Pubblicato in: Sab, Mag 10th, 2014

Sacerdote e Giudice/“Un prete è sempre Pastore. Anche in un’aula di tribunale”

Alla scoperta della realtà della Giustizia Ecclesiastica con mons. Caricato, Vicario Giudiziale a Lecce.

Tribunale Ecclesiastico Regionale

“Operare in questo servizio della Chiesa non è un perdersi in meandri burocratici e sterili procedure, ma servire la Chiesa nel volto di tanti fratelli e sorelle che soffrono il disagio di un fallimento matrimoniale”. 

don antonio caricato

“L’ufficio del Giudice Canonico è specificamente pastorale. Per esso, ci vuole pazienza, coraggio, molta fede e molto garbo. Comporta l’imparzialità del giudice secondo giustizia e carità”.

Maggio. Una gior­nata primaverile, in cui il sole ogni tanto fa capolino, celiando con le nuvole. Il nastro d’asfalto si srotola rapidamente lungo i campi virenti, bucati dalle eru­bescenti corolle dei papaveri. Alle 16.00 l’appuntamento con mons. Antonio Caricato a S. Pietro in Lama. Apre l’andito della sua accogliente dimora la gentile sorella, Lucia, che introduce nello studio privato del sacerdote – giudice. Mons. Caricato esordisce nel colloquio con paterna austerità: “Ho accolto questo mandato come ogni cosa nella mia vita, quando sono stato parroco o insegnante in Seminario o, sempre, in stato obbedienzale qualsiasi servizio”. Un tribuna­le ecclesiastico, si sa, ammini­stra la giustizia ecclesiastica: è formato in diocesi dal Vicario giudiziario e dal complesso dei giudici con rispettivi ministeri: il Promotore di giustizia, il di­fensore del vincolo per le cause matrimoniali e poi i cancellieri, i notai, il Patrono stabile. Nella Chiesa, infatti, vi è il munus (o ufficio), dei Papi e dei Vescovi, docendi, sanctificandi (esercita­to dalla Chiesa nei sacramenti) e regendi: i primi due in funzione dell’ordine sacro, il munus regendi o gubernandi implica la potestà legiferativa, giudiziaria ed esecutiva o coattiva. Asserisce il monsignore: “Ope­rare in un tribunale ecclesiastico non è un perdersi in meandri burocratici e sterili procedure, ma servire la Chiesa nel volto di tanti fratelli e sorelle che sof­frono il disagio di un fallimento matrimoniale”.

S. Tommaso dice: “Ministri Dei”e tutte le sentenze sono “nel nome di Cristo”. Scopo della giustizia è, dunque, arrivare alla verità e nelle liti tra le parti usare e tutelare la comunione ecclesiale, tramite la riconcilia­zione e la composizione delle controversie tra i fedeli, come avviene nelle cause matrimo­niali. Nel giudizio canonico prevale la legge obtemperata, in comunione, sottolineata dall’ae­quitas latina, che va garantita non solo nel corso del processo, ma anche nel pronunciare la sentenza sempre coram Deo, davanti a Dio. Sfogliando il C.D.C. mons. Caricato dice che il giudice ecclesiastico deve te­ner presente sempre il principio fondamentale “salus animarum, suprema lex est” .

lex

Pertanto, nell’Amministrazione della giustizia si vive la corre­sponsabilità ecclesiale nell’eser­cizio di ruoli e funzioni diverse: almeno c’è lo sforzo di farlo. Il Consiglio è una famiglia, in cui ci si parla, consiglia, pur aven­do messo tutto davanti a Dio, senza indulgere a regali, denaro o elementi affettivi o interessi, per rendere giustizia nella Sua luce e dare risposta definitiva ad un’istanza di verità. Prae oculis la verità. A questo punto riemerge nel prelato un ricordo giovanile circa mons. Mat­tioli, prefetto di camerata nel Seminario Maggiore di mons. Minerva, e le sue parole: “Una causa viene fondata soprattutto sulla testimonianza di un teste”. Bastano pochi dettagli per ribaltare le sentenze. Le cause matrimoniali sono un romanzo, tragedie, drammi, in cui occorre coniugare carità e verità, giusti­zia e amore, legge e pastorale. L’ufficio del giudice canonico è eminentemente pastorale, è dare tranquillità di coscienza. Per esso, ci vuole pazienza, coraggio, molta fede e molto garbo. Comporta l’imparzialità del giudice secondo giustizia e carità, l’obbligo di astenersi dal giudicare le cause in cui può trovarsi nelle condizioni di incapacità soggettiva, quando cioè in una causa avesse legami morali, affettivi con le parti o interessi patrimoniali.

Il giudi­zio, infatti, riguarda la realtà di un sacramento (perché è espe­rienza viva della presenza san­tificatrice di Cristo nell’amore tra uomo e donna). Questa consapevolezza aiuta l’ammini­stratore della giustizia eccle­siale a non sentirsi “navigatore solitario”, ma umile rematore nella barca di Pietro, agendo in nome della Chiesa e come parte viva. Il giudice non ha solo lo ius dicere, lo ius disceptare, ma anche lo iuste iudicare, tenendo presente giustizia ed equità. Perché il matrimonio non è un semplice contratto, ma un patto che Cristo ha elevato alla dignità di sacramento. È uno dei canoni principali del diritto matrimoniale sottolineare che è atto coscienzioso, si basa sul consenso, che è soprattutto un atto umano, in cui entra intelli­genza, volontà, memoria. Oggi occorre ribadirlo in una società in cui regna l’indifferenza, il relativismo psicologico, etico e giuridico. “Stiamo smarren­do il senso semantico delle parole: matrimonio, uomo, donna, libertà, diritti, doveri, lavoro. Noi abbiamo avuto, nel corso del 2013-attesta il giudice- 213 sentenze di nullità di matrimonio: non tutte sono state dichiarate nulle”.

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