Pubblicato in: Ven, Lug 6th, 2012

San Pompilio Maria Pirrotti/Il Carisma di un Santo del Mezzogiorno

L’UNIONE CON DIO

La via che porta a Dio è traccia­ta da Dio stesso, dalla Sua volontà: occorre “incastrare” la nostra volon­tà in quella di Dio. La via dell’unione con Dio non è quella dei sentimenti, questi sono troppo umani e poco di­vinizzanti. Tale via consiste, invece, nell’esercizio per acquisire le virtù teologali. Per S. Pompilio unione con Dio vuol dire innanzitutto conoscere Dio. Conoscere nella fede, conosce­re nella speranza, conoscere nella carità: ecco il vero conoscere. Que­sta conoscenza è una grazia la quale comporta il “vassallaggio di Dio”, cioè il patire, il conoscere e l’impegnarsi per la gloria di Dio. “La vita del cri­stiano è il patire per Gesù” dice il nostro Santo, che al riguardo indica S. Paolo come esempio di colui che è “con-morto” e “con-crocifisso” con Cristo per essere “con-glorificato”con Lui. Ancore più bello è per S. Pompi­lio ciò che Paolo vuole fare: comple­tare nella sua carne ciò che manca alla passione di Cristo. Il patire è la veste esteriore propria del cattolico, quella interiore è la carità; il patire è la “camicia” che copre la carità e la conoscenza di Dio. Si conosce Dio attraverso il con-patire con Cristo, entrando in relazione con Lui, ope­rando perla Suagloria: questo il vassallaggio di Dio. Vassallaggio che però è a tutto vantaggio del vassallo. Dice, infatti, S. Pompilio: Impegnarsi per la gloria di Dio – Ditemi, in che vi crediate, in che consista la gloria di Dio? Forse in edificar de belli mo­nasteri a religiose famiglie, a far de pingui legati e ad ornar chiese… Ah! Di grazia non vi ingannate. … . Tutte queste cose sono il piedistallo della gloria di Dio, ma non in queste con­siste la gloria di Dio. … . Nel fine, per cui è stato creato il mondo, ci sta la gloria di Dio. E quale il fine, per cui è stato creato il mondo? È salvar l’uo­mo … ecco la gloria di Dio. Procurare che un’anima si salvi, ecco la gloria di Dio. Cooperare alla salute delle anime, ecco la gloria di Dio .

“Essere liquefatti in Dio”, “abban­donarsi al maneggio di Dio” sono le espressioni più efficaci, ma esse esprimono anche i tratti caratteri­stici che avvicinano la spiritualità di S. Pompilio ai santi del Carmelo, S. Teresa d’Avila e S. Giovanni della Croce.

LA DEVOZIONE MARIANA

L’unione con Dio si raggiunge quando la volontà dell’anima si con­forma alla volontà di Dio. E tutto que­sto avverrà per intercessione e con l’aiuto di Maria, la “Mamma Bella”, per Mariam ad Jesum.

“Voi non vi spostate dalla vera medicina, che è Gesù Sacramentato, e così non mi curo, che pigliate altro medicamento. Pigliate Gesù, ed Egli vi custodirà… ”

La devozione appassionata alla Madonna si manifesta sia nel co­stante riferimento a Maria in tutto l’epistolario pompiliano, sia nel fatto che il cammino spirituale della signo­ra Giovanna Napoletani, alla quale S. Pompilio indirizzò oltre ottocento lettere, è scandito dall’intensità della devozione mariana. Questa “gradua­lità” della devozione perla Madonnasi nota anche dalle “intenzioni” par­ticolari con cui il nostro Santo face­va precedere le sue lettere: “Per la schiava diletta di Maria che Gesù miri e conservi”, “Per la schiava diletta di Maria che Gesù miri e infiammi”, “Per la schiava diletta di Maria” . Quest’ul­tima intenzione, in realtà, rappresen­ta il punto d’arrivo di un cammino di perfezione, come quello intrapreso dalla signora Napoletani, che pun­ta alla santificazione attraverso la schiavitù di Maria, appunto.

L’EUCARISTIA

“Voi non vi spostate dalla vera medicina, che è Gesù Sacramentato, e così non mi curo, che pigliate altro medicamento. Pigliate Gesù, e Gesù Sacramentato vi custodirà… ” .

“Voi in quelle giornate vi comuni­cherete ogni giorno, e senza pensa­re a confessarvi, ve ne starete colla santa direzione” .

In tempi in cui il giansenismo aveva diffuso un certo distacco dalla vita sacramentale , S. Pompilio inco­raggiava le persone che a lui si affi­davano a nutrirsi continuamente alla mensa Eucaristica, a non privarsi del beneficio che può derivare all’ani­ma quando solo ci si accosti a Gesù sacramentato. L’impressione che si ha è che per il nostro Santo l’euca­ristia è un momento centrale della giornata, un punto d’arrivo concreto dell’unione con Dio, ma anche punto di partenza per una vita che si voglia preordinata a “consumare” quotidia­namente l’incontro con Dio.

L’anima deve sempre predisporsi a ricevere Gesù e la consapevolezza del peccato deve aiutare a superare subito, con la confessione, la distan­za dal Signore, non a precipitare in tortuosi e mortificanti periodi di peni­tenza, utili solo a creare un senso di indegnità e di solitudine, oltre che di abbandono della vita sacramentale, con la conseguenza di rendere in molti casi sterile il sacrificio di Cristo.

LA CONTEMPLAZIONE DEL MISTERO DEL CRISTO CROCEFISSO

Nella spiritualità pompiliana svol­ge un ruolo decisamente importante la contemplazione dei misteri della vita di Gesù e in particolare di quel­lo del Cristo sofferente. L’amore per il patire è uno dei tratti caratteristici della spiritualità di S. Pompilio. Patire che tuttavia è accolto nel segno della carità e dell’amore per Cristo e del prossimo che ha bisogno di aiuto. Le vicissitudini della vita, ad esempio, sono per lui modi con cui cercare l’u­nione con Cristo. Durante la sua per­manenza a Campi, egli scrive:

Viva sempre lo Sposo Gesù, che mi ha voluto in Campi, dove mi ci veggo di malissima voglia; non ci osservo altro, che dure rozzezze; e non si vede altro che un tratto, tutto alienativo della carità Religiosa, Pie­tro mio . Dove il Signore mi voglia … non lo so, solamente per ubbidienza mi trattengo a Campi .

Non ci può essere amore verso Dio, se figlie mie Francesca e Ve­neranda, non ci spoglieremo di ogni amor di noi. Abbiate pazienza alli maneggi della Divinità sacrosanta; sono rigidi è vero questi maneggi, ma sono adatti a distruggere l’amore di noi stessi; e quanto più alle rigide maniere ci tratta un Dio sottoponen­doci alle angustie e alle vessazioni, tanto più lo dobbiamo ringraziare, mentre si tratta, che noi abbiamo da patire per essere a genio di un Dio…

Tanto può essere sufficiente a far pensare quanto fosse infondato il timore di un certo “lassismo” nel pensiero del Santo calasanziano, e, per questo, considerato spiritualmen­te lontano dalla Croce. Le accuse di cui fu oggetto, infatti, scaturivano da valutazioni sommarie riguardanti so­prattutto le pratiche penitenziali che egli impartiva, ritenute troppo miti e per questo all’origine di un implicito incoraggiamento verso uno stile di vita ameno e superficiale e, perciò, contrario ai principi del cattolicesimo.

Dall’esame dell’epistolario pom­piliano si comprende, invece, il va­lore della sofferenza nella vita del Santo; valore che resta arricchito dal senso della carità di cui era pervaso tutto il suo operato. Il carisma dell’or­dine calasanziano, infatti, indica nel­la perfezione della carità il fine cui tendere. Per volontà del fondatore dell’Ordine, S. Giuseppe Calasan­zio, spagnolo, vissuto tra il 1557 e il 1648, ogni padre scolopio deve tener fede all’impegno di formare e istruire i giovani, specialmente quelli abban­donati, offrire loro l’istruzione di base e la dottrina cristiana. Vivere la carità secondo il carisma specifico dell’Or­dine, significava per S. Pompilio de­dicarsi alla formazione ed educazio­ne dei giovani emarginati, lavoro che lo vide costantemente impegnato ovunque e malgrado le notevoli diffi­coltà che lo riguardarono e alle quali abbiamo già accennato.

 “Il Servo di Dio…non cessava di dispensare tutto il giorno fettoline di pane specialmente ai ragazzi, ed anche fave che cacciava dalle sue tasche…”

La vita era per il nostro Santo l’occasione da non perdere per testi­moniare sempre e ovunque la carità. Questa è infatti ciò che il popolo di Campi ha potuto toccare con mano, seppure per il tempo brevissimo di un anno, durante il quale con gesti semplici egli riusciva a far sentire im­portanti e degni di rispetto i più umili, ma anche i più facoltosi. È cronaca di Campi, infatti, che tra il 1765 e il 1766 vi fu un duro periodo di carestia du­rante il quale S. Pompilio si adoperò affinché ai più poveri non mancasse il necessario, facendosene carico in prima persona, ma coinvolgendo an­che famiglie agiate, che spontanea­mente a volte gli fornivano pane per­ché fosse distribuito. In particolare: “Il Servo di Dio… per quanto lo per­mettevano le sue forze, non cessava di dispensare tutto il giorno fettoline di pane specialmente ai ragazzi, ed anche fave che cacciava dalle sue tasche. …” . Il Padre calasanziano morì il 15 luglio 1766.

a cura di Anna Maria Fiammata

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