Pubblicato in: Ven, Lug 6th, 2012

San Pompilio Maria Pirrotti/Il Carisma di un Santo del Mezzogiorno

Baluardo della dottrina/ nel 1765 scrisse la “novena al S. Cuore di Gesù” per contrastare il Giansenismo che scoraggiava le devozioni popolari.

Nel 1794, Pio VI condannò alcune tesi del Sinodo di Pistoia, decretando la fine degli ultimi sussulti Giansenisti.

Per il quietismo, mistica e ascesi si confondono. Prevale la mistica come stato contemplativo gratuito.

Quest’opera mura­ria esterna, che è il potere tempo­rale della Chiesa, delimita lo spazio della tante stanze e dei tanti giardini della spiritualità che si trovano al suo interno. Talvolta sono canti sublimi che si ele­vano all’Eterno con un moto ascendente e li­bero, altre sono profumi intensi ma brevi.

La com­prensione di un fenomeno o evento storico è subordinata alla conoscenza di un fenome­no diverso e a volte opposto. Così possiamo meglio com­prendere l’opera e il pensiero di S. Pompilio se ci accostiamo solo ad alcune delle espressioni del­la spiritualità che caratterizzarono la sua epoca e dalle quali prese le distanze: il giansenismo e il quietismo.

Cornelio Janssen, detto Giansenio, (1585-1638), dopo il baccellierato completò gli studi teologici a Parigi. Fu qui che incontrò Jean Duvergier de Hauranne, abate di Saint- Cyran, considerato il vero teorico e fondatore del gian­senismo. Punto cruciale del pensiero giansenista era la teoria della grazia. Le azioni fatte senza la grazia non sono buone azioni, ragione per cui anche le migliori condotte dei pagani sono vizi. Saint-Cyran elaborò uno schema compiu­to riguardo l’orazione, distin­guendo la preghiera di pen­siero, di parola, di azione e di sofferenza. Ma è nella dottrina del sacramento dell’Eucaristia e della Riconciliazione che diede i suoi contributi più origi­nali (che specificavano meglio il pensiero giansenista). Egli, infatti sosteneva la necessità, sul modello della Chiesa primi­tiva, di un percorso di peniten­za adeguato, comunque non breve, prima di ammettere il credente alla comunione eu­caristica. L’assoluzione an­dava dilazionata per consen­tire al penitente un percorso di ravvedimento e di pen­timento tale da accostarsi poi alla comunione in modo più consapevole. Lo stato di penitente prolungato e la comunione non frequente erano tra gli aspetti tipici del giansenismo, non contestati solo dai gesuiti, ma anche dal nostro S. Pompilio, che invece fu un sostenitore ap­passionato della comunione frequente.

Nel complesso questa dottrina si diffuse in Italia una volta avviato il suo declino in Francia. Tuttavia le idee gianseniste giunsero in Ita­lia alquanto private del loro vigore dogmatico , poiché la sensibilità del tempo fu più incline ad accoglierne l’a­spetto morale, alquanto rigo­roso. Sotto questo aspetto si sosteneva, tra le altre cose, l’importanza di penitenze esemplari, il disprezzo per l’uomo in sé e per il matrimo­nio, la natura peccaminosa degli affetti familiari e dell’a­micizia .

La morale giansenista interessava perlopiù le clas­si sociali agiate, poiché al rigore e al controllo di sé non si addicevano certo gli entu­siasmi e le esaltazioni delle espressioni di devozione po­polare diffuse nell’Italia meri­dionale, tra cui il culto maria­no e al Sacro Cuore di Gesù, tanto cari al nostro Santo. S. Pompilio, infatti, nel 1765 scrisse la “Novena al Sacro Cuore di Gesù”; inoltre in tutto il suo nutrito epistola­rio si nota nell’intestazione un riferimento alla Madonna alla quale affidava se stes­so e i destinatari delle sue lettere. Interessante notare che il nostro Santo condivi­se questo culto con S. Luigi Maria Grignon de Montfort, che evidentemente non poté conoscere personalmente perché vissuto tra il 1673 e il 1713, e del quale, per questo, è lecito pensare non poté co­noscere gli scritti .

Di certo S. Pompilio fu im­pegnato a contrastare la rigida morale giansenista, ma non sapeva che dopo la sua morte avvenuta nel 1766, si sarebbe celebrato a Pistoia nel 1786, un sinodo, che nelle inten­zioni dei suoi organizzatori doveva riformare la Chiesapost-tridentina in senso gian­senista. Nella realtà questo sinodo si rivelò una effimera vittoria, poiché dopo otto anni, nel 1794, papa Pio VI con la Bolla Auctorem Fidei, condan­nò molte delle tesi approvate nell’assise sinodale, decretan­do così la fine degli ultimi sus­sulti giansenisti.

Diversa la situazione per il quietismo. Poiché si tende a circoscrivere il fenomeno del quietismo ad un arco di tempo che va dalla seconda metà del XVII secolo alla prima metà del XVIII, è legittimo pensare che la sua diffusione in Italia dovette in qualche modo pre­cedere quella del giansenismo o, perlomeno, nel periodo di espansione del giansenismo (seppure come abbiamo visto sotto il solo profilo morale) è in atto un ridimensionamento dell’insegnamento quietista.

Punto fondamentale del movimento spiritualista chia­mato qiuetismo è una forte tendenza spirituale, che attra­verso la via del raccoglimento interiore e della contempla­zione conduce l’uomo ad uno stato di perfezione, quindi, di unione con Dio. Si ricerca lo stato di quiete e di passività con lo sforzo umano, che deve tendere così al totale abban­dono in Dio. Lo sforzo umano deve dunque raggiungere ciò che gli Alumbrados (illuminati) a partire dal 1500 volevano raggiungere: la stessa luce che fu data a S. Paolo. Se per il giansenismo il rigore e l’a­scesi sono vie da percorrere per giungere alla perfezione e il ruolo della volontà umana è importante, per il quietismo l’incontro (mistico) con Dio è prodotto solo dall’abbandono totale e senza riserve a Dio.

Ma questa era anche la stra­da che avrebbe portato, come in effetti portò, ad una licenza morale che vedeva nelle situa­zioni di tentazione e di peccato una volontà divina alla quale non ci si doveva opporre. Per il giansenismo l’ascesi produ­ce la virtù ed è quindi con lo sforzo della volontà che si arri­va alla perfezione; per il quie­tismo, invece, mistica e asce­si si confondono, prevale in qualche modo la mistica come stato contemplativo gratuito in cui il divino irrompe se l’uomo si spoglia di ogni residuo di sé e si lascia “sorprendere” . Il quietismo fu condanna­to da Papa Innocenzo XII, nel 1687, con la bolla Coelestis Pastor.

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