Pubblicato in: Dom, Ago 25th, 2013

Sant’Oronzo: Il Vescovo, il Martire, il Patrono

IL PATRONO/LA FIDUCIA IN UN SANTO DEVE CONIUGARSI CON LA FEDE IN CRISTO E NELLA SUA CHIESA

“L’HO PROTETTA E LA PROTEGGERÒ” 

Si avvicinano i tre giorni di festa patronale e sorge spontaneo il chiedersi il senso delle manifestazioni, ma so­prattutto il senso di avere ancora uno o più “patroni” per ogni città. Fanatismo? Passatismo? Non credo: ogni comunità urbana ha bisogno di punti di riferimento e di riconoscimento, dallo stemma al Palazzo Comunale alla chiesa madre o alla cattedrale per finire, ahimé, alla squadra di calcio e ai colori della sua maglia.

Ma il segno unificante per ogni città, anche per i non credenti, da secoli e millenni, è il santo patro­no. Rimangono tracce di questa realtà anche da relatori insospet­tati. Faccio un esempio che mi è molto vicino perché il protago­nista è un filosofo. Era il giugno 1717 e quello che oggi è conside­rato uno dei maggiori esponenti dell’empirismo, George Berkeley, vescovo irlandese, quindi non cattolico, aveva fatto un viaggio in Italia anche per realizzare un confronto tra la sua fede e le prati­che cattoliche in Italia.

Tra l’altro, in un lettera inviata da Napoli al suo amico Percival, Berkeley scrisse: “Sono appena rientrato da un viaggio per le terre più remote e sconosciute d’Italia. Vostra Signoria conosce perfettamente le città più decantate, ma forse per la prima volta sente dire che la più bella città italiana si trova in un lontano angolo del tacco. Lecce (l’antica Aletium) è, per i suoi ornamenti architettonici, la città più fastosa che abbia mai visto”. Assolta la mia vanità di leccese, torniamo a sant’Oronzo, perché quel filosofo parla anche del culto dei leccesi nei confronti del santo patrono e ricorda che, nella piazza centrale della città, è un’antica co­lonna corinzia (e afferma che era stato una donazione dei brindisini, mentre noi sappiamo che per i essi la colonna era stata trafugata di  notte dai cugini leccesi), e su quel­la colonna è la statua in bronzo di sant’Oronzo. Lo stesso Berkeley riferisce che è inciso, sulla base, il motto del protettore, rivolto alla città e ai suoi cittadini: “protexi & protegam”.

lecce, cattedrale, soffitto 2

Lecce, Cattedrale, soffitto navata centrale

Il discorso su Sant’Oronzo è, però, un altro. Da decenni, se non da secoli, la storia di questo santo ha visto una pluralità di studi e di teo­rie che vanno dalla tesi della reale sua presenza, compresi i miracoli che avrebbe fatto, allo scetticismo di altri studiosi che negano persino l’esistenza del personaggio. Tutto ciò, comunque, non toglie la fede genuina, spontanea, permanente dei cittadini. Le cerimonie reli­giose, le manifestazioni pubbliche e civili vedono sempre un’am­pia presenza di essi che non si pongono problemi di storiografia, per quanto in alcuni l’attenzione al patrono sia caratterizzata solo da puro folklore. La fede, però, è un vissuto interiore e non è un’opera­zione algebrica che deve darci una certezza finale.

La fede è un sen­timento e, forse, in una fase nella quale il culto dei singoli santi sta diminuendo e rimane solo all’in­terno di certe famiglie, ognuna delle quali può avere una predile­zione verso un santo, per motivi storici di quel gruppo familiare, l’incontrarsi della città intorno al suo ultrasecolare patrono non è mero fenomeno etnico, ma forte esigenza esistenziale di identità.

Intorno al Patrono, la comunità si vive senza distinzioni di credenti e non credenti. E forse questo è, se non l’unico, il più importante incontro della città e delle sue periferie, che si riconoscono in quel santo-simbolo a cui, non casualmente è stato attribuito il motto: “l’ho protetta e la proteg­gerò”. È, comunque, una fede ed una fiducia in un santo che deve coniugarsi e inserirsi in una fede più profonda e primaria: quella in Cristo e nella sua Chiesa.

Giovanni Invitto

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