Pubblicato in: Ven, Nov 28th, 2014

Social Network e Chat… Comunicazioni vuote

Scenari mediatici/Dilaga la società “dell’urgenza” e del “batti e ribatti”. 

Il “male” non è mai nelle cose ma nell’uso che di queste si fa. Questa riflessione proponibile in più situazioni è quanto mai applicabile all’uso dei social, whatsapp com­preso. Pur non disconoscendo l’utilità di simili forme di comunicazione è però indispensabile un breve bilancio a 10 anni dalla nascita della piatta­forma più famosa, Facebook, che in Italia ha avuto il suo decollo defini­tivo nel 2008. A farsi “un giro” su questo tipo di piattaforma, dando uno sguardo qui e là tra i profili lasciati come pubblici, è sconfortante vedere che cosa, grandi e piccini, condivi­dano: frasi fatte su amicizia, amore, pace, guerra et similia commentate con frasi o parole, spesso monosillabi, che nulla aggiungono al concetto che forse qualcuno avrebbe pure voluto trasmettere; signore cinquantenni che postano foto in costume da bagno, alla ricerca di una eterna demenziale giovinezza, foto che le amiche in coro commentano con “like” e falsissimi “Sei bellissima, amica mia!” e il soggetto risponde, culmine dell’in­telligenza, con un “Davvero?”. E via andare con simili inutili idiozie accompagnate da foto, foto, foto, tutte assolutamente inutili. Siamo ad una cena: è il trionfo dei “selfie”: con la lasagna, con la carne arrosto, sino a che il gruppo demenziale si scatena davanti ad una ridda di bottiglie vuote.

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Infine si fa la foto alla torta, per man­darla a un’amica. Che se ne farà, ci chiediamo! È questa, a nostro parere, una comunicazione vuota di umanità, vuota di significato, semplicemente vuota. Senza voler fare di tutte le erbe un fascio nella maggioranza dei casi si ha certezza di non poter essere smentiti. Tra le ultime applicazioni whatsapp, che ha il merito di con­sentire comunicazioni veloci e utili talvolta. Non è però infrequente che tra i ragazzini si costituiscano gruppi realizzati inizialmente per scambio di compiti e info scolastiche ma che si sviluppano come ambienti virtuali nei quali l’offesa, l’insulto, il turpilo­quio diventano la regola. Inevitabile, senza inutili nostalgie poiché indietro non si torna, fare le differenze con “ieri”. Differenze che possono offrire spunti di riflessione agli adulti che gestiscono come genitori minori. Po­teva anche accadere, nel mondo “non social”, che a scuola ci fosse qualche litigio serio su qualcosa di importante o, semplicemente, ci si offendesse reciprocamente.

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L’età poteva giustificare l’irruenza. Rientrati a casa però non c’era la possibilità di dare seguito e conti­nuare a far crescere il litigio perché 1) il telefono non era utilizzabile, c’erano “gli scatti”, vero incubo degli adolescenti per l’intervento materno o paterno che sollecitava a chiudere qualsivoglia comunicazione non indispensabile; 2) il malessere o la rabbia, dunque, non potevano trovare sfogo nella piazza (oggi virtuale), perché non si usciva senza motivo; 3) se proprio si aveva bisogno di con­siglio o supporto c’era solo l’adulto, padre o madre che fosse, dunque si aveva un interlocutore che, in genere, era in grado di metter nelle condizioni di riflettere e, di massima, la do­manda era “ e tu che hai fatto perché il compagno si comportasse così?”, 4) la colpa, quindi, non era auto­maticamente dell’altro, ma piuttosto nostra! Ancora: 5) esisteva il tempo della meditazione perché, esaurite le scarse possibilità di polemica, restava il pomeriggio, la sera per ripensare, meditare, decantare. Il giorno dopo, in genere, finiva con una pacca sulle spalle o, al più, con un tranquillo ignorarsi per un po’ fino a quando, mancando l’occasione di commenti terzi e di ripresa di focolai, finiva tut­to come se nulla fosse. Oggi, invece, si va in un crescendo rossiniano spec­chio di questa società “dell’urgenza” e del “batti e ribatti colpo su colpo”. Un mezzo come whatsapp è proprio l’ideale per questo meccanismo di­struttivo. Quando avremo capito che una parola è poco e due sono troppe, in certi casi, forse recupereremo in qualità dei rapporti interpersonali.

Loredana Di Cuonzo

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