Pubblicato in: Lun, Mar 12th, 2012

Sul tema modifica art. 18 Statuto dei lavoratori/Per non discriminare chi lavora

La vicenda: “Tutela reale” del posto di lavoro

Lo sciopero generale di otto ore proclamato dalla Fiom contro i tentativi di modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e per la vertenza alla Fiat, “contro l’affermazione del modello Marchionne, per la riconquista del Contratto nazionale di lavoro per tutti i lavoratori metalmeccanici”.

Una manifestazione nazionale tenuta ancora una volta a Roma, vicino ai palazzi del potere politico. Se ne parla da tempo, anche il precedente governo ha tentato di intervenire per modificarlo e l’attuale esecutivo tecnico è ritornato sull’argomento, a quanto pare, deciso a giungere ad una conclusione. Cosa è l’articolo 18? Non disciplina il licenziamento e non dispone relativamente alla validità del licenziamento per giusta causa e giustificato motivo.

Esso, come del resto evidenziato dal titolo “Reintegrazione sul posto di lavoro“, disciplina la cd. “tutela reale” e cioè le conseguenze del licenziamento illegittimo nelle unità produttive con più di 15 dipendenti (5 se agricole) ed in quelle che occupano meno di 15 dipendenti (5 se agricole) qualora l’azienda occupa nello stesso comune più di 15 persone (5 se agricole) o nel complesso più di 60 persone. Licenziamento illegittimo che si ha quando è effettuato senza comunicazione dei motivi, o quando è ingiustificato o quando è discriminatorio.

A tal riguardo l’art. 18 dispone che nel caso di licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo il lavoratore sia reintegrato nel posto di lavoro con mantenimento dell’anzianità di servizio e dei diritti acquisti a meno che non opti per un’indennità monetaria.

Intervista a Salvatore Florio, segretario provinciale Uil: “Occorre puntare su politiche che rendono stabili i livelli di occupazioni”

Sul tema della modifica dell’art. 18  il fronte sindacale sembra essersi ricompattato, dopo anni di divergenze, radicate su una diversa visione politica. “Sì è vero – afferma Salvatore Florio, segretario provinciale UIL – le diverse sigle sindacali hanno ritrovato una comunanza di vedute e intenti per la tutela degli interessi comuni dei lavoratori. Ricompattarsi è stato un passo naturale per avere un peso maggiore nella richiesta al governo di attuare una politica che sia di sviluppo e promozione del lavoro”.

La modifica dell’art. 18 non è dunque uno strumento per la crescita del Paese? Questo è quanto dalla controparte viene affermato.

“Sì, questo è un ritornello che puntualmente viene sciorinato, ma che non condividiamo assolutamente. E’ necessario che si creino condizioni per migliori opportunità di lavoro, non ci pare sia il licenziamento facile quello che consentirà al nostro Paese di ripartire. Dobbiamo creare posti di lavoro, migliorare e favorire gli investimenti con politiche opportune”.

Quali, ad esempio?

“ Primi tra tutti gli sgravi fiscali per le ditte che assumo a tempo indeterminato. Una ditta se viene incentivata può avere maggiori spazi da offrire, soprattutto ai giovani, che sono alla disperazione. I dati dovrebbero far riflettere”.

Qualcuno sostiene che è indispensabile modificare l’articolo 18 per favorire un altro elemento che dovrebbe dare una spinta all’economia, la flessibilità.

“Anche questo è un uso strumentale dei concetti. La flessibilità in realtà come la Germania si realizza automaticamente, perché l’offerta è ampia e i lavoratori riescono a cambiare senza ansie, migliorando la propria posizione. Qui abbiamo confuso flessibilità con precarietà!”.

E’ sulla stessa linea d’onda Antonio Nicolì, segretario generale aggiunto della CISL – Lecce.

“La storia della modifica dell’art. 18 e la situazione economica dell’Italia non c’entra affatto. Non si avverte la necessità di un cambio del testo dell’articolo 18. Tratta solo del licenziamento discriminatorio. Nessuno può imporre ad un’azienda in crisi di mantenere numeri insostenibili. L’art. 18 serve a quei lavoratori discriminati che hanno in questo articolo il supporto per tutelarsi”.

Dunque su cosa bisogna agire. Si afferma che le regole del nostro mercato del lavoro non sono attrattive per gli investitori.

“Un conto è tutelate i lavoratori, che a questa tutela hanno diritto, altro è chiedere che ci siano tempi congrui per la valutazione di quei casi che richiedono il riferimento all’art. 18. Anche la giustizia del lavoro, come quella ordinaria,deve avere tempi congrui. E’ dunque sulle procedure che si deve intervenire, sulla certezza del diritto, non quello che tutela i lavoratori dall’arbitrio”

Su cosa bisogna puntare, invece?

“Su politiche che tutelino il posto di lavoro, lo rendano stabile. Questo per quello che c’è, ma la parte sulla quale bisognerebbe concentrare la propria azione è quella dello stimolo alla crescita. Questo Paese non ha ancora oggi un ordine del giorno un programma per la crescita. Il vecchio governo ha sostenuto per un lungo tempo che la crisi era solo una percezione a livello psicologico, questo governo tecnico, dopo il primo doveroso intervento per la messa in sicurezza del Paese, non ha dato seguito alle aspettative, vale a dire la creazione di un’agenda finalizzata allo stimolo del mercato del lavoro, che con sé porterebbe automaticamente una crescita dell’economia. Si è confuso tra “flessibilità” e “precarietà” del lavoro. Per di più come aggravante possiamo aggiungere il disallineamento dei nostri salari rispetto all’Europa. Salari bassi non favoriscono certo i consumi. Già un’effettiva riduzione della pressione fiscale migliorerebbe l’andamento dei consumi e quindi dell’economia. L’art. 18 in tutto questo discorso davvero non c’entra nulla”.

Una visione comune anche al segretario generale della CGIL Salvatore Arnesano.

“La nostra posizione sull’art.18 è molto chiara. Non è una priorità modificarlo sostenendo che serve per la ripresa economica dell’Italia. Dati precisi in questi ultimi tre anni dicono chiaramente che no ci sono state difficoltà a licenziare laddove ne ricorreva il caso. Dunque l’art. 18 non ha influito e non influirà in futuro sulla ripresa economica. Abbiamo bisogno di sviluppo. Il governo ha

Il compito di chiarire quale sia la sua politica industriale. C’è anzi bisogno di un piano straordinario per il lavoro, perché i giovani e le donne trovino spazio insieme ad un’altra categoria che rischia di esser ancora più emarginata dei primi due, i cinquantenni espulsi dal ciclo lavorativo che non hanno mezzi di riconversione, perché non esiste una politica finalizzata al reinserimento e riconversione di queste persone che rischiano di restar fuori definitivamente e senza mezzi per il futuro proprio e delle proprie famiglie”.

Sindacati tutti in sintonia.

“Certo, dobbiamo anzi fare un lavoro di squadra per dare prospettive diverse, stimolare la fiducia, lavorare per la tutela e le garanzie. Peraltro il nostro territorio è uno di quelli che richiederebbe maggiori attenzioni. Potremmo fare una serie di nomi che ormai sono usciti dalla cronaca quotidiana. Adelchi, una storia di anni; Billa, 76 lavoratori che non vedono all’orizzonte nessuna forma di stabilizzazione. Potremmo continuare l’elenco, avremmo di che parlare”

Una zona critica la nostra, da sempre.

“Molto critica, dove ogni giorno la cassa integrazione diviene regola, compresa quella in deroga. C’è una tale situazione di instabilità che bisogna davvero pensare di rimboccarsi le maniche e fare squadra. Dobbiamo spingere perché questo governo costruisca percorsi di crescita”.

 Paolo Lojodice

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