Sacerdote e Giudice/“Un prete è sempre Pastore. Anche in un’aula di tribunale”
Alla scoperta della realtà della Giustizia Ecclesiastica con mons. Caricato, Vicario Giudiziale a Lecce.
“Operare in questo servizio della Chiesa non è un perdersi in meandri burocratici e sterili procedure, ma servire la Chiesa nel volto di tanti fratelli e sorelle che soffrono il disagio di un fallimento matrimoniale”.
“L’ufficio del Giudice Canonico è specificamente pastorale. Per esso, ci vuole pazienza, coraggio, molta fede e molto garbo. Comporta l’imparzialità del giudice secondo giustizia e carità”.
Maggio. Una giornata primaverile, in cui il sole ogni tanto fa capolino, celiando con le nuvole. Il nastro d’asfalto si srotola rapidamente lungo i campi virenti, bucati dalle erubescenti corolle dei papaveri. Alle 16.00 l’appuntamento con mons. Antonio Caricato a S. Pietro in Lama. Apre l’andito della sua accogliente dimora la gentile sorella, Lucia, che introduce nello studio privato del sacerdote – giudice. Mons. Caricato esordisce nel colloquio con paterna austerità: “Ho accolto questo mandato come ogni cosa nella mia vita, quando sono stato parroco o insegnante in Seminario o, sempre, in stato obbedienzale qualsiasi servizio”. Un tribunale ecclesiastico, si sa, amministra la giustizia ecclesiastica: è formato in diocesi dal Vicario giudiziario e dal complesso dei giudici con rispettivi ministeri: il Promotore di giustizia, il difensore del vincolo per le cause matrimoniali e poi i cancellieri, i notai, il Patrono stabile. Nella Chiesa, infatti, vi è il munus (o ufficio), dei Papi e dei Vescovi, docendi, sanctificandi (esercitato dalla Chiesa nei sacramenti) e regendi: i primi due in funzione dell’ordine sacro, il munus regendi o gubernandi implica la potestà legiferativa, giudiziaria ed esecutiva o coattiva. Asserisce il monsignore: “Operare in un tribunale ecclesiastico non è un perdersi in meandri burocratici e sterili procedure, ma servire la Chiesa nel volto di tanti fratelli e sorelle che soffrono il disagio di un fallimento matrimoniale”.
S. Tommaso dice: “Ministri Dei”e tutte le sentenze sono “nel nome di Cristo”. Scopo della giustizia è, dunque, arrivare alla verità e nelle liti tra le parti usare e tutelare la comunione ecclesiale, tramite la riconciliazione e la composizione delle controversie tra i fedeli, come avviene nelle cause matrimoniali. Nel giudizio canonico prevale la legge obtemperata, in comunione, sottolineata dall’aequitas latina, che va garantita non solo nel corso del processo, ma anche nel pronunciare la sentenza sempre coram Deo, davanti a Dio. Sfogliando il C.D.C. mons. Caricato dice che il giudice ecclesiastico deve tener presente sempre il principio fondamentale “salus animarum, suprema lex est” .
Pertanto, nell’Amministrazione della giustizia si vive la corresponsabilità ecclesiale nell’esercizio di ruoli e funzioni diverse: almeno c’è lo sforzo di farlo. Il Consiglio è una famiglia, in cui ci si parla, consiglia, pur avendo messo tutto davanti a Dio, senza indulgere a regali, denaro o elementi affettivi o interessi, per rendere giustizia nella Sua luce e dare risposta definitiva ad un’istanza di verità. Prae oculis la verità. A questo punto riemerge nel prelato un ricordo giovanile circa mons. Mattioli, prefetto di camerata nel Seminario Maggiore di mons. Minerva, e le sue parole: “Una causa viene fondata soprattutto sulla testimonianza di un teste”. Bastano pochi dettagli per ribaltare le sentenze. Le cause matrimoniali sono un romanzo, tragedie, drammi, in cui occorre coniugare carità e verità, giustizia e amore, legge e pastorale. L’ufficio del giudice canonico è eminentemente pastorale, è dare tranquillità di coscienza. Per esso, ci vuole pazienza, coraggio, molta fede e molto garbo. Comporta l’imparzialità del giudice secondo giustizia e carità, l’obbligo di astenersi dal giudicare le cause in cui può trovarsi nelle condizioni di incapacità soggettiva, quando cioè in una causa avesse legami morali, affettivi con le parti o interessi patrimoniali.
Il giudizio, infatti, riguarda la realtà di un sacramento (perché è esperienza viva della presenza santificatrice di Cristo nell’amore tra uomo e donna). Questa consapevolezza aiuta l’amministratore della giustizia ecclesiale a non sentirsi “navigatore solitario”, ma umile rematore nella barca di Pietro, agendo in nome della Chiesa e come parte viva. Il giudice non ha solo lo ius dicere, lo ius disceptare, ma anche lo iuste iudicare, tenendo presente giustizia ed equità. Perché il matrimonio non è un semplice contratto, ma un patto che Cristo ha elevato alla dignità di sacramento. È uno dei canoni principali del diritto matrimoniale sottolineare che è atto coscienzioso, si basa sul consenso, che è soprattutto un atto umano, in cui entra intelligenza, volontà, memoria. Oggi occorre ribadirlo in una società in cui regna l’indifferenza, il relativismo psicologico, etico e giuridico. “Stiamo smarrendo il senso semantico delle parole: matrimonio, uomo, donna, libertà, diritti, doveri, lavoro. Noi abbiamo avuto, nel corso del 2013-attesta il giudice- 213 sentenze di nullità di matrimonio: non tutte sono state dichiarate nulle”.


















