Siamo ragazzi di ieri e di oggi
LA GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ 2012/ STORIE DI GIOVANI TRA PASSATO, PRESENTE E FUTURO. LA VITA, GLI STUDI, IL DIVERTIMENTO, LE AMICIZIE
Gli anni ’50
DIVERTIMENTI SENZA TECNOLOGIA. UN GIRADISCHI E TANTE GITE
I giovani d’oggi: osservandoli sciamare per le strade, oziare per ore dinanzi ai pub o ai vari luoghi di ritrovo, imbrattare i muri con bombolette colorate per il solo gusto di compiere un atto vandalico, e non certo per imitare i writers (che pure esprimono una forma d’arte), viene da chiedersi se i valori della vita si insinuano qualche volta nelle loro menti. Certo la crisi occupazionale, più avvertita al Sud e soprattutto tra i giovani, offusca loro ogni aspettativa, e ne oscura l’orizzonte del domani. Ma noi come eravamo? Sicuramente meno distratti e più lontani dal mondo che ci circondava, senza tutta quella tecnologia (facebook, twitter, telefoni palmari e tanto altro ancora), applicata alla vita quotidiana. Il nostro mondo era la famiglia, la scuola, l’Azione cattolica, l’Oratorio, Certamente anche i divertimenti: ma ci si limitava a qualche festicciola in casa dell’amico/a che aveva il giradischi, al veglione del lunedì di carnevale organizzato dal Circolo Cittadino, o quello della Stampa al Teatro Ariston, alle gite scolastiche (che avevano come meta le Grotte di Castellana, il Museo Archeologico di Taranto, Egnatia; non certo Barcellona, Londra, Parigi ). Eppure si viveva sereni, tranquilli, senza grilli per la testa, anche perché non avevamo il problema del lavoro: ricordo che colleghi universitari erano chiamati come supplenti ad insegnare addirittura lingua straniera, pur avendola studiata appena nel biennio ginnasiale. Lo studio era un impegno serio, ma ci si divertiva nell’andare a scuola a Lecce. Si partiva dal paese tutti insieme con le biciclette, facendo a gara per arrivare primi. La sera, poi, ci si incontrava nei locali dell’Azione Cattolica, si stilava l’ordina d’arrivo della tappa con relativa classifica a punti, e poi tutti a partecipare ad interminabili tornei di ping-pong. Dall’Azione cattolica all’Oratorio, il passo era breve: campionati di pallacanestro, estenuanti prove teatrali, con l’indimenticabile Stabat Mater, recitato nel teatrino del Liceo Palmieri. Certamente i giovani d’oggi sorrideranno nel venire a conoscenza di tutto ciò, ma era il nostro modo di vivere, il cui ricordo custodiamo gelosamente.
Giovanni Bellini
Avvocato
Gli anni ’60
SEPARATI TRA MASCHI E FEMMINE TRANNE CHE PER IL CARNEVALE
Tentare di raccontare gli anni della propria giovinezza non è un compito facile, dal momento che la memoria, com’è noto, è di per sé selettiva e, quindi, tende a ricordare gli eventi non sempre in modo nitido e rigoroso. E ciò accade, a maggior ragione, quando si tratta di ricordi in cui si è coinvolti in prima persona.
Cominciamo dalla famiglia, che per la mia generazione, ossia per i nati negli anni Quaranta, era davvero il luogo per eccellenza, in cui si ricevevano i principi fondamentali dell’educazione. Si era tutti più poveri, ma si trattava sempre di una povertà decorosa, in cui non mancava mai il necessario, mentre del superfluo si era educati per tempo a farne meno, senza creare problemi. Il rapporto con i parenti era fondato su un affetto sincero: grande rispetto per zii e nonni e sincera amicizia con i cugini. Il vicinato, soprattutto nei piccoli centri urbani, era spesso una palestra di vita, in cui, a differenza degli attuali condomini, non solo ci si conosceva tutti, ma ci si interessava di tutti, alimentandomomenti di forte solidarietà tra gli adulti e di sincera amicizia tra i ragazzi, i quali, soprattutto nelle sere d’estate, utilizzavano le strade e i vicoli per praticare i loro numerosi e creativi giochi che erano quasi sempre a costo zero.
I giovani (riuniti, quasi sempre, in comitive rigorosamente maschili o femminili) trascorrevano il tempo libero o facendosi la partitina nei bar o passeggiando, ore intere, per le strade del paese, con lasegretasperanza di vedere colei o colui di cui ci si era innamorati, molto spesso unilateralmente. Oppure si andava spesso al cinema, dal momento che il costo del biglietto era piuttosto basso e quindi alla portata di tutti. Gli incontri tra comitive maschili e femminili erano piuttosto rari:qualche festa di compleanno, o durante il carnevale, quando ci si riuniva in casa di amici per ballare, dal momento che non c’erano altri luoghi per farlo.
Per quanto concerne l’istruzione, occorre dire che mentre quasi tutti i ragazzi arrivavano a conseguire la Licenza media, pochi conseguivano il Diploma di scuola superiore e solo pochissimi frequentavano l’Università. Il rapporto scuola-famiglia non era ancora diventato conflittuale, dal momento che le famiglie si fidavano pienamente dell’opera educativa dei docenti, anche quando i metodi utilizzati erano talvolta pesanti e dolorosi. Alla scuola elementare, ad esempio, non pochi insegnanti tenevano in bella mostra, sulla cattedra, la bacchetta di faggio, che usavano con una certa frequenza, con l’approvazione dei genitori.
La chiesa era per la gran parte dei giovani un punto di riferimento importantissimo, perché l’educazione religiosa cominciava per tutti a sei anni, e continuava, per molti, fino alla piena giovinezza. I sacerdoti erano i nostri maestri di vita, ma anche i nostri amici. Non solo la famiglia, la scuola e la chiesa, ma anche altre istituzioni, come i partiti politici i sindacati e altre associazioni sorte nel dopoguerra contribuivano ad educare i giovani all’impegno politico e alla responsabilità sociale.
La mia generazione, fortemente provata ed educata dai gravi problemi del dopoguerra, ha avuto tuttavia il privilegio di partecipare, più o meno attivamente, non solo alla ricostruzione dell’Italia e all’avvento del “miracolo economico”, ma anche a grandi eventi storici, come il Concilio Vaticano II(che ha dato alla Chiesa un nuovo slancio profetico e missionario, che le nuove generazioni di fedeli hanno il compito di riscoprire) e la Contestazione del 1968, che ha gettato le basi per un radicale rinnovamento sociale, politico e culturale, purtroppo bruscamente interrotto sia dalla follia terroristica che dalla miopia politica della classe dirigente. Ora uno dei doveri più urgentidei giovani di oggiè quello di riprendere e sviluppare,con grande entusiasmo, quelle istanze di progresso culturale, civilee globalmente umano che allora furono così tragicamente einsipientemente bloccate.
Cosimo Quarta
Docente Unisalento
Gli anni ’70
L’ULTIMA GENERAZIONE ‘FORTUNATA’
La scorsa settimana ero in una parrocchia della nostra diocesi, invitato a parlare di Giorgio La Pira. In quella occasione narrai anche della mia giovinezza, delle speranze, degli ideali ma anche delle opportunità di quella generazione. Erano i primi anni Sessanta: anni vitali, ricchi di prospettive, anni di svolta. Ho anche detto, a chi mi ascoltava quella sera, che la mia era forse l’ultima generazione “fortunata”. Posso dire che non avevamo il problema del lavoro: quando, nel novembre del 1960, io mi sono iscritto all’Università gli studenti universitari già potevano insegnare. È chiaro che l’attuale penuria di opportunità occupazionali marchia in tutti i sensi i giovani di oggi. Ripeto: avevamo speranze. Avevamo la speranza di una chiesa più “madre” che maestra, perché maestra era sempre stata. Erano i tempi del Concilio e della militanza anche politica. Anche allora noi giovani militavamo in gruppi di sinistra, di centro, di destra; avevamo i nostri parlamentini universitari dove la dialettica e lo scontro politici non annullavano la reciproca stima e amicizia, senza mai usare violenza: quella sarà la storia triste degli anni Settanta. Ma, per gran parte della mia generazione, fu importante anche vivere la vita ecclesiale tramite l’associazionismo cattolico. Per molti è stata un’esperienza importante non solo per l’aspetto della fede e della religiosità vissute, ma anche per gli scambi sociali che si producevano. Avevamo i “campi scuola” locali e nazionali dell’Azione cattolica e dei movimenti socio-politici ai quali aderivamo. Non si trattava di rozzi indottrinamenti, ma di contatti sostanziali tra giovani con gli stessi interessi, con progetti simili, con problemi comuni. Era la stagione, perché no, dei primi amori che richiedevano un percorso, molto pulito e controllato, di avvicinamento, di mimetizzazione con l’amicizia… Un momento. Ora mi viene il dubbio che la distanza temporale mi stia facendo mitizzare quel periodo. Forse ho dimenticato di dire che a diciassette anni mi morì, mentre eravamo pranzo, il padre, nel giorno di S. Lucia. Eravamo cinque figli e lavorare divenne, improvvisamente, una urgente necessità, non un lusso. Forse ho dimenticato di dire che spesso ho pensato che la fretta di lavorare ha nuociuto alla mia formazione umana e culturale… Ha nuociuto alla mia giovinezza. Sono mai stato veramente e totalmente giovane? Ma so che questa domanda potrebbe essere una bestemmia per tanti diciottenni di oggi ai quali il futuro prossimo si presenta più problematico e oscuro.
Giovanni Invitto
Preside di Facoltà Unisalento
Gli anni ’80
ALMENO NOI QUALCHE SPERANZA PER IL FUTURO CE L’AVEVAMO
Come in un quadro è cambiata la cornice, la tecnica pittorica, ma il soggetto è rimasto sempre lo stesso. Prima si attendeva la sera per avere le notizie del telegiornale e si tornava sulla notizia nei giorni immediatamente successivi.
Oggi tra televisore sempre acceso, radio, giornali in mille edizioni on line e internet le notizie sono già vecchie prima di essere pubblicate. Oggi ci sono professioni che non servono più come i portavoce dei vip, dal momento che postano o twittano direttamente gli interessati ciò che vogliono e quando vogliono. A questo punto a cosa serve una conferenza stampa? Anche perché non si può più smentire se stessi.
Prima per le grandi occasioni servivano i fotografi per fermare il tempo, per un’istantanea – lo diceva la parola stessa. Oggi la Kodak chiude perché ormai nessuno ha bisogno di pellicole, perché nessuno stampa più, anche se inconsapevolmente cementiamo le nostre giornate, minuto per minuto, sui social-networkda qui all’eternità. E’ tutto sulle nuvole, in cloud–direbbero quelli con la testa tra le nuvole, luogo ideale prima per il profumo di santità e poi per un caffè.
Prima si usava la macchina da scrivere che bloccava il tempo e il rigo al suono di un ding; oggi non si va più “a capo”, né si duplica con la copia-carbone perché basta un copia e incolla o stampa numero di copie.
Prima noi giovani uscivamo dal:“chi c’era, c’era e l’ultimo chiudeva la porta” – diceva il maledetto Nick Carter – perché c’erano i fumetti e c’era la nuvoletta che ricordava che mentre qualcuno ti cercava, tu: “nel frattempo…”. Oggi non ci sono più Zagor e Cico Felipe Cayetano Lopez y Martinez y Gonzales, come non c’è più Mister Bluf, Gufo Triste e il rinsecchito cane Flok. Oggi ci sono i cartoons a tutte le ore del giorno e della notte, non c’è più la tivù dei ragazzi, ma ci sono le televisioni, i pc e gli smathphon che abbreviano le distanze ma innalzano separé e personalità multiple.
Quando eravamo giovani c’erano i genitori che ti stavano addosso e che ti spingevano ad inseguire un sogno che fosse comunque diverso dalla loro realtà, oggi si è passati al sogno di figli che vorrebbero avere genitori che li accompagnino un po’ più in là; che non cercano scorciatoie per vivere nella bambagia. Quando eravamo giovani almeno c’era una speranza per il nostro futuro; Oggi forse non si ha neanche un futuro. Tanto che oggi nemmeno i genitori, che un tempo erano giovani, riescono a vedere un po’ più in là.
Tonio Rollo
Docente Rc – Liceo De Giorgi
Gli anni ’90
DON BOSCO IL MAESTRO, L’ORATORIO LA BUSSOLA
Ero al mio secondo anno di università: una scelta fatta più con la testa che con il cuore. Pensavo di poter costruire il futuro con le mie sole forze, con lo studio, l’impegno, camminando dritto senza mai voltarmi dietro o anche solo girare la testa a destra e sinistra.
Penserete che tutto ciò si può anche chiamare coerenza, tenacia, io ho scoperto che era ‘testardaggine’ e che di quei miei atteggiamenti avrei dovuto tenere ciò che mi faceva procede, piuttosto che ciò che mi bloccava sempre allo stesso punto. Non è stato facile, né immediato, ma rimettendomi in moto ho scoperto che le strade raramente sono dritte! Non parlo delle difficoltà, ma del fatto che i percorsi personali non sono mai strade spaziose su cui sfrecciare, ma somigliano più a stradine di campagna, strette, piene di curve, di incroci, e nelle quali, quando pensi di essere quasi arrivata, devi tornare indietro per una deviazione, e poi orientarti nuovamente. L’ho capito perché proprio a vent’anni, ho compreso che quello che stavo facendo non era la mia strada, non mi rendeva felice. E c’è voluto tutto il sostegno degli amici cari, del mio direttore d’oratorio, della mia famiglia, per accorgermene e fare una scelta diversa senza sentire per questo di aver fallito.
L’oratorio per me è stata una bussola importante, la gioia del servizio dei più piccolo è stato un faro luminoso nell’indicarmi il campo dell’educazione e poi, dopo anni, nell’orientarmi verso l’insegnamento. Non posso dire cosa avrei fatto e chi sarei oggi senza la formazione come animatrice, senza una comunità vivace in cui crescere, senza i miei amici di allora e di oggi, senza aver conosciuto don Bosco e la sua grande famiglia; sono però sicura che a questa comunità devo il coraggio delle mie scelte, grandi e piccole,fatte con gioia o costate care.
Ancora oggi, se faccio qualcosa che non mi soddisfa o di cui non vedo dei risultati, ritorno a quindici anni fa, a quel cambio di rotta, e confrontandomi con gli altri, ascoltando chi mi è vicino e chiedendo a Dio di aprirmi bene gli occhi, provo a riprendere la mia strada.
Cristiana Calogiuri
Educatrice Salesiana
Gli anni 2000
GRANDI SOGNI A TEMPO DETERMINATO
L’arrivo del nuovo millennio, per chi, come me, era in quel periodo una studentessa universitaria che cercava di impegnarsi ogni giorno per crearsi il futuro, appariva come l’avvento di grandi cose, della realizzazione dei sogni e delle speranze di ognuno… poi ci siamo tuffati nel primo decennio, sono finiti gli anni dell’università per tanti della mia generazione ed eccoci pronti ad entrare nel mondo del lavoro, inteso come espressione di un progetto di vita, con la grande speranza che i sacrifici nostri e della nostra famiglia, che ci aveva aiutati a raggiungere le mete fino a quel momento, non fossero stati vani. Per me l’attesa di trovare un lavoro fortunatamente non è stata molto lunga, ma se è vero che fino ad ora non ci sono stati periodi in cui sono stata totalmente inoccupata è anche vero che il concetto di lavoro è molto diverso da quello che si intendeva nella generazione precedente alla mia e mi sono ritrovata a lavorare sempre per periodi limitati, con tanta voglia di fare ma anche con tanto spirito di adattamento e sacrificio perché le condizioni non corrispondevano mai con le aspettative.
Ciò che però più mi pesa oggi è il fatto di dover rendere a tempo determinato e precari soprattutto i miei sogni. Qualcuno ci “accusa” di non riuscire a tagliare il cordone ombelicale, di stare troppo comodi nella famiglia d’origine, ecc ma spesso non è così, dentro di noi abbiamo tanti progetti, tanta voglia di realizzare qualcosa di nostro e magari una nuova famiglia…che però non si può pensare di crearla a tempo determinato come i nostri contratti.
Certo, fino a questo punto nel discorso sono venuti fuori solo sentimenti di sfiducia molto umani… Certo, non possiamo dimenticare, nonostante tutto, di essere giovani cristiani che non possono fondare tutte le speranze in ciò che di più umano e materiale ci offre la realtà perché, come dice Papa Benedetto XVI nella sua enciclica Spe salvi questa speranza “può essere solo Dio, che abbraccia l’universo e che può proporci e donarci ciò che, da soli, non possiamo raggiungere”… Certo, periodi difficili nella storia ce ne sono sempre stati ma si è sempre riusciti a risalire. Sono, pertanto, sicura che anche questo periodo passerà. Molto dipende dai responsabili della società ma molto dipende anche da noi giovani che siamo la speranza di chi ci ha preceduti e che non possiamo assolutamente deludere anche perché oggi abbiamo tanti nuovi mezzi a disposizione che rendono realtà ciò che un tempo sembrava fantascienza e che uniti a tanta voglia di fare e di continuare assolutamente a sognare possono davvero migliorare il mondo…
Serena Favale
Presidente parrocchiale AC















