Senza fissa dimora: invisibili ai distratti
Rompere il circuito di invisibilità. Dati che, spiega Linda Laura Sabbadini, capodipartimento Istat statistiche sociali e ambientali, “verranno diffusi nel corso del 2012”. “Rompere il circuito di invisibilità di questi soggetti” è per la ricercatrice il principale obiettivo dell’indagine. Quindi una precisazione: “L’utenza non corrisponde al numero delle persone senza fissa dimora che si rivolgono ai servizi: non tutti gli utenti sono infatti senza dimora”, oppure “una persona può usufruire di più servizi nel corso dell’anno e venire conteggiata più volte”. Per questo l’Istat preferisce rinviare a dopo la conclusione dell’ultima parte dell’indagine la diffusione dei dati sul numero degli homeless. Un terzo dei servizi, evidenzia ancora Sabbadini, “riguarda bisogni primari (cibo, vestiario, igiene personale), il 17% fornisce un alloggio notturno, mentre il 4% offre accoglienza diurna”. Molto diffusi sul territorio i servizi di segretariato sociale e di presa in carico e accompagnamento (rispettivamente 24% e 21%). Gli enti pubblici erogano direttamente il 14% dei servizi, raggiungendo il 18% dell’utenza. “Se ad essi si aggiungono i servizi erogati da organizzazioni private che godono di finanziamenti pubblici – aggiunge Sabbadini –, si raggiungono i due terzi sia dei servizi sia dell’utenza”. Quanto alla dislocazione territoriale, la ricercatrice rileva che Lombardia e Lazio raggiungono insieme quasi il 40% dell’utenza nazionale rispettivamente con il 20% e il 17%. “A Sud – precisa –, a fronte di minore presenza di servizi ma di maggiore povertà ed emarginazione, si registra invece una forte presenza di organizzazioni ecclesiali che suppliscono alle mancanze”.
Azioni preventive. Non solo i cosiddetti “barboni”. A tracciare al SIR il nuovo e variegato identikit delle persone senza fissa dimora è mons. Vittorio Nozza, direttore di Caritas italiana, che parla di una “molteplicità di volti provenienti anche da situazioni molto lontane dalla strada. ‘Nuovi poveri’ appartenenti al ceto medio, che vivono o hanno vissuto una crisi di tipo economico o relazionale come una ‘frattura’ della propria esistenza e scivolano progressivamente in questa condizione”. Particolarmente preoccupante l’aumento del “disagio femminile che espone le donne a maggiori rischi di degrado e sfruttamento di ogni genere”. “La condizione di homeless – avverte – non arriva all’improvviso; è un graduale consegnarsi all’emarginazione che occorre intercettare”; per questo è necessario “porre in atto azioni preventive” affinché “i poveri non diventino sempre più poveri”. Per mons. Nozza si tratta di “cittadini invisibili” ai nostri “occhi distratti e frettolosi”; persone “vulnerabili” cui viene negata la cittadinanza ma che “interpellano istituzioni, ricercatori, Chiesa, mondo del volontariato”, e alle quali occorre accostarsi con “un approccio multidisciplinare”, attento innanzitutto alla “dimensione relazionale”. Da non trascurare gli aspetti educativi: secondo il direttore Caritas “pur accogliendo l’altro per ciò che è, occorre non limitarsi ad assisterlo, ma accompagnarlo in un percorso di recupero delle proprie capacità vitali, relazionali, emotive e spirituali”. Mons. Nozza insiste infine sull’importanza di “progetti innovativi” rivolti “alla globalità della persona” per costruire, secondo l’esortazione di Benedetto XVI durante la visita all’Ostello della Caritas di Roma nel febbraio 2010, “un futuro degno dell’uomo”.
Percorsi di reinclusione. “In questo Paese c’è una fascia importante e crescente di persone che hanno diritti solo sulla carta e non riescono a soddisfare con le loro risorse e capacità neppure i propri bisogni primari”, sostiene Paolo Pezzana, presidente Fiopsd che da oltre 30 anni si occupa di grave emarginazione adulta e homeless. Più che interventi “di mero contenimento del fenomeno”, per Pezzana servono “percorsi di reinclusione sociale”. Su questi ultimi “deve essere indirizzato l’investimento delle nostre risorse”. Dal presidente Fiopsd apprezzamento per il ruolo del volontariato, e la proposta di “fare del campo della grave emarginazione adulta un piccolo ma significativo laboratorio nazionale di welfare” all’interno del quale “sperimentare politiche e pratiche innovative”. “La homelessness non è che la fase più acuta della povertà dal cui rischio nessuno è immune. Intervenendo efficacemente sulla punta dell’iceberg”, conclude, ci sarebbero buone possibilità di “sgretolarlo”.















