Pubblicato in: Gio, Set 26th, 2013

Salento: C’era una volta il Calcio…

IL GIOCATTOLO ROTTO/ IN DIFFICOLTÀ ANCHE I SETTORI GIOVANILI 

BUONI DIRIGENTI E BUONI MAESTRI CERCANSI

Manifesti extra large, piccole locandine, volti ammiccanti di personaggi più o meno noti, colori, piedi calzati con gli scarpini dell’ultimo grande campione e poi … sempre lui, il pallone. L’oggetto del desiderio di ogni bimbo che comincia a sgambettare, l’e­sempio più bello della gioia di vivere.

In un ragazzo che gioca a pallone è possibile scoprire, come in uno splen­dido mosaico, tutta la ricchezza di umanità che si porta dentro: la per­cezione di se, con i propri le proprie ricchezze e i limiti, la voglia e la fatica del crescere e migliorarsi, il deside­rio del riconoscersi accanto agli altri nella propria individualità ma anche in quella necessaria complementarietà che esalta le doti e colma i limiti. In una squadra di ragazzi che giocano a calcio risplende la bellezza dello stare insie­me, dello scoprirsi amici e complici in una impresa, la vittoria.

Chi poi ha la fortuna di lavorare con questi ragazzi ha la possibilità di cogliere il backstage di quel mondo di cui la partita è solo l’ulti­mo momento il più visibile ma anche, a livello giovanile, il meno importante. La puntualità e la fatica degli allenamenti, la disponibilità, non facile, di mettersi in discussione per accettare e imparare la novità di un gesto tecnico, la sod­disfazione per ciò che si è imparato. La difficoltà, soprattutto negli adole­scenti, nel passare dall’Io al Noi che diventa rispetto dello spirito di squadra e delle sue regole ma anche, sul campo, movimento armonico di ciascuno in funzione di una meta conseguita tutti insieme, magari partecipando solo dalla dura panchina. La gioia genuina della vittoria, lo scoraggiamento per una sconfitta, magari ai calci di rigore; la tenacia nel rialzarsi e riprendere la strada per fare sempre meglio. In ultimo la necessità assillante del coniugare sport, calcio e pallone. E genitori e amici e tutto quello che un adolescente “normale” vive nella splendida disorga­nizzazione della sua età.

CALCIO BALILLA

Non è poesia quella appena descritta. È l’esperienza vissuta per diciassette anni accanto ai giovani calciatori del Lecce là dove accanto all’atleta si è sempre tentato, come mission non secondaria, di costru­ire delle persone capaci, da adulti, di prendersi le proprie responsabilità per sé stessi e per gli altri. Persone capaci di affrontarela vita in tutti i suoi aspetti belli e meno belli, il proprio essere nella famiglia e nella società con quei valori, quello stile, quella capacità di rispetto delle persone e delle regole del gioco che il campo di calcio ha loro insegnato. E il riferimento non è solo ai grandi campioni che calcano i terreni degli stadi,ai quali spesso i tanti soldi fanno dimenticare i buoni insegnamenti, ma soprattutto a coloro che una volta smesse le scarpette, superata anche l’amarezza e la delusione di non essere un campione delle figurine panini, si sono rimessi in piedi e hanno ripreso a giocare, con fatica e sacrificio, il grande gioco della vita. E questo per la gioia dei tanti I tanti che sono certamente le loro famiglie e le persone loro care ma anche i tanti che sono tutti coloro che hanno concorso alla loro formazione. Nello specifico i tanti sono tutti coloro che a diverso titolo hanno collaborato alla formazione dell’uomo-calciatore, dai dirigenti all’ultimo dei collaboratori.

Il settore giovanile del Lecce, del Ca­sarano, del Nardò, e delle tante piccole grandi realtà e del nostro Salento e dell’Italia pallonara quanti ragazzi hanno formato? Centinaia, migliaia. Alcuni sono diventati grandi campioni, altri, i più solamente uomini, grandi per la ricchezza della loro umanità. Ma ora il giocattolo si è rotto. Le leggi del mercato prima, la crisi, poi, hanno fagocitato tutto. Chi è sparito, chi sta scomparendo, chi è costretto o si accontenta solo di mettere dei ragazzi sul campo e poi …. basta … i problemi sono altri … i soldi, gli sponsor necessari per arrivare se non alla fine dell’anno. E quel pallone nelle mani del ragazzino, una volta sorridente, si sgonfiato e con esso i colori dell’erba sempre più secca, i volti sempre meno sorridenti e sempre più delusi.

In questo contesto ben vengano le tante scuole calcio proposte nelle nostre città e paesi purché siano gestite da persone pulite e competenti e non da dilettanti allo sbaraglio.E allora? Per cortesia: stiano lontani i venditori di sogni. Stiano alla larga quelli che corrono ad accaparrarsi i bambini solo per la quota mensile. Stiano distanti dai piccoli coloro che non sanno o a cui non interessa investire se stessi e le proprie competenze e risorse per la crescita completa dei ragazzini. Almeno sul campo d’erbetta proponiamo ai bam­bini dei buoni maestri,dei dirigenti,agli alleducatori, che aiutino i ragazzi a realizzare, con fatica e entusiasmo al contempo, la gioia di sperimentarsi protagonisti della costruzione di se stessi come uomini e come campioni o come campioni che siano soprattutto uomini.

Damiano Madaro

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