Pubblicato in: Lun, Mag 27th, 2013

Se un bimbo nasce in Italia da genitori stranieri…

La testimonianza di Romina/Romana de Roma. Mamma e papà cingalesi

Si chiama Romina, un nome che i genitori hanno appositamente scelto per l’assonanza con la città in cui è nata, Roma. Ha 17 anni, ama vestire alla moda e sogna di aprire al più presto un salone con la sua amica d’infanzia, assieme alla quale frequenta la scuola per parrucchieri a Brindisi, dove vive dall’età di 9 anni. A contraddistin­guerla dai suoi coetanei un leggero accento romano e il colore scuro della pelle: Romina, infatti, è una gio­vane cingalese che i genitori di tanto in tanto chiamano Ramesha, un nome molto usato in Sri Lanka.

Eppure, proprio quei genitori, alla sua nascita, scelsero un nome italiano perché decisi a rimanere nel nostro Paese e far acquisire ai loro figli la cittadinanza tricolore. Pur molto giovane, Romina,dimostra di avere già ben chiare le idee in merito al tanto discusso ‘ius soli’. “Conosco la legge. Mio padre mi ha spiegato che se rimango in Italia fino ai 18 anni potrò acquisire la cittadinanza italiana.

E io ci sono quasi. – afferma sorridendo e facendo con le dita il gesto di vittoria – Quando il nuovo Ministro dell’in­tegrazione ha proposto l’acquisizione della cittadinanza da subito per tutti gli stranieri nati in Italia, io sono stata molto contenta perché so cosa significa vivere tanti anni qui e non essere ancora riconosciuta come cittadina. Ma non mi aspettavo tutte queste polemiche e addirittura le manifestazioni contro una proposta che non mi sembra per niente assurda. Forse non sono ancora abbastanza grande ed esperta per giudicare questioni di carattere politico, ma credo che questo atteggiamento non faccia bene a nessuno.

Mai prima d’ora mi ero sentita così estranea all’Italia, così poco italiana e forse, dato tutto quel che sento dire in tv dai vari politici, anche poco vo­luta”. Parole semplici, immediate, che rendono a pieno il turbamento di chi in Italia ci vive da sempre e da sempre si sente parte del popolo italiano. Parole che turbano, tanto più perché a pronunciarle è una giovanissima che non ha mai incontrato ostacoli nell’integrazione. “Mi reputo fortunata – ammette Romina – perché non ho mai (o quasi mai) dovuto confrontarmi con persone dalla mentalità razzista.

Questo mi ha aiutato tantissimo per­ché mi ha fatto capire quanto è importante accettare il diverso, rispettarlo e scambiare esperienze. È bellissimo conoscere le usanze dei vari popoli. Io ho tanti amici italiani, cinesi, albanesi e, a proposito di ius soli, ho anche un’amica nata in Brasile da genitori italiani. La sua storia è particolare e, proprio qualche giorno fa, suo padre mi raccontò che si trovavano in Brasile per motivi di lavoro quando nacque la bambina.

Dopo qualche mese il contratto lavorativo terminò e, di ritorno in Italia, il funzionario dell’anagrafe gli fece presente che per legge, al raggiungimento della maggiore età, sua figlia avrebbe dovuto scegliere tra la cittadinanza italiana e quella bra­siliana: in pratica, se sceglierà la nazionalità brasiliana perderà automaticamente quella brasiliana e viceversa. Una modalità che, a quanto pare, non esiste in Brasile per il quale la mia amica è e resterà sempre cittadina brasiliana!” Una differente impostazione di legge che confonde maggiormente il pensiero – molto spesso più logico e lineare – di una giovanissima alla quale non rimane altro che chiedere risposte a domande che, per quanto naturali, sono capaci di azzittire anche un pubbli­co di esperti: “Come è possibile, cari Ministri, che questo avvenga in una nazione come l’Italia, da sempre reputata solidale e al passo con i tempi? Non volete essere invasi dagli stranieri… è giusto. Ma guardatemi, sentite con quale lingua mi esprimo: io sono Italiana, di straniero ho solo il colore della pelle”.

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