San Pompilio Maria Pirrotti/Il Carisma di un Santo del Mezzogiorno
Figlio del Calasanzio/“Paterna ed inesausta carità verso la gioventù”. Attenzione continua ai più poveri perchè non mancasse il necessario.
IL CARISMA DI UN SANTO DEL SUD: “BENEDICO SEMPRE DIO CHE MI HA VOLUTO A CAMPI”
“Grande consolazione riempie oggi l’animo Nostro al sentire pubblicato il decreto sulle virtù eroiche del Ven. Pompilio Maria Pirrotti … In mezzo alla corruzione del secolo è bello e consolante il vedere di tratto in tratto apparire uomini insigni per santità, che con lo splendore dell’eroiche loro virtù brillano quali fulgide stelle a rendere testimonianza de quella fecondità, che ha in ogni tempo godutola Chiesa Cattolica, e le ha meritato il glorioso titolo di Madre dei Santi. Il secolo passato, che andò preparando il trionfo della incredulità e dei principi sovversivi di ogni ordine in Europa, vide anch’esso sorgere non poche di queste anime privilegiate; ed una fra esse fu senza fallo il Ven. Pompilio.
Il patire è la veste esteriore propria del cattolico, quella interiore è la carità; il patire è la “camicia” che copre la carità e la conoscenza di Dio.
Giova ricordare, …, la salutare influenza che quest’umile figlio del Calasanzio, con la sola forza dell’apostolico zelo suo, …, potè esercitare sopra gran parte dei popoli meridionali d’Italia. Giova rammentare i grandi e salutari frutti che ottenne la sua paterna ed inesausta carità verso la gioventù, che secondo lo spirito del proprio Istituto andava Egli per tempo informando alla cristiana pietà…” .
Sono le parole che papa Leone XIII scrisse in occasione della Beatificazione del nostro Santo, il 15 settembre 1889, processo cui peraltro lui stesso aveva dato inizio da Monsignore (come rileva il Tosti).
Gli scritti da cui è possibile comprendere la dottrina e la spiritualità di S. Pompilio resta il ponderoso epistolario (circa un migliaio di lettere) in gran parte indirizzato alle persone che si erano affidate alla sua direzione spirituale. Così è accaduto anche quando fu trasferito a Campi Salentina, ancora una volta per dare esecuzione a un ordine di Superiori, di carattere punitivo, non per motivi pastorali. Il nostro Santo giunse a Campi Salentina nel 1765, proveniente da Ancona, dove svolgeva una intensa attività di insegnamento, oltre che di predicazione . Tra i motivi che portarono al trasferimento
“fu detto una volta che P. Pompilio usasse assolvere i penitenti non lasciando finire loro la confessione e dicendo che bastava così” . E la scena si ripeteva: già alcuni anni prima, da “un mondo in cui signoreggia la menzogna” erano partite le accuse che avevano provocato il suo trasferimento da Lanciano, da qui a Napoli, a Chieti , a Lugo di Romagna … fino a Campi, da dove il santo calasanziano non avrebbe potuto allontanarsi senza permesso dei Superiori e dove sarebbe stato costantemente sorvegliato . Ma ogni trasferimento era accettato con spirito di obbedienza; anzi, del Padre Rettore di Lanciano, in occasione del suo trasferimento a Napoli nel 1747, che di lui ai Superiori di Roma aveva scritto “tale robaccia, che dello più infame soggetto non si poteva scrivere di peggio” egli scrive che è “buono e caro” . Il Santo giunge a Campi nell’estate del 1765, non senza nostalgia dei luoghi in cui in precedenza aveva svolto il suo apostolato. Della città salentina scrive: “non si può raccapezzare altro, che scoprire le orridezze delle condotte rozzissime, e non se ne può sperare altro che miserie, … , mentrela Provinciaè piena di rozzezze. E non ci sta poi nelli Superiori il bel modo, qual bel modo sarebbe la bella civiltà, la bella adatta carità, il bel esempio … Basta: io non faccio altro che piangere, come Gesù, che, veduta avendola Gerosolimaingrata, dovè piangere, considerando le sue rovine….” .
Tuttavia, anche a Campi, ove permarrà solo per un anno, l’ultimo della sua vita, S. Pompilio svolge la sua attività, fedele alla sua vocazione sacerdotale e unito profondamente al carisma calasanziano, di cui fu portatore esemplare.
A Campi, le sorelle Francesca e Veneranda si affidano alla sua direzione e a loro indirizza quarantuno lettere, con le quali impartisce insegnamenti presenti anche nell’epistolario precedente, ma in questo caso prevalgono consigli più adeguati allo stato di vita di donne nubili e vergini. Più che altri temi infatti, qui prevalgono i consigli ad abbandonarsi al “maneggio di Dio”, a compiere azioni “a genio di un Dio”, per amor Suo, a comunicarsi frequentemente, ad obbedire al direttore spirituale, a provare amore per la sofferenza; in tutte le lettere non manca mai l’affidamento alla Madonna. Alcune righe di una lettera alle sorelle Sirsi compendiano alcuni temi molto cari al nostro Santo:
“Via su ad amar lo Sposo Divino; ad amarlo, o figlie, con un abbandono totale nelle sue mani, e con essere a genio suo ad ogni passo. Dichiaratevi sempre, figliuole mie, che voi volete essere tutte sue e non vogliate cercare altro se non esso e che per guadagnarvelo non volete avere altro pensiero, se non di abbracciare ogni cosa di penoso in questo misero esilio. Io di continuo vi benedico, tengo già ben incatenate tutte due le vostre volontà; vivete voi senza la volontà vostra; dipendete in ogni minuzia dalla santa ubbidienza e tirate avanti con totale dipendere da quanto il Signore vorrà darvi di regola per mezzo del ministro suo . Tra le prospettive ovunque presenti e che per il nostro Santo illuminano l’amore per Dio, vi sono:
a) la devozione mariana;
b) l’Eucaristia;
c) la contemplazione del mistero della Passione di Gesù.
Tali aspetti, però, sono interdipendenti, tali che a volte non si può parlare di uno senza riferirsi anche all’altro. Queste prospettive, inoltre, convergono in un centro che è l’unione con Dio, alla quale tutto è preordinato.















