Pubblicato in: Ven, Lug 6th, 2012

San Pompilio Maria Pirrotti/Il Carisma di un Santo del Mezzogiorno

Figlio del Calasanzio/“Paterna ed inesausta carità verso la  gioventù”. Attenzione continua ai più poveri perchè non mancasse il necessario.

IL CARISMA DI UN SANTO DEL SUD: “BENEDICO SEMPRE DIO CHE MI HA VOLUTO A CAMPI”

“Grande consolazio­ne riempie oggi l’animo Nostro al sentire pubblica­to il decreto sulle virtù eroiche del Ven. Pompilio Maria Pirrotti … In mezzo alla corruzione del secolo è bello e consolante il ve­dere di tratto in tratto apparire uomini insigni per santità, che con lo splen­dore dell’eroiche loro virtù brillano quali fulgide stelle a rendere testimo­nianza de quella fecondità, che ha in ogni tempo godutola Chiesa Catto­lica, e le ha meritato il glorioso titolo di Madre dei Santi. Il secolo passato, che andò preparando il trionfo della incredulità e dei principi sovversivi di ogni ordine in Europa, vide anch’es­so sorgere non poche di queste ani­me privilegiate; ed una fra esse fu senza fallo il Ven. Pompilio.

Il patire è la veste esteriore propria del cattolico, quella interiore è la carità; il patire è la “camicia” che copre la carità e la conoscenza di Dio.

Giova ri­cordare, …, la salutare influenza che quest’umile figlio del Calasanzio, con la sola forza dell’apostolico zelo suo, …, potè esercitare sopra gran parte dei popoli meridionali d’Italia. Giova rammentare i grandi e salutari frutti che ottenne la sua paterna ed ine­sausta carità verso la gioventù, che secondo lo spirito del proprio Istituto andava Egli per tempo informando alla cristiana pietà…” .

Sono le parole che papa Leone XIII scrisse in occasione della Beati­ficazione del nostro Santo, il 15 set­tembre 1889, processo cui peraltro lui stesso aveva dato inizio da Mon­signore (come rileva il Tosti).

Gli scritti da cui è possibile com­prendere la dottrina e la spiritualità di S. Pompilio resta il ponderoso epi­stolario (circa un migliaio di lettere) in gran parte indirizzato alle persone che si erano affidate alla sua direzio­ne spirituale. Così è accaduto anche quando fu trasferito a Campi Salen­tina, ancora una volta per dare ese­cuzione a un ordine di Superiori, di carattere punitivo, non per motivi pa­storali. Il nostro Santo giunse a Cam­pi Salentina nel 1765, proveniente da Ancona, dove svolgeva una intensa attività di insegnamento, oltre che di predicazione . Tra i motivi che portarono al tra­sferimento

“fu detto una volta che P. Pompilio usasse assolvere i penitenti non lasciando finire loro la confessio­ne e dicendo che bastava così” . E la scena si ripeteva: già alcuni anni pri­ma, da “un mondo in cui signoreggia la menzogna” erano partite le accuse che avevano provocato il suo trasfe­rimento da Lanciano, da qui a Napoli, a Chieti , a Lugo di Romagna … fino a Campi, da dove il santo calasanzia­no non avrebbe potuto allontanarsi senza permesso dei Superiori e dove sarebbe stato costantemente sorve­gliato . Ma ogni trasferimento era accettato con spirito di obbedienza; anzi, del Padre Rettore di Lanciano, in occasione del suo trasferimento a Napoli nel 1747, che di lui ai Supe­riori di Roma aveva scritto “tale ro­baccia, che dello più infame soggetto non si poteva scrivere di peggio” egli scrive che è “buono e caro” . Il Santo giunge a Campi nell’e­state del 1765, non senza nostalgia dei luoghi in cui in precedenza aveva svolto il suo apostolato. Della città sa­lentina scrive: “non si può raccapez­zare altro, che scoprire le orridezze delle condotte rozzissime, e non se ne può sperare altro che miserie, … , mentrela Provinciaè piena di roz­zezze. E non ci sta poi nelli Superiori il bel modo, qual bel modo sarebbe la bella civiltà, la bella adatta carità, il bel esempio … Basta: io non faccio altro che piangere, come Gesù, che, veduta avendola Gerosolimaingrata, dovè piangere, considerando le sue rovine….” .

Tuttavia, anche a Campi, ove permarrà solo per un anno, l’ultimo della sua vita, S. Pompilio svolge la sua attività, fedele alla sua vocazione sacerdotale e unito profondamente al carisma calasanziano, di cui fu porta­tore esemplare.

A Campi, le sorelle Francesca e Veneranda si affidano alla sua dire­zione e a loro indirizza quarantuno lettere, con le quali impartisce inse­gnamenti presenti anche nell’episto­lario precedente, ma in questo caso prevalgono consigli più adeguati allo stato di vita di donne nubili e vergini. Più che altri temi infatti, qui prevalgo­no i consigli ad abbandonarsi al “ma­neggio di Dio”, a compiere azioni “a genio di un Dio”, per amor Suo, a co­municarsi frequentemente, ad obbe­dire al direttore spirituale, a provare amore per la sofferenza; in tutte le let­tere non manca mai l’affidamento alla Madonna. Alcune righe di una lettera alle sorelle Sirsi compendiano alcuni temi molto cari al nostro Santo:

“Via su ad amar lo Sposo Divino; ad amarlo, o figlie, con un abbandono totale nelle sue mani, e con essere a genio suo ad ogni passo. Dichiaratevi sempre, figliuole mie, che voi volete essere tutte sue e non vogliate cerca­re altro se non esso e che per guada­gnarvelo non volete avere altro pen­siero, se non di abbracciare ogni cosa di penoso in questo misero esilio. Io di continuo vi benedico, tengo già ben incatenate tutte due le vostre volon­tà; vivete voi senza la volontà vostra; dipendete in ogni minuzia dalla santa ubbidienza e tirate avanti con totale dipendere da quanto il Signore vorrà darvi di regola per mezzo del ministro suo . Tra le prospettive ovunque pre­senti e che per il nostro Santo illumi­nano l’amore per Dio, vi sono:

a) la devozione mariana;

b) l’Eucaristia;

c) la contemplazione del mistero della Passione di Gesù.

Tali aspetti, però, sono interdipen­denti, tali che a volte non si può parla­re di uno senza riferirsi anche all’altro. Queste prospettive, inoltre, conver­gono in un centro che è l’unione con Dio, alla quale tutto è preordinato.

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