Solo in una società giusta i crimini non hanno ragion d’essere/Povertà e criminalità, binomio imperfetto
FRANCESCO BRUNO/A colloquio con il noto psichiatra e criminologo: percezione più alta del rischio per chi vive nei grandi centri urbani.
“Se le leggi sono fatte bene, si riduce la criminalità, poiché l’individuo che si sente protetto dalle regole, le rispetta e non persegue scopi delinquenziali”.
Il Comitato dei diritti economici, sociali e culturali delle Nazioni Unite ha definito la povertà come “la condizione in cui si trova una persona che viene privata, in modo durevole o cronico, sia di risorse, mezzi, scelte, della sicurezza e della possibilità di usufruire di un livello di vita sufficiente, che dei diritti civili, culturali, economici, politici e sociali” (E/C 12/2001/10).
La Banca Mondialeadotta come sistema di misurazione della povertà il reddito o il consumo, sulla base di una soglia minima necessaria a soddisfare i bisogni di base. Tale soglia è attualmente fissata a 1 € e 1,50 € al giorno, calcolata a parità di potere di acquisto.
In Italia, secondo l’Istat 2 milioni 737mila famiglie, corrispondenti a 8 milioni 78mila persone, pari al 13,6% della popolazione vivono una condizione di povertà relativa ossia in una condizione di chi si trova a vivere con un reddito (od un livello di consumi) inferiore al 60% del reddito medio o della media dei consumi pro capite del suo paese.
Mentre 1 milione 126mila famiglie, corrispondenti a 2 milioni 893mila persone, pari al 4,9% della popolazione rientrano nella condizione di povertà assoluta ossia nella condizione di chi si trova a vivere con risorse inferiori a quelle valutate essenziali per raggiungere uno standard di vita accettabile nel paese. Ne abbiamo parlato con il prof. Francesco Bruno, noto psichiatra e criminologo.

















