SCUOLA: DEI DIRITTI E DEI CASTIGHI
MORALE E SVILUPPO DELLA PERSONA
ATTUALITÀ DI JEAN PIAGET: IL BAMBINO TRA BENE E MALE MENTRE COSTRUISCE LA PERSONA ELE RELAZIONI
È giusto punire? Ed in quale misura? E, soprattutto, quali sono le conseguenze delle punizioni su colui che le riceve? Queste domande ricorrono di continuo nella mente di educatori ed insegnanti, soprattutto quando i destinatari dell’atto punitivo sono minori, ovvero soggetti in età evolutiva. In realtà, la risposta a tali domande richiede il superamento di alcuni luoghi comuni e di alcune semplificazioni che spesso albergano nella mente di coloro che svolgono funzioni formative e didattiche.
A riguardo, tornano di estrema utilità le considerazioni sviluppate da J. Piaget nei lontani anni trenta del secolo scorso, nello scritto Il giudizio morale nel bambino, ripubblicato di rencente nelle edizioni della Giunti. L’idea di fondo del Piaget è che le punzioni sono strettamente correlate allo sviluppo del giudizio morale (le convinzioni del bambino intorno a ciò che è bene e a ciò che è male). Sia perché la loro comprensione è correlata al livello di sviluppo morale raggiunto dal bambino; sia perché esse influenzano in modo decisivo lo sviluppo di questo giudizio.
Nel corso dell’età evolutiva il bambino, secondo lo studioso ginevrino, transita dalla morale dell’eteronomia (nella quale le norme morali dipendono da un’autorità superiore che ha il potere di deciderle, di imporle e di farle rispettare) ad una morale della reciprocità (nella quale il rispetto delle norme è dettato dalla necessità di rispettare e valorizzare l’altro come persona). In queste due fasi anche il valore che il bambino assegna alla punizione cambia. Mentre nella prima fase (che arriva fino agli otto anni) la punizione assume un valore di espiazione, nella seconda fase (dai nove anni in su) essa assume invece un valore di riparazione. Nelle prime fasi dell’età evolutiva i bambini ritengono che la punizione debba necessariamente consistere nell’arrecare al trasgressore un disagio.
Questo può consistere o nell’esclusione dal gruppo (“in piedi, dietro la lavagna”) o nella privazione di qualcosa che arreca piacere (“a letto senza cena”) e si profila come la naturale conseguenza della violazione della norma e della messa in discussione dell’autorità. Nei periodi successivi, invece, i bambini ritengono che la violazione abbia recato pregiudizio agli altri e, di conseguenza, concepiscono la punzione come qualcosa che deve riparare il danno arrecato a colui che ha subito la violazione stessa (“per tre mesi aiuterai il tuo compagno a mettere in ordine le sue cose”). Mentre nel primo caso la punizione porta il bambino a rafforzare il concetto di autorità, nel secondo caso essa aiuta il bambino a sviluppare l’idea di reciprocità e di cooperazione.
Nel primo caso, essa conduce alla scoperta di un principio, nel secondo caso essa promuove il transito verso la scoperta dell’altro. Entrambe le modalità conservano una valenza educativa, purché vengano utilizzate in modo appropriato, ovvero in sintonia con il periodo evolutivo attraversato dal bambino. Se si adotta un criterio di espiazione in un periodo in cui il bambino è capace di concepire la riparazione, il rischio sarà di promuovere soggetti dipendenti ed incapaci di agire con autonomia e responsabilità. E, di questi tempi, il rischio in questione sembra essere davvero dietro l’angolo.
Marco Piccino
Docente di Pedagogia















