Sanremo, nel tempo di uno scatto
Intervista/Il racconto di Marcellino quarta, fotoreporter salentino, inviato al Festival della Canzone Italiana.
1969-Tessera Reporter Festival di Sanremo-Prove
Con la volontà di essere testimone dal vivo del mondo contemporaneo Marcellino Quarta ha realizzato numerosi reportage oltreché veri e propri scoop fotografici dallo sport alla cronaca, dai matrimoni dei vip all’autopista di Nardò, dalla “dolce vita” al Teatro Ariston di Sanremo. Oggi, però, sembra un po’ amareggiato nei confronti delle moderne tecnologie che hanno invaso il campo della pellicola cinematografica e della fotografia, mestiere che ha amato, e per il quale ha speso tutta una vita. Comunque, nel 1969 sbarca come fotoreporter inviato da “Il Tempo” di Roma al Festival di Sanremo e vi ritornerà per i due anni immediatamente successivi. Ci ha resi partecipi delle sue emozioni e dei suoi ricordi.
Festival Sanremo 1969-Rita Pavone
Marcellino, coinvolgici nella tua esperienza al Festival della Canzone Italiana. Come sei riuscito a raggiungere il più famoso teatro d’Italia nella celebre Città dei Fiori?
Quando seppi che al Festival avrebbero partecipato cantanti pugliesi chiesi al Caporedattore de “Il Tempo” di Roma la possibilità di essere accreditato come reporter del Festival di Sanremo e fu così che mi imbarcai alla volta di questa avventura durata tre anni. Era il 1969 e non appena giunsi a Sanremo il direttore artistico del Festival dapprima fu restio nei miei confronti, anzi mise letteralmente in dubbio la mia licenza di fotoreporter inviato da un giornale ma poi riuscì a superare queste difficoltà tecniche. A quel tempo il posto dei fotografi, durante le esibizioni canore era giù dal palco, appena sotto i cantanti e tuttavia riuscivamo ad avere un’ottima visuale dell’artista in gara, riuscendo perfino a riprendere la scenografia, il famoso edificio e i famosissimi fiori di Sanremo.
Festival Sanremo 1969-Milva
Che tipo di attrezzatura utilizzavi?
Come attrezzature ero all’avanguardia. Allora le macchine fotografiche erano col rullo a 12 pose, il massimo erano le Rollei, anche le Hasselblad ma personalmente al Festival usai le Rollei che andavano per la maggiore. La Rollei era tutta manuale, non aveva esposimetro, bastava il solo flash, mentre l’esposimetro era più utile per la foto di studio o anche all’aperto. Il secondo anno, invece, partì con la prima macchina fotografica 135 con teleobiettivo che mi fu prestata da un mio amico e compaesano, il quale la aveva acquistata per hobby. La 135 era con rullino a 36 pose, ma per reportage di matrimonio o foto di studio non era molto indicata, si prediligeva il formato 6×6. Mentre a Sanremo un inquadratura con teleobiettivo non era stata ancora realizzata. Poi, dopo averle scattate bisognava nel più breve tempo possibile svilupparle e inviarle al giornale, in questo, non tutti lo sanno, eravamo favoriti dalla presenza in teatro di una camera oscura attrezzata a tale scopo, non come adesso che tramite il digitale basta un click e spedisci subito in tutto il mondo. All’epoca, inoltre, di tutti i cantanti finalisti o comunque di coloro dei quali si presagiva la vittoria i giornali, poiché il Festival terminava tardi ed entro mezzanotte o l’una massimo si doveva chiudere facevano astutamente facevano fotografare e sviluppavano le foto di ogni cantante finalista in modo da avere in anticipo quella del vincitore. Personalmente questo non l’ho potuto fare perché non mi era consentito accedere “dietro le quinte”.
1971-Nada-Mengoli-Nicola di Bari-vince Festival
Nel tuo archivio fotografico conservi anche delle foto a colori di alcuni cantanti, dei presentatori Gabriella Farinon e Nuccio Costa, quindi il colore era già in auge. Tuttavia, secondo te il colore va a discapito dello scatto, ovvero tecnicamente rende di meno?
Tutto dipende da cosa si vuol fotografare. Nel bianco e nero le immagini hanno soltanto due dimensioni: prospettiva e contrasto. Fotografare in bianco e nero significa prestare particolare attenzione alle ombre e alle geometrie. Nella fotografia a colori, invece, alla prospettiva e al contrasto si aggiunge il colore, fattore non di poco conto che permette di realizzare comunque delle bellissime fotografie sfruttando solo quest’elemento. Per esempio, fotografare il palco dell’Ariston a colori rendeva molto di più, perché si riuscivano a catturare le sfumature cromatiche vive dei rinomati fiori di Sanremo prima ancora della lucentezza degli abiti, o di altri dettagli di scena del palco.
Festival Sanremo 1969-The Showmen
Avevi accesso al Casinò o comunque vi era un contatto tra il Casinò e la kermesse canora?
Sì, sono entrato al Casinò ma non per fare fotografie, era proibito anche solo avvicinarsi con la macchina in mano. Era punto di relax e quindi anche di vita mondana non solo per le Star ma anche per il pubblico che presenziava al Festival.
Festival di Sanremo 1969-Claudio Villa
C’era un ufficio stampa dei cantanti?
Sì, c’era l’ufficio stampa che le case discografiche facevano ruotare attorno ai loro divi del momento, vi era soprattutto quello della Ricordi, un nome fin troppo famoso negli ambienti musicali. Di solito l’ufficio stampa si occupava della promozione del proprio artista e cercava di consolidarne il rapporto con il pubblico, tuttavia nessuno mi creò problemi di alcun genere, svolsi il mio lavoro in assoluta tranquillità.
Festival di Sanremo 1969-Don Backy
Ti affascinava di più immortalare i cantanti durante i loro backstage o durante la loro performance dal vivo?
Vi era una saletta per il backstage, non proprio come lo intendiamo oggi, dove incontravi un po’ tutti. Personalmente, però, preferivo fotografare i cantanti mentre si esibivano sul palcoscenico. Le foto erano sempre molto più emozionanti e suggestive, soprattutto se riuscivi a cogliere l’attimo in cui l’espressione del viso, la mimica gestuale o del corpo trasmettevano tutta l’immedesimazione del cantante durante la sua performance.
Festival di Sanremo 1969-Mino Reitano
A Sanremo, ma comunque in tutte le altre manifestazioni importanti dove sei stato inviato hai sempre potuto lavorare in tranquillità e in autonomia?
Certamente sì, il mio giornale e comunque tutti coloro con cui ho collaborato non mi hanno mai influenzato in alcun modo. Ero libero di impostare il mio lavoro come meglio credevo. Ho sempre ricercato la foto di attualità e con qualsiasi testata da “La Gazzetta del Mezzogiorno” al “Mattino” di Napoli ai giornali esteri, a “L’Ora del Salento” stessa, tutte le mie pubblicazioni sono state edite in modo professionale, dalla politica, alla cronaca, allo sport, realizzate in assoluta libertà senza mai alcuna imposizione di nessun genere.
Festival di Sanremo 1969-Riccardo Del Turco
Perché non hai mai diffuso i tuoi reportage del Festival sui giornali?
In realtà, molte altre testate mi chiedevano foto e scatti rubati qui e là nell’Ariston, ma non sapevo come comportarmi: da un lato dovevo dar conto a “Il Tempo” che mi aveva accreditato, nel contempo erano anche le prime esperienze; non contemplavo per niente l’idea di diffondere servizi fotografici di questo genere ad altre testate, non conoscevo determinati meccanismi giornalistici.
1971-Adriano Celentano-Coro Alpino Milanese-vince il Festival
Che cosa ha significato per te giovane fotoreporter salentino in quel di Sanremo un’esperienza come questa. A distanza di tanti anni è solo un ricordo o è qualcosa di più rispetto ad altri luoghi dove hai lavorato?
È stata un’esperienza che conservo certamente in cima a tutte le altre. Per uno come me, salentino di Monteroni di Lecce, fu un’occasione pressoché unica potersi trovare con i giganti della musica italiana di quel momento ma anche con altri reporter professionisti dell’epoca. Ho fatto soprattutto scuola, ho imparato davvero a lavorare con la fotografia e a migliorarmi. Eppure, quando l’ho vissuto, tutto per me accadeva, senza rendermene conto. Ora comprendo veramente di essere stato reporter dalle luci della ribalta, sotto al palco che ha emozionato tantissimi cantanti ieri come oggi. Musiche, luci e colori… il tempo di uno scatto.
Servizio a cura di Christian Tarantino



























