Pubblicato in: Ven, Giu 8th, 2012

Terremotati in fuga…il dramma visto da qui

Domenica 10 giugno/Raccolta fondi nelle Parrocchie.

Per iniziativa della Conferenza Episcopale Italiana e della Caritas, domenica prossima nelle parrocchie di tutte le diocesi d’Italia la raccolta delle offerte sarà devoluta per i terremotati dell’Emilia.

TESTIMONIANZE/ Pensava di ritrovare la pace tornando qui, invece no, pensa sempre ai suoi amici rimasti in sede, e alle condizioni dell’ospedale in cui trascorre la metà delle sue giornate.

Antonella, il cuore trema ancora….

Una studentessa salentina racconta la tragedia che ha messo in ginocchio l’Emilia Romagna.

“Ma cos’è questa nuova paura che ho? Ma cos’è questa voglia di uscire, andare via? Ma cos’è questo strano rumore di piazza lontana, sarà forse tenerezza o un dubbio che rimane?” (Modena – Antonello Venditti)

È la sera del 20 maggio, la città di Modena si prepara a festeggiare la notte bianca, la gioventù è pronta per fare le ore piccole. Le arterie stradali pullulano di vita e movida come non mai: gli studenti universitari potranno finalmente passare qualche ora in più insieme, tra un sorriso e un brindisi per ricordare l’esame superato o dimenticare l’amore finito. Tra una battuta e nuove conoscenze, c’è l’opportunità di rompere la monotonia quotidiana. Nessuno immagina che la terra si prepara ad una rottura reale, più plateale di una retorica sociale. Di colpo un boato assordante, sembra la scena di un film di guerra in cui i protagonisti si trovano intrappolati in un bombardamento. Qualche secondo, e si può iniziare a realizzare quello che sta accadendo. Come in un tacito accordo tutti, in sincronia, alzano gli occhi al cielo. Gli edifici vibrano, come attraversati da un brivido fatale lungo la spina dorsale, finché anche l’asfalto inizia a fluire con violenza sotto i piedi.

In momenti come questi, la paura della morte avvicina le persone più impensate, superando ogni barriera, qualunque pregiudizio: folle di perfetti sconosciuti si trovano unite da un unico abbraccio che sa di panico e speranza, sembra l’unico rimedio per sentirsi meno soli davanti alla potenza della natura, per alleviare quella sensazione di sangue in bocca e le palpitazioni che fanno arrivare il cuore non solo in gola, ma fin nella testa, che sembra in procinto di esplodere come una bomba ad orologeria.

Così Antonella, una giovane salentina al quarto anno di Medicina, descrive quell’inaspettato impatto con la forza del terremoto che già da due settimane sta piegando l’Emilia Romagna sotto il giogo del timore misto a rassegnazione.
“Prima di riuscire a metabolizzare ciò che stava succedendo intorno a noi, mentre i fili del filobus continuavano a tremare, fiumi di gente spaventata uscivano dalle abitazioni riversandosi per strada, chi in pigiama, chi già con la valigia in mano per scappare altrove, chi pronto a trascorrere la notte in automobile”, se la tensione avesse lasciato spazio al riposo.

In un momento di calma, Antonella e la sua coinquilina si sono fatte coraggio e sono scappate a controllare la casa, che per fortuna ha resistito senza lesioni. “Volevamo assicurarci che tutti i nostri amici stessero bene, i cellulari non prendevano, e in questa circostanza l’uso di facebook è stato importantissimo, perché abbiamo avuto tutti l’istinto di metterci in comunicazione così”. Intorno alle 5 di mattina, per pochi, interminabili secondi, la terra è tornata a tremare. “Siamo scappate fuori, e siamo rimaste nello spiazzo davanti casa ad aspettare, non si sa bene cosa. Faceva freddo e non avevamo né coperte né acqua”.

E così per tutto il giorno, tra alti e bassi. Pian piano ognuno ha ripreso la propria vita quotidiana, quasi ignaro delle piccole scosse di assestamento che lavoravano sotto l’asfalto. Martedì 29, alle 9 di mattina, “una nuova scossa fortissima, sembrava che la terra non smettesse più di tremare”. Ambulanze che corrono, aerei che perlustrano la zona, treni sospesi, bus in ritardo, interi piani dell’ospedale evacuati per il crollo di calcinacci. Scene che spero di non rivedere ma più”.

Antonella parte con il primo treno con destinazione Lecce, che trova pieno di “terremotati in fuga”. Pensava di ritrovare la pace tornando qui, invece no, pensa sempre ai suoi amici rimasti in sede, alle condizioni dell’ospedale in cui trascorre la metà delle sue giornate, al volto sfregiato di una città a cui è legata da un “odi et amo” ma che in ogni caso l’ha accolta come una figlia e le sta permettendo di costruire un futuro.

Mai come ora, Antonella spera di tornarci presto, di scoprire che è stato tutto un incubo da dimenticare. Intanto, il suo computer continua a riprodurre “Modena” di Venditti, nelle cui parole rivivono le sue riflessioni: “Ma cos’è questa nuova paura che ho? Ma cos’è questa voglia di uscire, andare via? Ma cos’è questo strano rumore di piazza lontana, sarà forse tenerezza o un dubbio che rimane?”…

Grazia Pia Licheri

CONSIGLI/I suggerimenti dell’ing. De Fabrizio, Presidente dell’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Lecce

“L’unico modo per difendersi è costruire secondo le norme”

“La penisola italiana sta subendo importanti mutamenti morfologici: ogni anno le coste adriatiche si abbassano di circa 0,5 mm, mentre la fascia appenninica si solleva di quasi 1 mm. La compressione della zolla africana contro la zolla eurasiatica fa ruotare il nostro paese verso Nord-Est con un movimento che avviene non in modo continuo, ma per accumulo di energia ed improvviso rilascio della stessa. Ciò spiega, in gran parte, i terremoti cui è sottoposta l’Italia negli ultimi tempi”. È questa l’amara sentenza di Annibale Cerullo, geologo e amministratore unico della Cer.nat. Srl, Laboratorio Sperimentale per prove su materiali da costruzione. Parole passate in sordina agli organi di stampa, volutamente ignorate da un popolo che, storicamente incapace di abbattersi, preferisce parlare dei recenti avvenimenti come di tragiche fatalità.

Dopo il Molise, l’Abruzzo, l’Emilia Romagna e la Calabria, l’Italia tutta sembra vivere nella paura. Persino i salentini non si sentono più sicuri in quel territorio che, da sempre, nelle mappa sismica, è contrassegnato dal grigio, colore che classifica il nostro Salento “fuori” dalle categorie di pericolo; un privilegio che ci accomuna alla Sardegna, ad alcune zone del Lazio e alle quasi totalità dell’Italia settentrionale.

“La natura geologica dei nostri terreni – afferma Lorenzo Daniele De Fabrizio, presidente dell’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Lecce – è tale da consentire un immediato smorzamento delle onde generate dal sisma, ma questo non significa essere immuni. Tutto dipende da movimenti della crosta terrestre che è impossibile stabilire, seguire e prevedere”. La storia, infatti, ci ha consegnato testimonianza di catastrofici terremoti – l’ultimo risale a quasi tre secoli fa – che hanno interessato lo zoccolo di calcare del Salento.

“La difficoltà maggiore che ci si trova a fronteggiare in materia di terremoti – spiega l’ingegnere – non riguarda tanto il momento e il valore della magnitudo con cui l’evento si manifesterà, quanto piuttosto il fatto che non si conosce la forza massima che un sisma può sprigionare”. “Conosciamo, però – continua – i sismi che si sono verificati nella storia fino ad oggi e, sulla base della massima energia sviluppata da quegli eventi, un pool di ricercatori e ingegneri hanno messo a punto una tabella di valori cui far riferimento”. È proprio tenendo come riferimento questi valori che viene dimensionato l’edificio da costruire.

Come spesso accade, anche questa volta mentre il Paese conta le sue vittime, scoppiano le immancabili polemiche sui materiali scadenti utilizzati per costruire le case che, sotto l’effetto delle scosse sismiche, non hanno celato la loro natura “friabile”. Le nuove tecniche di costruzione hanno puntato l’attenzione sul fatto che la sicurezza delle costruzioni deriva anche dalla qualità dei materiali adoperati e dalle procedure per la garanzia delle qualità adottate in fase progettuale. In realtà, però, spesso si è vittime di luoghi comuni che poco hanno a che vedere con il sapere tecnico in campo di costruzione. Fantasiose teorie sull’utilizzo di ferri lisci piuttosto che ad aderenza migliorata, sabbia di fiume al posto di sabbia da frantoio necessaria per il calcestruzzo, si alternano tra diverse scuole di pensiero. Ma allora qual è l’edificio sicuro? E, soprattutto, quanto è importante la qualità del materiale utilizzato?

“L’edificio in muratura o quello in cemento armato è un edificio sicuro – afferma l’ing. De Fabrizio, con la sua trentennale esperienza – ma anche l’acciaio è un materiale che risponde bene a tutti i tipi di sollecitazione. Inoltre, non si può dare un giudizio assoluto sull’utilizzo di sabbia di fiume o sabbia da frantoio (come è la nostra), che potrebbe essere più adatta per alcune applicazioni (perché è più spigolosa) e, meno per altre. Quel che vale sempre è la necessità di avere edifici ben costruiti, che devono rispondere a regole elementari di compattezza, di distribuzione interna e soprattutto, fatti in modo da creare un comportamento scatolare dell’edificio in maniera tale che, in caso di sisma, si obblighi a chiamare a resistenza tutte le strutture, non solo una parete”.  E conclude: “sarebbe necessario sensibilizzare i cittadini a costruire secondo la normativa antisismica”.

Un appello che evidenzia la presa di coscienza su quella che è, soprattutto nelle zone “tranquille” come la nostra, una mentalità comune che tende, troppe volte, a sottovalutare gli eventi imprevedibili. Un appello che apparirebbe scontato se più gente sapesse che per costruire una casa antisismica, e vivere dunque in sicurezza, è necessario solo il 10% in più del costo dell’intero fabbricato.

Normative a confronto

Le normative antisismiche di “vecchio stampo” – risalenti al ’64, ’82 e ’96 – seguivano la logica dettata dal legislatore tecnico che, rapportando la vita massima di un edificio alla probabilità del verificarsi di un terremoto, aveva ritenuto opportuno creare una situazione di sicurezza che potremmo semplicisticamente definire parziale. In altri termini, si costruiva in modo che, nel verificarsi di un evento sismico, l’edificio, pur nell’evidente compromessa agibilità, rimanesse in piedi per consentire l’evacuazione dei suoi abitanti.

Riconoscendo l’inadeguatezza delle predette normative, si è cercato di far fronte alle problematiche con nuove ordinanze, ma la normativa antisismica italiana sembra essere un capitolo che il nostro Paese rinvia dal 2003, provocando inevitabili disagi e incertezze fra gli operatori delle costruzioni e le amministrazioni pubbliche.

Tuttavia, essa stabilisce che gli edifici di nuova costruzione devono presentare le condizioni per cui, in caso di terremoto, non solo garantiscano l’incolumità degli abitanti dello stesso, ma mantengano la loro funzionalità tanto in termini di struttura quanto in termini di impianti, elemento questo di particolare rilievo nel caso, per esempio, di un ospedale. Inoltre, anche alle zone a bassa sismicità – come il Salento – la normativa si preoccupa di garantire un maggior  livello di sicurezza per gli edifici sensibili e/o soggetti ad affollamento (centrali elettriche, edifici pubblici, scuole, ospedali, ecc).

Serena Carbone

Salento a basso rischio sismico

L’ultimo evento nel 1743 a Nardò

Allo stato attuale il nostro territorio è considerato a basso rischio sismico, tanto che nella classificazione sismica nazionale rientra nella Categoria 4, la più bassa. È comunque ampiamente documentato che, in epoca storica, anche il Salento è stato interessato da eventi sismici, alcuni dei quali di rilevante intensità; è famoso il terremoto verificatosi nel 1743 che provocò i danni maggiori nelle città di Nardò (Le) e Francavilla Fontana (Br) con diversi morti tra la popolazione. Il motivo per cui in questi siti si sono avuti effetti molto più devastanti rispetto ad altre località, è legato alle particolari caratteristiche del sottosuolo: durante quello stesso evento sismico, infatti, l’area di Nardò e quella
di Galatone, seppur molto vicine, subirono effetti notevolmente differenti (Naso et Al: “Taranta effect”). Una recente teoria collega questo evento sismico ad uno tsunami che ha lasciato tracce che sono visibili ancora oggi sulla costa di S. Emiliano (sud di Otranto). È necessario considerare, inoltre, che nel caso dei terremoti, oltre alla “pericolosità sismica” – che rappresenta la probabilità del verificarsi di un sisma – ha grande importanza il “rischio sismico” che dipende, invece, dalle modalità costruttive degli edifici. In definitiva, in base alle conoscenze attuali,  è possibile affermare che non sono presenti sorgenti sismogenetiche attive direttamente al di sotto dell’area salentina; tuttavia, essa può “risentire” di eventi con epicentro a centinaia di chilometri di distanza, laddove la particolarità dell’assetto idrogeologico può produrre i cosiddetti “effetti locali di amplificazione”.

a cura di Mario Stani e Maurizio Orlando

 

 

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