Salento: “Il peggio ormai è alle spalle”
A colloquio con Luigi Derniolo, Presidente di Confartigianato Lecce.
“La crescita della domanda dopo un lungo periodo di stagnazione è un dato rilevante, anche per quanto ne consegue in termini di interventi di ristrutturazione. Occorre cogliere al balzo questi segnali non solo migliorando e stabilizzando le condizioni di accesso ai mutui, ma anche lavorando per implementare provvedimenti in grado di incrementare le condizioni di operatività delle imprese”.
“La tanto attesa riforma fiscale dovrà riportare in equilibrio un sistema ormai incomprensibile e fortemente sbilanciato. La persistente situazione di crisi ha esacerbato una tendenza al sommerso tipica del nostro Paese”.
Primi timidi segnali di ripresa economica anche nel Salento. In provincia di Lecce, infatti, diminuiscono gli inattivi, rallenta la caduta del manifatturiero, aumentano le compravendite immobiliari, ma non solo. Il presidente di Confartigianato Imprese Lecce, Luigi Derniolo, è fiducioso: “Registriamo un’inversione di tendenza. Il peggio è ormai alle spalle”.
Presidente Derniolo, riparte finalmente la nostra economia?
I dati elaborati dal nostro Osservatorio provinciale evidenziano un primo segnale di ripresa del mercato del lavoro: diminuiscono gli inattivi. Si tratta di un parametro particolarmente interessante, perché in grado di fornire un’indicazione anche sul livello di fiducia dei cittadini nella possibilità di trovare occupazione. Non v’è dubbio che un calo del numero degli inattivi sia da accogliere con favore. In questo, le scelte effettuate sul piano delle politiche attive del lavoro hanno avuto un ruolo non di poco conto. Ad esempio, nonostante un avvio a rilento, il piano Garanzia Giovani, supportato anche da Confartigianato, sta contribuendo all’emersione di una serie di profili che altrimenti sarebbero rimasti, per l’appunto, inattivi e del tutto sconosciuti. Tuttavia i valori assoluti sulla disoccupazione, specie quelli relativi alle donne, risultano ancora troppo elevati.
Cosa auspica?
L’obiettivo deve essere quello del calo del numero di inattivi in favore dell’aumento di quello degli occupati. Per realizzarlo le politiche attive non bastano: occorre aiutare le imprese, specie quelle piccole e medie, a generare nuovi posti di lavoro e ciò è possibile solo attraverso un supporto organico allo sviluppo imprenditoriale ed incisive riforme in materia di fisco, credito, giustizia civile e burocrazia.
Quali sono gli altri segnali positivi?
Senza dubbio, il maggiore ricorso alle ristrutturazioni edilizie e alle misure di risparmio energetico rappresenta un dato positivo, sintomo che la concessione di sgravi fiscali è una buona prassi da continuare ad esercitare e da ampliare. Tuttavia è una goccia nel mare per un comparto che dal 2008 ha visto in Puglia la chiusura di oltre duemila imprese artigiane ed una flessione occupazionale pari al 48 per cento: una vera e propria caduta libera. Si tratta di dati “da dopoguerra”, troppo spesso sottovalutati solo perché riferiti al mondo dell’impresa diffusa. In sei anni l’intero comparto ha perso nella nostra regione ben 63.500 occupati, un numero di gran lunga superiore a quello degli addetti di qualsivoglia grande azienda nazionale. Non va dimenticato che quello delle costruzioni è uno dei settori trainanti della nostra economia e che il suo stato di salute è in grado di influenzare una moltitudine di altri comparti.
Quali provvedimenti adottare?
Tanti sono i provvedimenti anche a costo zero in grado di migliorare le condizioni delle imprese. Fra questi la semplificazione amministrativa e l’uniformazione dei regolamenti comunali in materia di edilizia sono una priorità assoluta. Fondamentale è intervenire sull’edilizia pubblica attraverso un piano organico che preveda il completamento delle opere incompiute, l’avvio di quelle immediatamente cantierabili ed il superamento delle gare al massimo ribasso.
Come va il mercato immobiliare residenziale?
Va precisato che l’incremento delle compravendite non equivale di per sé a nuovo lavoro per le imprese edili: in questo periodo sono stati accumulati numerosi lotti di invenduto e sono pochissimi i cantieri aperti. Tuttavia, la crescita della domanda dopo un lungo periodo di stagnazione è un dato rilevante, anche per quanto ne consegue in termini di interventi di ristrutturazione, impiantistica ed ammodernamento degli immobili. Occorre pertanto cogliere al balzo questi segnali non solo migliorando e stabilizzando le condizioni di accesso ai mutui, ma anche lavorando per implementare provvedimenti in grado di incrementare le condizioni di operatività delle imprese.
Riguardo, invece, al mercato immobiliare produttivo, commerciale e terziario?
La buona performance del mercato residenziale, con tutto ciò che ne consegue in termini di interventi di ristrutturazione dei fabbricati, non vale per il mercato non residenziale. A frenare gli entusiasmi è il dato relativo agli immobili produttivi, cioè quelli maggiormente connessi alle attività manifatturiere ed artigianali, che continuano ad essere in affanno. E non potrebbe essere altrimenti, visto che la tassazione degli immobili strumentali, di per sé paradossale, si è fatta oramai insostenibile, con un incremento pari al 19,5 per cento. Avere a disposizione un immobile in cui esercitare il proprio lavoro non può e non deve più essere un’impresa nell’impresa.
Come va il manifatturiero?
La caduta del manifatturiero sta rallentando, anche se molto lentamente. Le nostre imprese patiscono l’onda lunga della crisi e non riescono a cogliere al volo i segnali di ripresa che da inizio anno si stanno registrando nel resto dell’Area euro. I settori in maggiore difficoltà si confermano quelli che, direttamente o indirettamente, soffrono della situazione del comparto edile. Per tutte quelle attività che non possono contare su una forte propensione all’export, invece, pesa particolarmente la perdurante stagnazione della domanda interna. È necessario mettere le imprese manifatturiere, da sempre spina dorsale dell’economia locale, nelle condizioni di approfittare fino in fondo di questi segnali di miglioramento.
Com’è la situazione sul fronte dei redditi?
A fronte di un incremento dei redditi dichiarati, si registra un inesorabile calo dei cittadini che presentano le dichiarazioni Irpef, probabilmente perché i relativi redditi sono scesi fino a rientrare nella fascia di esenzione. È questo un dettaglio che deve far riflettere ed è anche alla luce di tale dato che va considerato il leggero incremento del reddito medio. Occorre sottolineare che negli ultimi anni, sulla scia di un federalismo mal attuato e mai compiutamente realizzato, la fiscalità locale è letteralmente esplosa. Nonostante i tagli dei trasferimenti, infatti, gli enti locali devono mantenere il proprio standard di servizi: il risultato è che il combinato delle varie tasse raccolte a livello comunale sta mettendo a dura prova cittadini ed imprese che, è bene ricordarlo, pagano le imposte anche sugli immobili strumentali. L’attesa riforma del fisco dovrà considerare un approccio organico anche al problema della tassazione locale per centrare l’obiettivo di una riduzione effettiva e globale della pressione fiscale.
Cosa la preoccupa?
Le nostre elaborazioni evidenziano quanto sia elevata la pressione fiscale dovuta alle tasse locali su immobili, rifiuti e servizi pubblici. I pugliesi versano un miliardo e mezzo di euro per l’imposta unica comunale (IUC). Più precisamente, versano 709.632.180 euro per l’IMU, 207.339.598 per la TASI e 559.762.536 per la TARI. A questo gettito si aggiungono altri 415 milioni di euro per l’addizionale comunale Irpef e per le altre imposte residuali, come l’imposta di scopo, l’imposta di soggiorno nelle località turistiche, l’imposta comunale sulla pubblicità, la tassa per l’occupazione degli spazi ed aree pubbliche, i diritti sulle pubbliche affissioni, i tributi speciali ed altre entrate proprie. Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una continua ed incessante riparametrazione dei tributi: la fantasia dei Governi che si sono succeduti alla guida del Paese ha dato vita ad un groviglio di nuove tasse di cui la IUC è solo l’ultima arrivata. Complice un federalismo fiscale solo parzialmente applicato e mai compiutamente realizzato, l’obiettivo è uno solo: recuperare risorse per le casse delle amministrazioni locali sempre più condizionate dalla riduzione dei trasferimenti statali e dai vincoli del patto di stabilità.
Chi ne fa le spese?
A farne le spese sono i cittadini e soprattutto le aziende, alle prese con un rebus la cui unica certezza è il fatto di dover pagare, alle volte, importi anche raddoppiati rispetto a quelli del 2011. È così che si è giunti al paradosso di tassare finanche gli immobili strumentali, che garantiscono produzione e occupazione.
Cosa fare?
La tanto attesa riforma fiscale dovrà riportare in equilibrio un sistema ormai incomprensibile e fortemente sbilanciato. Un approccio organico al problema della tassazione locale in tutte le sue componenti è essenziale per centrare l’obiettivo di una riduzione effettiva e globale della pressione fiscale e dare respiro al sistema produttivo. Ma non solo. La persistente situazione di crisi ha esacerbato una tendenza al sommerso tipica del nostro Paese, trasversale rispetto a tutti i settori economici ma più marcata in alcune aree di attività.
A cosa si riferisce?
Mi riferisco alle imprese che operano nel campo dei servizi alla persona, dei trasporti e della ristorazione, letteralmente piegate dalla concorrenza sleale, dall’abusivismo e dal lavoro nero. Ormai da anni, Confartigianato conduce una battaglia senza tregua nei confronti degli abusivi e dell’utilizzo del lavoro irregolare. È una sfida che non si vince con i soli controlli, ma necessita di una costante opera di informazione dei clienti, perché è ai clienti che spetta la scelta finale. È necessario spiegare loro che le imprese irregolari non solo danneggiano quelle oneste e anche l’economia, dato che non pagano alcuna tassa, ma molto spesso fanno correre seri rischi alla propria clientela. Lavorare in regola significa essere sottoposti a severi controlli e seguire normative precise a tutela della sicurezza e della salute dei clienti e della collettività. Solo la consapevolezza dei rischi che si corrono affidandosi ad un abusivo o ad un’impresa irregolare può guidare le scelte di coloro che, soli, hanno il potere di cambiare davvero questo stato di cose: i clienti.
MANUFATTURIERO RALLENTA LA CADUTA
Il manifatturiero salentino cede ancora terreno, ma quantomeno la caduta sembra rallentare. Nell’ultimo trimestre (gennaio-marzo), in provincia di Lecce, si sono «perse» 83 attività manifatturiere, pari ad una flessione dell’1,9 per cento. Erano 4.286, oggi sono 4.203. Si sono perse 22 fabbriche di prodotti in metallo, pari ad un tasso negativo del 2,6 per cento (da 845 a 823). Sono racchiuse, prevalentemente, le unità che operano nella produzione di elementi da costruzione affiancate da lavorazioni di trattamento e rivestimento del metallo. In flessione anche l’industria del legno: da 596 a 582 imprese, cioè 14 unità in meno, pari al 2,3 per cento. Il settore comprende imprese che svolgono attività molto diverse tra loro: si tratta, in prevalenza, di produzioni di infissi o altri manufatti di falegnameria destinati all’edilizia a cui si affiancano altre lavorazioni che vanno dal taglio e la piallatura del legno, alla produzione di semilavorati sino alla fabbricazione di imballaggi. Le imprese che si occupano di «confezioni di articoli di abbigliamento» sono 384, mentre prima erano 393; il saldo negativo è di 9 unità, pari al 2,3 per cento. Le altre industrie manifatturiere si sono contratte, in media, dell’2,4 per cento (da 380 a 371). Questo settore è residuale rispetto ai precedenti e, di conseguenza, è molto variegato: le produzioni più significative sono quelle della lavorazione di minerali non metalliferi (vetro, ceramica, pietre) e della carto-tecnica (stampa e lavorazione della carta e del cartone).
RICCHI E POVERI DELLA CITTÀ CAPOLUOGO
Sono 591 i “Paperoni” nella Città di Lecce. L’anno scorso hanno dichiarato un reddito complessivo superiore a 120mila euro. Quelli che dichiarano tra i 75mila e i 120mila sono 1.434 a Lecce. La classe di reddito che comprende il maggior numero di contribuenti è quella che va da zero a 10mila: sono 20.529. Segue la fascia tra 15mila e 26mila che include 15.089 contribuenti. Più in generale, in Puglia, sono diminuiti i contribuenti, ma sono aumentati i redditi dichiarati. In particolare, l’anno scorso, sono stati ben 2.577.466 i contribuenti che hanno assolto all’obbligo di presentazione della dichiarazione ai fini dell’imposta sui redditi delle persone fisiche (Irpef). Rappresentano il 6,3 per cento del totale in Italia (40.989.567). Rispetto all’anno precedente sono scesi di 21.436 unità, pari allo 0,8 per cento (erano 2.598.902 nel 2013). Tuttavia, hanno dichiarato 591,6 milioni di euro in più, pari a un tasso dell’1,5. Il reddito complessivo ammonta a 39,6 miliardi di euro, contro i 39 dell’anno precedente. Il reddito medio, in Puglia, è di 15.630 euro (l’anno prima era 15.570), contro i 20.700 euro della media nazionale.
Davide Stasi


















