisione del titolo V della Costituzione va fatta senza calcolo di convenienza territoriale: venti regioni sono troppe se la loro competenza è quella di programmazione e di legislazione, per cui bisognerà non solo separare nettamente le competenze, evitando le materie concorrenti tra Stato e regioni inevitabili fonti di conflitto, ma anche dare un assetto territoriale più ampio alle regioni per favorire il perseguimento dei loro compiti essenziali. Sono impensabili, infatti, venti legislazioni e venti programmazioni nella superficie italiana ch’è di poco superiore ai 300 mila Km²!

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Renzi interpreta oggi l’esigen­za di fare presto le riforme. Fi­nalmente! Proprio perché sono tra coloro che da trent’anni le aspettano (la prima mozione che avviò il 18 gennaio 1983 la Commissione Bozzi reca la mia firma, quale presidente del gruppo parlamentare della D.C. al Senato, assieme a quella de­gli altri colleghi del cosiddetto arco costituzionale) insisto per­ché spieghi meglio le cose che intende fare e perché propone di farle, nell’ottica dell’ammo­dernamento e della raziona­lizzazione dello Stato. Ancora un esempio: perchè si è partiti dalla riforma delle province a favore di imprecisate aree vaste? Perché far sopravvivere quaranta prefetture e sopprime­re le altre? Se non servono più, vanno soppresse tutte oppure, se ancora servono, bisogna precisare perché conservarne quaranta e non, poniamo, venti.

Abbiamo bisogno non di pic­coli aggiustamenti, ma di una nuova architettura dello Stato per cui il presidente Renzi troverà maggiore sostegno alla sua fatica se dirà con preci­sione gli obiettivi che intende raggiungere per ogni istituto da cambiare. Mi auguro lo faccia tra poco quando, superata la campagna per l’elezione del parlamento europeo, è spera­bile si creino le condizioni per discutere sul disegno riforma­tore, che non può non essere globale ed unitario. L’obiettivo di ridurre la spesa pubblica è doveroso ma qualunque riforma, fatta esclusivamente per risparmiare, si rileverebbe controproducente anche sotto il profilo della riduzione dei costi. Se l’attuale situazione politica non consente di andare oltre la riforma del bicame­ralismo paritario e del titolo V, tuttavia è necessario che la cornice di riferimento sia ben in mente al legislatore ed al cittadino per evitare futuri contrasti e lacerazioni.

Giorgio De Giuseppe

 Difensore Civico della Pro­vincia di Lecce

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